[Recensione] Il socio

by R.
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Copertina del libro Il socio di John Grisham, mostrata in prospettiva su sfondo nero, con una grafica elegante in bianco e nero che raffigura dettagli architettonici di un interno monumentale, balaustre curve e finestre alte, creando un’atmosfera sobria, legale e carica di tensione, tipica del thriller giudiziario e dei romanzi di intrigo professionale.

Il socio. The Firm #1

Una laurea ad Harvard e un contratto da favola con un prestigioso studio legale di Memphis. Per Mitchell McDeere e sua moglie Abby il futuro non potrebbe essere più roseo.

Tutto perfetto, insomma. All’apparenza. Peccato che l’Fbi pretenda proprio da lui le prove dei loschi affari che lo studio Bendini, Lambert & Locke gestisce per conto della mafia.

E peccato anche che i soci anziani del suddetto studio abbiano la pessima abitudine di far eliminare i collaboratori infedeli. Tallonato dall’Fbi, minacciato dalla mafia, Mitchell è in trappola.

A meno che non riesca a mettere in atto la più formidabile delle beffe.

Dalla magistrale penna di John Grisham, il best seller internazionale che ha ispirato l’omonimo film diretto da Sydney Pollack.

Recensione

Se avessi iniziato a leggere Grisham partendo da Il Socio, probabilmente non avrei letto altro.

E sarebbe stato un peccato, perché ormai so benissimo quanto John Grisham sappia costruire storie capaci di trasformare tribunali, studi legali, faldoni e cavilli giuridici in materiale narrativo sorprendentemente avvincente. Il problema è che qui, almeno per una buona parte del romanzo, quella capacità sembra ancora in fase di rodaggio: si intravede lo scrittore che diventerà, si riconoscono alcuni dei meccanismi che renderanno irresistibili altre sue storie, ma bisogna avere parecchia pazienza prima che tutti gli ingranaggi inizino realmente a girare.

Mitchell McDeere dovrebbe avere davanti a sé una vita praticamente perfetta. Si è laureato ad Harvard tra i migliori del suo corso, è giovane, ambizioso, sposato con Abby e soprattutto corteggiato da alcuni degli studi legali più importanti degli Stati Uniti. Mitch viene da una famiglia povera e non ha nessuna intenzione di tornarci: il denaro, per lui, non rappresenta semplicemente il lusso, ma la dimostrazione concreta di essercela fatta, di essere finalmente arrivato dall’altra parte.

È anche per questo che quando Bendini, Lambert & Locke, piccolo e ricchissimo studio fiscale di Memphis, gli presenta un’offerta quasi indecente, Mitch non impiega moltissimo tempo a lasciarsi sedurre. Lo stipendio è altissimo, gli aumenti praticamente garantiti, ci sono l’automobile, la casa, il mutuo agevolato e una serie di benefici che sembrano pensati apposta per togliere dalla testa di un venticinquenne qualsiasi eventuale domanda scomoda.

Lo studio, però, non si limita a pagare molto bene.

Pretende moltissimo.

Le giornate lavorative sono interminabili, le ore fatturabili diventano quasi un’unità di misura dell’esistenza e la competizione è mascherata dietro una cortesia professionale talmente impeccabile da diventare inquietante. Tutti sembrano sapere tutto di tutti, la vita privata dei dipendenti viene osservata con un’attenzione decisamente superiore a quella che dovrebbe avere un normale datore di lavoro e persino il matrimonio di Mitch e Abby sembra, a un certo punto, essere diventato patrimonio aziendale.

All’inizio Mitch non se ne preoccupa particolarmente, anche perché è troppo impegnato a lavorare.

E quando dico lavorare intendo lavorare come se qualcuno avesse deciso che dormire fosse diventata un’attività facoltativa.

Grisham insiste molto su questo aspetto e capisco perfettamente perché lo faccia: vuole mostrare come la Bendini, Lambert & Locke riesca a inglobare lentamente i propri dipendenti fino a non lasciare loro spazio per nient’altro. Il lavoro non è più una parte della vita di Mitch, diventa la sua vita, mentre tutto il resto viene progressivamente spinto ai margini. Il problema è che il lettore subisce praticamente lo stesso trattamento.

Per parecchie pagine ho avuto la sensazione di timbrare il cartellino insieme a Mitch.

Riunioni, documenti, clienti, ore fatturate, pranzi di lavoro, esami da superare, altre ore fatturate, telefonate, ancora documenti e probabilmente altre quattordici ore fatturate mentre io cercavo disperatamente un delitto, una minaccia, qualcuno che facesse qualcosa di vagamente illegale.

Ed è qui che Il Socio mi ha messa maggiormente alla prova, perché la premessa è ottima e l’atmosfera funziona fin da subito, ma Grisham impiega moltissimo tempo prima di scoprire davvero le proprie carte. La sensazione che qualcosa non vada c’è praticamente dall’inizio, anzi è proprio uno degli elementi meglio riusciti della prima parte: non sappiamo ancora esattamente cosa nasconda lo studio, ma sappiamo che quel posto non è normale.

Nessuno se ne va.

Nessuno divorzia.

Tutti guadagnano moltissimo.

Tutti lavorano come dannati.

E alcuni avvocati sono morti in circostanze quantomeno sospette.

Presi singolarmente potrebbero essere dettagli insignificanti; messi insieme cominciano invece a comporre un’immagine piuttosto sgradevole. La Bendini, Lambert & Locke smette progressivamente di sembrare uno studio legale particolarmente esigente e assume i contorni di una gabbia dorata, dove tutto ciò che viene regalato ha un prezzo e ogni privilegio rappresenta contemporaneamente un altro modo per rendere più difficile andarsene.

Quando entra in scena l’FBI, finalmente, il romanzo cambia tono.

Mitch scopre che i suoi sospetti erano persino troppo ottimistici: lo studio lavora per la criminalità organizzata, ricicla denaro e gestisce affari che hanno ben poco a che vedere con quella rispettabilità professionale che mostra all’esterno. Ancora peggio, gli avvocati che avevano scoperto troppo e avevano tentato di sottrarsi alla Bendini, Lambert & Locke non sono semplicemente stati licenziati.

Sono morti.

A quel punto Mitch si ritrova nella posizione meno invidiabile possibile: se collabora con l’FBI rischia di essere scoperto e ucciso, se non collabora rischia di essere considerato complice dei reati commessi dallo studio. Nel frattempo continua a lavorare gomito a gomito con uomini che gli sorridono, gli stringono la mano, discutono tranquillamente di clienti e vacanze mentre potrebbero decidere in qualsiasi momento che è diventato un problema da eliminare.

Questa è la parte de Il Socio che mi è piaciuta di più.

Grisham riesce molto bene a trasformare qualcosa di ordinario in una minaccia. Non servono vicoli bui o serial killer che inseguono Mitch con un coltello: bastano un telefono, una stanza d’albergo, un collega troppo interessato ai suoi spostamenti oppure una conversazione apparentemente innocente per ricordarci che il protagonista è sorvegliato praticamente sempre.

La paranoia cresce insieme a lui e finalmente quelle lunghissime pagine iniziali acquistano anche un significato diverso. Prima abbiamo conosciuto la routine dello studio, poi comprendiamo che proprio quella routine era parte del sistema di controllo.

Anche Mitch mi ha lasciato sentimenti contrastanti.

È intelligente, sicuramente, e nella seconda metà del romanzo dimostra di saper ragionare con grande lucidità anche quando praticamente chiunque intorno a lui sta cercando di usarlo. Non si limita ad accettare passivamente il piano dell’FBI e soprattutto comprende abbastanza velocemente che essere salvato dagli agenti federali non significa necessariamente uscirne vincitore.

È un dettaglio che ho apprezzato parecchio, perché evita la divisione troppo comoda tra buoni e cattivi.

Da una parte ci sono dei criminali pronti a uccidere pur di proteggere i propri affari, certo, ma dall’altra non troviamo esattamente un gruppo di benefattori interessati al benessere di Mitch. L’FBI vuole le prove e Mitch è semplicemente il mezzo migliore per ottenerle. Che il ragazzo rischi il matrimonio, la carriera o direttamente la pelle sembra quasi un effetto collaterale.

Ed è proprio quando Mitch smette di comportarsi come la pedina di qualcun altro che il personaggio diventa davvero interessante.

Il ragazzo ambizioso che all’inizio si lascia abbagliare dallo stipendio e dalla possibilità di diventare ricco comincia a utilizzare contro entrambi gli schieramenti la stessa qualità che lo aveva portato fino ad Harvard: il cervello. Studia le alternative, cerca falle, prepara contromosse e soprattutto prova a costruire una terza strada che non coincida né con quella indicata dallo studio né con quella preparata dall’FBI.

Finalmente gioca la sua partita.

Peccato che per arrivarci si debba attraversare una quantità industriale di pagine in cui non sono riuscita a provare per lui un vero coinvolgimento emotivo.

Mitch, infatti, è un protagonista che funziona meglio come mente strategica che come persona. Conosciamo perfettamente la sua ambizione, sappiamo da dove arriva e comprendiamo il suo terrore di perdere tutto quello che ha conquistato, ma per molto tempo ho avuto la sensazione di osservarlo dall’esterno anziché vivere davvero quello che gli stava succedendo.

Paradossalmente Abby mi è sembrata più concreta.

È lei ad accorgersi prima di quanto il nuovo lavoro stia divorando il marito, è lei che deve convivere con un uomo sempre più assente e ossessionato dalle ore da fatturare, ed è sempre lei a trovarsi catapultata in una situazione assurda senza aver firmato nessun contratto con la Bendini, Lambert & Locke.

Il loro matrimonio mi è sembrato uno degli elementi più interessanti del romanzo proprio perché lo studio non minaccia soltanto la vita di Mitch: colonizza progressivamente anche quella di Abby. La casa, i soldi, il futuro che avevano immaginato insieme, perfino il tempo trascorso come coppia dipendono improvvisamente da un’azienda che pretende fedeltà assoluta.

Avrei voluto, però, che Grisham concedesse ad Abby ancora più spazio.

In alcuni momenti diventa fondamentale, dimostra sangue freddo e capacità di adattamento, ma resta comunque troppo spesso confinata nel ruolo della moglie che aspetta, sospetta e infine aiuta. Il potenziale per farne una presenza ancora più incisiva c’era tutto, soprattutto considerando quanto le decisioni di Mitch abbiano conseguenze dirette anche sulla sua vita.

La vera protagonista del romanzo, alla fine, rimane forse proprio la Bendini, Lambert & Locke.

Più che uno studio legale sembra un organismo vivente.

Assume giovani brillanti, li nutre di denaro, status e privilegi, li isola lentamente e poi li rende indispensabili al sistema mentre il sistema diventa indispensabile a loro. È una forma di controllo molto più interessante della semplice minaccia fisica, perché Grisham mostra quanto sia facile accettare piccole limitazioni della propria libertà quando vengono accompagnate da abbastanza comodità.

Mitch inizialmente non viene costretto a entrare.

Vuole entrarci.

Ed è probabilmente questa la parte più riuscita dell’intera costruzione.

La gabbia funziona perché, quando la porta è ancora aperta, sembra un posto meraviglioso in cui vivere.

Nella seconda metà il ritmo cresce parecchio e il romanzo si trasforma progressivamente da legal thriller a storia di spionaggio e fuga. Entrano in gioco documenti da recuperare, copie da realizzare senza farsi scoprire, incontri clandestini, sorveglianza, pedinamenti, telefonate controllate e una quantità di denaro sufficiente a far venire un’emicrania anche al commercialista più motivato del mondo.

Qui Grisham dimostra finalmente quel talento che riconosco molto di più nei suoi romanzi: prende un problema apparentemente insolubile e comincia a smontarlo pezzo dopo pezzo, mostrando al lettore il piano senza rivelargli sempre tutto.

Funziona.

Non sempre con la stessa intensità, perché in alcuni passaggi la quantità di nomi, documenti, conti, copie e movimenti da seguire diventa quasi eccessiva, ma almeno finalmente avevo voglia di sapere come Mitch sarebbe riuscito a uscire da quella situazione senza farsi ammazzare, arrestare oppure entrambe le cose, possibilmente nello stesso pomeriggio.

Conclusione

Il finale è probabilmente la parte che più mi ha riconciliata con il romanzo, perché Mitch riesce a diventare qualcosa di diverso dalla vittima intelligente che avevamo seguito fino a quel momento. C’è una soddisfazione particolare nel vederlo tentare di fregare contemporaneamente persone che per centinaia di pagine erano convinte di poterlo controllare.

Non tutto mi è sembrato perfettamente credibile e qualche soluzione arriva con una facilità che contrasta un po’ con l’enorme complessità costruita in precedenza, ma il meccanismo complessivo regge e soprattutto porta finalmente quella tensione che avrei voluto trovare molto prima.

Ed è forse questo il mio problema principale con Il Socio: non penso sia un brutto libro.

Penso sia un libro che avrebbe potuto essere molto più efficace con meno pagine dedicate a costruire qualcosa che avevo già compreso.

Grisham vuole mostrarci quanto Mitch venga lentamente assorbito dallo studio, ma insiste così a lungo sul concetto che l’effetto finisce per indebolirsi invece di aumentare. Vuole farci conoscere la Bendini, Lambert & Locke in ogni dettaglio prima di mostrarcene la natura reale, ma il lettore ha già capito molto prima di Mitch che quel paradiso professionale puzza di zolfo.

Quando finalmente arriva il cuore del thriller, il romanzo cambia completamente faccia e diventa molto più vicino al Grisham che conosco e che apprezzo: intelligente, teso, capace di rendere avvincenti persino fotocopiatrici, dichiarazioni fiscali e faldoni pieni di documenti.

Che, diciamocelo, è praticamente un superpotere.

Il Socio rimane quindi una lettura strana per me, perché contiene contemporaneamente tutto ciò che apprezzo di John Grisham e buona parte di ciò che potrebbe farmelo detestare.

Mi piace il modo in cui usa il mondo legale senza trasformare il romanzo in una lezione di diritto, anche se qui il tribunale conta molto meno rispetto alla macchina finanziaria e professionale che circonda gli avvocati. Mi piace la zona grigia in cui costringe Mitch a muoversi e soprattutto il fatto che il protagonista debba salvarsi usando il cervello invece di trasformarsi improvvisamente in Jason Bourne con una laurea ad Harvard.

Mi piace moltissimo anche l’idea di fondo: un uomo che raggiunge esattamente il successo che desiderava e scopre che il vero problema non è ottenere tutto, ma capire cosa ti stanno chiedendo in cambio.

Quello che mi è mancato è stato il coinvolgimento.

Quella sensazione per cui devi leggere ancora un capitolo anche se domani suona la sveglia troppo presto.

Quella voglia di tornare ai personaggi appena chiudi il libro.

Quella tensione che dovrebbe accompagnare un uomo intrappolato tra FBI e mafia e che invece, per troppo tempo, rimane nascosta sotto montagne di ore fatturabili.

Il paradosso è che Il Socio diventa davvero interessante proprio quando Mitch smette di fare l’avvocato modello.

Quando non segue più le regole dello studio, quando non accetta quelle dell’FBI e quando comprende che nessuna delle persone che gli promettono protezione sta veramente lavorando nel suo interesse, il romanzo finalmente trova la propria identità.

E lì ho riconosciuto Grisham.

Solo che avevo dovuto aspettarlo parecchio.

Se questo fosse stato davvero il mio primo incontro con lui, probabilmente avrei pensato che il legal thriller non facesse per me e avrei tranquillamente proseguito con altro. Sapendo invece cosa è capace di fare, Il Socio mi sembra soprattutto il romanzo di uno scrittore che possiede già molti degli strumenti che lo renderanno riconoscibile, ma non ha ancora imparato a usarli tutti con la stessa precisione.

C’è l’idea.

C’è l’intelligenza.

C’è un antagonista collettivo estremamente efficace.

C’è un protagonista capace di reagire.

C’è persino una seconda parte che riesce finalmente a far correre la storia.

Manca soltanto quella continuità di tensione che avrebbe potuto trasformare una buona premessa in una lettura memorabile.

⭐⭐⭐

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