
Theo da Golden e la forma della felicità
In una mattina di primavera, un uomo molto anziano arriva a Golden, una piccola cittadina del sud degli Stati Uniti. Nessuno sa chi sia né da dove venga. Elegante ed enigmatico, dice soltanto di chiamarsi Theo e accenna vagamente a degli ‘affari da sistemare’.
Quando entra in una caffetteria del centro, scopre una galleria di novantadue ritratti a matita appesi alle pareti. Sono i volti degli abitanti di Golden, disegnati con straordinaria delicatezza da un artista locale.
Ne rimane incantato e matura un’idea semplice quanto radicale: acquistarli tutti e, uno a uno, restituirli ai loro ‘legittimi proprietari’.
Da quel momento, questa diventa la sua missione. Allo sguardo di Theo non sfugge niente: osserva, ascolta, riconosce negli altri le cicatrici invisibili che la vita lascia dietro di sé. E così ogni consegna si trasforma in un incontro capace di imprimere un segno profondo. Nascono amicizie inattese, vecchie ferite cominciano a rimarginarsi, persone abituate a sentirsi ignorate si scoprono finalmente accolte. Giorno dopo giorno, Theo risveglia emozioni dimenticate e intreccia i destini di una comunità intera, dimostrando che essere gentili, senza aspettarsi niente in cambio, è l’atto più rivoluzionario del nostro tempo. Ma il romanzo non si ferma solo a questo: ci sono un mistero da risolvere, un legame lontano, un destino che si deve compiere senza lasciare tracce…
Inno al potere dell’empatia e dei gesti senza clamore, Theo da Golden è un romanzo corale e toccante, ricco di personaggi indimenticabili, di amore e di condivisione. Un personaggio che riporta fiducia nell’umanità e che ci ricorda quanto la cura dell’altro restituisca pienezza al significato della vita.
Recensione
Forse avevo bisogno di incontrare un personaggio come Theo senza sapere di averne bisogno, perché in un periodo in cui siamo continuamente invitati a proteggerci dagli altri, a diffidare, a correre, a misurare il valore delle nostre giornate sulla quantità di cose che siamo riusciti a fare, Allen Levi costruisce un romanzo attorno a un uomo che sembra aver deciso di utilizzare il proprio tempo in maniera completamente diversa: osservando le persone.
Theo arriva a Golden quasi in punta di piedi, senza raccontare molto di sé e senza dare l’impressione di voler conquistare un posto preciso all’interno della comunità. È un uomo anziano, portoghese, educato fino a sembrare appartenere a un’epoca differente, curioso del mondo e degli esseri umani, capace di fermarsi davanti a un dettaglio che quasi tutti gli altri ignorerebbero. Gli piacciono i libri, l’arte, gli uccelli e soprattutto le storie, quelle vere che le persone si portano dietro e che raramente qualcuno ha abbastanza pazienza da ascoltare.
Di lui, però, sappiamo pochissimo.
E più Theo si interessa alle vite degli altri, più diventa evidente quanto sia bravo a evitare che gli altri facciano lo stesso con la sua.
Non è esattamente un uomo misterioso nel senso tradizionale del termine, perché non c’è niente di minaccioso nella sua reticenza e non abbiamo la sensazione che stia nascondendo un crimine o preparando chissà quale colpo di scena. Semplicemente Theo preferisce fare domande piuttosto che rispondere, spostando l’attenzione dal proprio passato alle persone che incontra, come se fosse arrivato a Golden non per raccontare la propria storia ma per raccogliere quelle degli altri.
Il punto di partenza è un piccolo caffè e novantadue ritratti a matita appesi alle pareti.
Sono opera di un artista del posto e rappresentano persone che frequentano o hanno frequentato quel locale. Theo li osserva, uno dopo l’altro, con quell’attenzione quasi ostinata che diventerà presto uno dei suoi tratti più riconoscibili, e si domanda perché quei ritratti siano ancora lì. Perché nessuno li abbia comprati. Perché quelle facce, disegnate con tanta cura, non siano finite nelle mani delle persone alle quali appartengono.
Così comincia ad acquistarli.
Non tutti insieme, perché sarebbe troppo semplice e soprattutto toglierebbe significato a ciò che vuole fare. Theo compra un ritratto, rintraccia la persona raffigurata e le scrive chiedendole di incontrarlo, per poi restituirle la propria immagine senza pretendere praticamente nulla in cambio.
O meglio, qualcosa vuole.
Vuole ascoltare.
L’idea dei novantadue ritratti nasce da un’esperienza reale di Allen Levi, che racconta di aver visto altrettanti disegni appesi alle pareti di un caffè della Georgia e di essersi domandato perché nessuno li acquistasse per restituirli ai loro soggetti. Da quella domanda è nato il seme dell’intero romanzo, ed è forse anche per questo che questa parte della storia possiede una naturalezza difficile da costruire artificialmente.
Perché quello che fa Theo potrebbe essere raccontato come una trovata tenera e basta, una di quelle premesse create apposta per far sciogliere il lettore nel giro di trenta pagine. Invece Levi riesce quasi sempre ad andare un po’ più in profondità.
Un ritratto non è semplicemente un bel disegno.
È qualcuno che si è fermato abbastanza a lungo da osservare il tuo viso.
Ha studiato una ruga, un’espressione, il modo in cui sorridi oppure non sorridi, e ha deciso che quel volto meritava ore del proprio tempo. Quando Theo restituisce quei disegni ai loro soggetti non sta regalando loro soltanto della carta incorniciata; sta mettendo davanti a ciascuno una rappresentazione di sé passata prima attraverso lo sguardo di un’altra persona.
Ed è qui che, secondo me, Theo da Golden e la forma della felicità trova la sua idea più bella.
Essere visti.
Non guardati, che è molto più semplice.
Visti.
Theo ha una capacità quasi disarmante di prestare attenzione alle persone che incontra. Non cerca immediatamente la grande tragedia da risolvere e non tratta ogni essere umano come un progetto da aggiustare, anche se qualche volta il romanzo si avvicina pericolosamente a questa sensazione. Fa qualcosa di molto più elementare e contemporaneamente molto più raro: lascia spazio.
Durante le consegne dei ritratti emergono quindi storie diverse, spesso apparentemente comuni, e Golden smette progressivamente di essere soltanto il luogo nel quale è arrivato un vecchio signore misterioso per diventare una rete di esistenze che fino a quel momento si erano incrociate senza necessariamente conoscersi davvero.
C’è chi porta dietro una perdita, chi ha smesso di riconoscere il proprio valore, chi sta affrontando una scelta, chi ha qualcosa da perdonare o da perdonarsi. Alcune vicende hanno più spazio, altre passano quasi velocemente, ma tutte contribuiscono a costruire quella sensazione di comunità che diventa il vero cuore del romanzo.
Theo non cambia Golden organizzando una rivoluzione.
Non fonda un’associazione, non sale su un palco a spiegare agli abitanti come dovrebbero vivere e fortunatamente non apre neppure un profilo social motivazionale dal quale dispensare frasi sulla gratitudine davanti a tramonti rigorosamente filtrati.
Compra dei ritratti.
Scrive lettere.
Ascolta storie.
Fa regali.
Si ricorda di dettagli che altri dimenticano.
E soprattutto sembra possedere una quantità di tempo infinita da dedicare agli esseri umani.
In un mondo narrativo in cui siamo abituati a pensare che un personaggio interessante debba per forza salvare qualcuno, combattere qualcosa o nascondere un trauma gigantesco, è quasi strano rendersi conto di quanto possa essere coinvolgente seguire un uomo che prende sul serio la gentilezza.
E attenzione, perché “gentilezza” è una di quelle parole che rischiano rapidamente di farmi venire l’orticaria quando vengono utilizzate con troppa insistenza.
La narrativa cosiddetta consolatoria ha sempre un problema: basta pochissimo perché una storia capace di scaldarti il cuore si trasformi in una tazza con scritto “sorridi alla vita e la vita sorriderà a te”.
Allen Levi cammina lungo questo confine per quattrocento e passa pagine, e non sempre riesce a rimanere perfettamente dalla parte giusta.
Theo è talmente buono, attento, saggio, disponibile e generoso che in alcuni momenti ho desiderato ardentemente che facesse qualcosa di banalmente antipatico. Non so, rubare l’ultimo biscotto dal piatto comune, mandare qualcuno a quel paese, occupare due posti al parcheggio. Qualsiasi cosa mi ricordasse che sotto tutta quella saggezza esisteva ancora un essere umano capace di svegliarsi male.
Scherzi a parte, il rischio di trasformarlo in una figura quasi ideale esiste e diventa evidente soprattutto quando le persone che incontra sembrano aprirsi a lui con una facilità che nella vita reale richiederebbe probabilmente qualche domanda in più.
Se un ottantaseienne che non conosco trovasse il mio indirizzo, mi scrivesse dicendo di possedere un mio ritratto e mi proponesse un incontro, confesso che prima di raccontargli i miei traumi probabilmente farei almeno una veloce ricerca su Google.
A Golden, invece, Theo sembra avere quella qualità indefinibile che convince quasi immediatamente gli altri a fidarsi di lui.
Potrebbe risultare poco credibile, e in qualche momento lo è, ma penso che il romanzo chieda abbastanza chiaramente al lettore di accettare una piccola sospensione dell’incredulità. Golden non vuole essere la riproduzione spietatamente realistica di una città contemporanea, così come Theo non è costruito per rappresentare l’ottantaseienne medio. C’è una qualità quasi allegorica nella storia, una specie di realtà appena spostata verso qualcosa di più luminoso, nella quale le persone sono ancora imperfette ma sembrano più disposte a concedersi reciprocamente una possibilità.
Una volta accettato questo patto, il libro funziona.
E funziona soprattutto perché Theo non è semplicemente un dispensatore di saggezza arrivato a Golden per aggiustare la vita degli altri.
Il dolore appartiene anche a lui.
Lo si avverte molto prima di conoscerne l’origine, nascosto in alcune pause, nella cura con cui guarda le persone e soprattutto nel modo in cui sembra comprendere immediatamente certe forme di sofferenza. La sua generosità non nasce dall’ingenuità di chi non ha mai conosciuto qualcosa di brutto, ma sembra piuttosto il risultato opposto: Theo conosce la perdita e proprio per questo ha scelto che cosa farne.
È questa sfumatura ad avermi impedito di percepirlo esclusivamente come un personaggio troppo perfetto.
La sua gentilezza non significa che la vita sia stata gentile con lui.
Essere buoni quando tutto funziona è relativamente semplice; decidere di continuare a rivolgersi al mondo con curiosità e affetto quando si conoscono già il lutto, l’assenza e la solitudine è una scelta molto più interessante.
Allen Levi non nasconde nemmeno la dimensione spirituale del personaggio. La fede fa parte del modo in cui Theo osserva le persone e interpreta la propria esistenza, così come appartiene dichiaratamente all’ispirazione dell’autore.
È probabilmente uno degli aspetti su cui mi sono sentita un po’ meno coinvolta.
Non perché la presenza della fede mi disturbi, ma perché preferisco quando la spiritualità di un personaggio emerge attraverso quello che fa invece di diventare una spiegazione di quello che fa. E per buona parte del romanzo è esattamente così: Theo non deve convincere nessuno, non distribuisce risposte prefabbricate e soprattutto non utilizza la propria fede come misura con cui giudicare gli altri.
Quando però il sottotesto diventa più esplicito, ho avvertito qualche passaggio più didascalico di quanto avrei desiderato.
È un difetto relativamente piccolo, perché il nucleo del libro rimane molto più universale: puoi condividere la fede di Theo, averne una completamente diversa oppure non averne nessuna e comprendere comunque ciò che Allen Levi sta raccontando.
Il bisogno di essere riconosciuti non appartiene a una religione.
La solitudine non chiede il certificato di battesimo.
E la possibilità di migliorare la giornata di qualcuno dedicandogli attenzione è abbastanza laica da funzionare praticamente ovunque.
Quello che mi ha sorpresa è stato anche il ritmo, perché Theo da Golden e la forma della felicità è un romanzo molto più lento di quelli che normalmente definiremmo “coinvolgenti”, eppure non ho avvertito quella lentezza come un problema per gran parte della lettura.
Succedono molte meno cose rispetto a quanto suggeriscano le sue oltre quattrocento pagine.
Eppure succedono molte persone.
Allen Levi preferisce costruire piccoli incontri, conversazioni, passeggiate, lettere e momenti apparentemente trascurabili, affidandosi alla curiosità del lettore verso gli abitanti di Golden molto più che alla necessità di sapere “cosa succederà adesso”.
Naturalmente esiste anche il mistero di Theo.
Da dove viene davvero?
Perché è arrivato proprio a Golden?
Perché sembra avere scelto un periodo preciso nel quale rimanere?
Che cosa sta evitando di raccontare?
Queste domande attraversano il romanzo senza trasformarlo in un mystery e personalmente ho apprezzato che Levi non le utilizzasse per costruire artificiosamente un cliffhanger dopo l’altro. Vogliamo conoscere Theo perché ci siamo affezionati a lui, non perché sospettiamo che tenga un cadavere dentro un armadio.
Anzi, a un certo punto il passato del protagonista passa quasi in secondo piano rispetto all’effetto che ha prodotto nel presente.
Ed è coerente con tutta la filosofia del libro.
Theo arriva in una città dove praticamente nessuno lo conosce e, attraverso gesti piccolissimi, modifica il modo in cui alcune persone percepiscono se stesse e gli altri. Non compie miracoli nel senso tradizionale del termine, ma provoca quella serie di conseguenze invisibili che normalmente non registriamo: dici qualcosa a una persona, quella persona porta con sé quelle parole, cambia leggermente il modo in cui affronta una situazione e quella modifica finisce magari per toccare qualcun altro.
La gentilezza, in questo romanzo, funziona quasi per contagio.
Finalmente un contagio che non ci dispiace.
Ed è proprio qui che entra in gioco la “forma della felicità” del titolo italiano, una scelta che trovo particolarmente adatta perché il romanzo non prova davvero a definire che cosa sia la felicità attraverso una formula.
Theo non è felice perché non ha sofferto.
Non è felice perché possiede abbastanza denaro da poter fare regali.
Non è felice perché la sua vita è perfetta.
La felicità che emerge dalle pagine sembra avere molto più a che fare con il significato che attribuiamo al tempo, con la capacità di meravigliarci ancora e soprattutto con le connessioni che decidiamo di costruire.
È una visione volutamente luminosa e probabilmente persino idealizzata.
E sapete che c’è?
Ogni tanto non mi dispiace.
Non ho bisogno che tutti i romanzi mi ricordino quanto faccia schifo il mondo. Riesco perfettamente a scoprirlo da sola accendendo il telegiornale o, nei giorni particolarmente masochisti, aprendo i commenti di Facebook.
Un libro può anche scegliere di raccontarmi qualcosa di buono.
L’importante è che non mi prenda per scema.
Theo da Golden e la forma della felicità nella maggior parte dei casi non lo fa, perché la bontà dei suoi personaggi non cancella il dolore e la felicità non viene utilizzata come premio per chi pensa positivo. Esistono perdite che non possono essere aggiustate, ferite che rimangono e passati che nessun ritratto potrà cancellare.
Theo non elimina queste cose.
Aiuta alcune persone a portarle diversamente.
Ed è molto più credibile.
Il romanzo diventa meno efficace quando spinge troppo sull’armonia e quando gli abitanti di Golden sembrano rispondere tutti esattamente nel modo necessario a confermare la filosofia del protagonista. Avrei apprezzato qualche resistenza maggiore, qualcuno che interpretasse male le sue intenzioni o una situazione nella quale la gentilezza di Theo non producesse alcun risultato immediato.
Perché succede.
Puoi essere disponibile, presente, generoso e trovare comunque davanti a te una porta chiusa.
La bontà non è un codice promozionale che inserisci nell’universo per ricevere automaticamente indietro il 20% di felicità.
Qualche incrinatura in più avrebbe reso il messaggio ancora più forte, proprio perché avrebbe dimostrato che valga la pena comportarsi come Theo anche quando non arriva una ricompensa narrativa.
Nonostante questo, sono arrivata alla fine con una sensazione che incontro molto più raramente di quanto vorrei.
Mi dispiaceva lasciare Golden.
Non perché Allen Levi abbia costruito un mondo straordinario nel senso classico del termine. Non ci sono magie, società impossibili o luoghi che richiedano mappe alla fine del volume. Golden è straordinaria proprio perché dovrebbe essere ordinaria: un caffè, una libreria, delle strade, un fiume, qualche panchina, persone che lavorano e tornano a casa portandosi dietro cose che nessuno può vedere.
E poi arriva Theo.
Non trasforma quella città in qualcosa che non era.
Le presta attenzione.
Forse è questo che mi è piaciuto di più dell’intero romanzo.
Allen Levi prende una comunità apparentemente qualsiasi e suggerisce che dentro le persone che incontriamo ogni giorno esistano già abbastanza storie da riempire centinaia di pagine, soltanto che normalmente non ci fermiamo ad ascoltarle.
Quei novantadue ritratti appesi alla parete diventano allora quasi una dichiarazione d’intenti: novantadue facce che qualcuno ha considerato abbastanza interessanti da disegnare e che qualcun altro, Theo, considera abbastanza importanti da cercare.
Non serve essere eccezionali per meritare di essere osservati.
Non serve aver compiuto qualcosa di memorabile.
A volte basta essere stati lì.
È un pensiero semplice, probabilmente persino ingenuo, ma durante la lettura mi ha colpita molto più di quanto avrei immaginato.
Conclusione
Theo da Golden e la forma della felicità non è quindi un romanzo perfetto e penso che il suo successo dipenda parecchio dalla disponibilità del lettore ad accettarne la sincerità senza scambiarla immediatamente per sentimentalismo. Se siete allergici alle storie edificanti, Theo potrebbe sembrarvi l’essere umano più insopportabilmente buono mai comparso sulla carta stampata e Golden una specie di dimensione parallela dove tutti hanno un’anima meravigliosa nascosta sotto qualche piccolo trauma.
Posso comprenderlo.
Anch’io, in alcuni passaggi, ho sentito Levi spingere un pochino troppo sul pedale dell’emozione e avrei preferito qualche sfumatura meno accomodante.
Ma non abbastanza da rovinare ciò che funziona.
Funziona Theo, con il suo mistero, le sue domande e quel modo tutto suo di rendere importante la persona che ha davanti.
Funzionano i ritratti, perché sono un espediente narrativo semplicissimo ma capace di generare storie diverse senza sembrare soltanto un pretesto.
Funziona Golden, che lentamente acquista una propria identità attraverso chi la abita.
E soprattutto funziona il messaggio centrale, perché dopo centinaia di pagine di gesti gentili Allen Levi riesce incredibilmente a non farmi venire voglia di lanciare il libro dalla finestra urlando «SÌ, HO CAPITO, DOBBIAMO ESSERE PIÙ BUONI».
Alla fine ho pensato molto meno alla bontà e molto di più all’attenzione.
Sono due cose diverse.
Essere gentili può ridursi a seguire le regole minime della convivenza civile, mentre prestare attenzione richiede tempo, curiosità e la volontà di uscire per qualche minuto dalla propria testa.
Theo guarda.
Theo ascolta.
Theo si ricorda.
Ed è probabilmente per questo che le persone gli raccontano tanto di sé: perché percepiscono che quello che stanno dicendo non finirà nel vuoto appena avranno smesso di parlare.
Forse la forma della felicità proposta da Allen Levi somiglia proprio a questo.
Non a una vita nella quale non accade niente di doloroso, ma a una vita nella quale quello che ci accade può essere condiviso con qualcuno disposto a rimanere abbastanza a lungo da ascoltarlo.
È un romanzo che, a tratti, idealizza troppo il mondo e le persone, che concede a Theo una saggezza quasi sovrumana e che avrebbe potuto guadagnare qualcosa lasciando entrare un po’ più di disordine dentro la sua Golden.
Ma è anche un romanzo delicato senza essere debole, emotivo senza vivere esclusivamente di tragedie e soprattutto pieno di una fiducia nell’essere umano che, di questi tempi, rischia quasi di sembrare fantascienza.
Quando l’ho chiuso non ho pensato di voler diventare Theo, perché francamente quel livello di pazienza con il prossimo continua a sembrarmi un obiettivo piuttosto ambizioso.
Ho pensato però che mi piacerebbe ricordarmi un po’ più spesso di fare quello che fa lui.
Guardare meglio.
Fare una domanda in più.
Ascoltare la risposta fino alla fine.
E magari ricordarmi che dietro una faccia incontrata cento volte potrebbe esserci una storia che non ho mai pensato di chiedere.
Se un romanzo riesce a lasciarmi con questa voglia, qualche eccesso di dolcezza sono anche disposta a perdonarglielo.
Dopotutto Theo arriva a Golden e compra dei ritratti.
Siamo noi, alla fine, a ricevere il regalo.
⭐⭐⭐⭐
