
Immortal Consequences. The Souls of Blackwood Academy #1
Alla Blackwood Academy, una scuola leggendaria ai confini dell’aldilà, gli studenti sono costretti a confrontarsi con una scelta determinata a segnare i loro destini: entrare nell’élite magica della scuola o attraversare “l’ignoto” durante il Decennale.
Questa volta però il Decennale non sarà una semplice celebrazione, ma una competizione spietata in cui uno solo arriverà in fondo.
Wren, una delle studentesse, è determinata a vincere, ma la competizione si rivela più oscura del previsto perché deve sfidarsi con August – un misterioso rivale che odia e ama allo stesso tempo.
Quando August le salva la vita donandole parte della sua anima, il loro legame si intensifica fino a permettere ai due di comunicare telepaticamente.
Così, mentre l’Accademia precipita nel caos, tra tradimenti e alleanze segrete, August e Wren si avvicinano sempre più trasformando il loro rapporto in una danza tra desiderio, pericolo e tradimento…
Recensione
Morire dovrebbe almeno avere il vantaggio di liberarti dagli esami, dalle competizioni scolastiche e da quella fastidiosa necessità di capire che cosa fare della tua esistenza. Alla Blackwood Academy, invece, scopri che l’aldilà può assomigliare parecchio a un collegio esclusivo nel quale tutti nascondono qualcosa, la magia è materia di studio e persino dopo la morte qualcuno continua a stabilire se sei abbastanza bravo da meritarti un futuro.
Non esattamente il riposo eterno che avevo immaginato.
La Blackwood Academy si trova infatti ai confini dell’aldilà ed è una specie di purgatorio destinato a giovani morti prematuramente, accomunati dall’aver già avuto un’esperienza di pre-morte prima di morire definitivamente. Qui gli studenti imparano a controllare capacità magiche, raccolgono anime e aspettano di scoprire quale sarà il loro destino, mentre il tempo trascorso nell’Accademia presenta un problema tutt’altro che secondario: rimanere troppo a lungo significa cominciare lentamente a dimenticare.
Prima piccoli dettagli.
Poi ricordi.
Poi persone.
Infine, inevitabilmente, se stessi.
È probabilmente questa l’idea che mi ha affascinata maggiormente, perché I.V. Marie trasforma l’immortalità in qualcosa di molto meno desiderabile di quanto siamo abituati a immaginare. Vivere per sempre potrebbe sembrare una fortuna finché non comprendiamo che il prezzo da pagare è perdere progressivamente tutto ciò che ci rende noi stessi, restando intrappolati in una specie di eternità vuota nella quale il corpo continua a esistere mentre la persona scompare.
Ogni dieci anni, però, la Blackwood offre una possibilità di fuga attraverso il Decennale, una competizione riservata a pochi studenti selezionati. Vincere significa poter raggiungere un livello superiore dell’Accademia oppure attraversare finalmente verso Aldilà, sottraendosi a quella lenta cancellazione dell’identità. Questa volta vengono scelti sei studenti: Wren, August, Irene, Masika, Olivier ed Emilio, sei ragazzi molto diversi tra loro che hanno in comune soprattutto una cosa piuttosto comprensibile.
Nessuno vuole perdere.
La premessa è ottima e per parecchie pagine Immortal Consequences sembra possedere tutti gli ingredienti necessari per diventare esattamente il tipo di dark academia nel quale mi piace perdermi. La Blackwood è elegante e inquietante, apparentemente ordinata ma attraversata da qualcosa che non convince mai completamente; le gerarchie sono rigide, i professori e gli Ascesi sembrano sapere molto più di quanto siano disposti a raccontare e il Decennale promette di trasformare la competizione scolastica in qualcosa di decisamente più pericoloso.
I.V. Marie è particolarmente brava nel creare la sensazione che il sistema abbia delle regole precise senza permetterci immediatamente di capire chi le abbia stabilite e soprattutto perché.
Ed è un dettaglio fondamentale, perché alla Blackwood Academy quasi tutti sembrano aver accettato come normale qualcosa che, osservato dall’esterno, normale non è affatto.
Gli studenti studiano.
Competono.
Raccolgono anime.
Aspettano.
Vedono altri ragazzi cominciare a perdere ricordi e identità.
E continuano comunque a rispettare una struttura che evidentemente possiede un potere enorme sulle loro esistenze.
Questa normalizzazione dell’assurdo avrebbe potuto diventare una delle parti più interessanti del romanzo e in alcuni momenti effettivamente lo è, soprattutto quando iniziano a emergere piccoli dettagli capaci di mettere in discussione tutto ciò che i protagonisti considerano certo. Il problema è che l’autrice introduce tantissimi elementi senza concedere sempre abbastanza spazio per comprenderli fino in fondo.
Ed è un problema che accompagna buona parte della lettura.
Immortal Consequences vuole essere contemporaneamente una dark academia, una storia di competizione, un fantasy corale, un mistero sull’origine dell’Accademia, un racconto sull’identità e sulla memoria, una storia d’amore tormentata e l’inizio di una saga più ampia.
Sono parecchie cose da far convivere.
La scelta di utilizzare sei punti di vista è probabilmente l’esempio più evidente. In teoria mi piace moltissimo, perché una competizione funziona meglio quando possiamo conoscere motivazioni differenti e non siamo costretti a seguire soltanto il personaggio che il romanzo ha già deciso essere il più importante.
Wren, August, Irene, Masika, Olivier ed Emilio hanno storie diverse, desideri differenti e soprattutto motivazioni molto personali per voler vincere il Decennale.
Wren è competitiva, sicura di sé e determinata a ottenere ciò che considera quasi un proprio diritto, anche se dietro quella sicurezza si nasconde una quantità di domande alle quali lei stessa non possiede ancora una risposta. August è il suo rivale storico e, naturalmente, tra i due esiste quella particolare forma di ostilità che nei fantasy contemporanei ha circa il novantanove per cento di possibilità di trasformarsi in qualcosa di molto meno ostile.
Il loro rapporto è centrale fin dall’inizio.
Si conoscono.
Si provocano.
Competono continuamente.
E soprattutto sembrano incapaci di decidere se preferirebbero battere l’altro oppure baciarlo.
Quando August salva Wren cedendole una parte della propria anima, il loro legame diventa anche letterale e permette loro di comunicare mentalmente, trasformando una rivalità già abbastanza complicata in una relazione nella quale la distanza diventa improvvisamente molto più difficile da mantenere.
L’idea funziona e alcuni scambi tra loro sono divertenti, ma confesso che proprio questa relazione è stata una delle parti che mi ha lasciata più indecisa.
Non perché il romance sia fuori posto.
Al contrario, possiede perfettamente il tono del romanzo e la tensione tra i due è costruita abbastanza bene da rendere comprensibile l’attrazione reciproca.
Il problema è che in un libro già affollato da sei protagonisti, una competizione, un mistero e un intero sistema magico ancora da comprendere, Wren e August finiscono inevitabilmente per assorbire molto spazio.
Irene è forse il personaggio che avrei voluto conoscere maggiormente. È talentuosa, imprevedibile, ribelle e possiede un rapporto complicato con Blackwood e con ciò che l’Accademia rappresenta. La sua amicizia con Masika contiene una tensione molto diversa da quella romantica tra Wren e August, perché mette in gioco lealtà, aspettative e la possibilità che due persone che si vogliono bene desiderino improvvisamente cose incompatibili.
Masika, a sua volta, mi è sembrata uno dei personaggi con maggiore potenziale emotivo, proprio perché il suo legame con Irene avrebbe potuto esplorare ancora più profondamente cosa succede quando una competizione costringe due persone a scegliere tra il proprio futuro e quello di qualcuno che amano.
Olivier ed Emilio aggiungono un’altra dinamica ancora. Olivier utilizza il fascino quasi come una barriera, preferendo giocare con i sentimenti altrui piuttosto che rischiare di mostrare i propri, mentre Emilio appare più silenzioso e riflessivo. Il loro rapporto avrebbe meritato maggiore respiro perché offre un contrappunto interessante alle altre relazioni del romanzo, ma proprio la quantità di personaggi impedisce spesso di restare abbastanza a lungo dentro uno di loro.
Ecco quindi il mio problema con i sei punti di vista: non mi hanno confusa, ma mi hanno lasciata affamata.
Ogni volta che un personaggio cominciava a diventare veramente interessante, il capitolo terminava e qualcuno prendeva il suo posto.
Di conseguenza conosciamo tutti, ma non sempre abbastanza.
È come essere invitati a una festa piena di persone affascinanti e riuscire a parlare con ciascuna soltanto cinque minuti prima che qualcuno ci trascini dall’altra parte della stanza.
Alla fine sai parecchie cose.
Ma hai conosciuto davvero qualcuno?
Con alcuni sì.
Con altri molto meno.
Anche il worldbuilding soffre di una sensazione simile.
La Blackwood Academy mi piace tantissimo come idea e avrei voluto sapere molto di più sul suo funzionamento quotidiano, sulle diverse forme di magia, sulla raccolta delle anime, sulle gerarchie interne, sull’Etere e soprattutto sulla storia di questa istituzione sospesa tra vita e morte.
L’autrice fornisce informazioni sufficienti a seguire la trama, ma non sempre abbastanza da rendere quel mondo completamente solido.
A volte una regola viene introdotta quando serve.
Una capacità emerge nel momento opportuno.
Un’informazione importante compare quando la trama ha bisogno di spostarsi nella direzione successiva.
Non ho mai avuto la sensazione che l’universo fosse completamente improvvisato, ma in diversi momenti riuscivo a percepire chiaramente che dietro ciò che vedevo mancavano ancora alcune stanze.
E per un fantasy ambientato in una scuola dell’aldilà è quasi un peccato mortale, passatemi il termine.
Avrei letto volentieri cinquanta pagine in più dedicate semplicemente alla vita dentro Blackwood se questo avesse permesso di capire meglio le sue regole e, soprattutto, perché gli studenti accettino così facilmente ciò che viene loro raccontato.
Perché siamo davanti a ragazzi considerati tra i migliori dell’Accademia, intelligenti e potenti, che però in diversi momenti sembrano sorprendentemente poco inclini a mettere in discussione il sistema in cui vivono.
Qualcosa non torna.
Lo percepiscono.
Scoprono informazioni sospette.
Vedono comportamenti ambigui.
Eppure alcune domande che per me sarebbero diventate immediatamente gigantesche vengono accantonate abbastanza facilmente.
Capisco che abbiano trascorso anni dentro la Blackwood e che per loro determinate cose siano normali, ma proprio questo aspetto avrebbe meritato maggiore approfondimento psicologico.
Quando vivi dentro un sistema abbastanza a lungo, smetti di vederne le assurdità.
È un tema interessantissimo.
Il romanzo lo suggerisce più che svilupparlo.
Fortunatamente il mistero compensa parecchio.
Più il Decennale avanza, più appare evidente che la competizione non sia esattamente ciò che è stata presentata ai ragazzi e che qualcuno stia giocando una partita molto più grande. L’arrivo di una figura capace di utilizzare una magia diversa da quella conosciuta alla Blackwood aggiunge un ulteriore livello di inquietudine, mentre vecchi segreti iniziano a collegarsi alle vite dei protagonisti.
È qui che la lettura mi ha coinvolta maggiormente.
I.V. Marie sa disseminare indizi senza sottolinearli troppo, lasciando che alcune informazioni apparentemente secondarie acquistino importanza molte pagine dopo. Il mistero legato all’Accademia cresce lentamente e funziona molto meglio quando smette di essere soltanto una domanda sul Decennale e comincia a riguardare l’intera struttura di Blackwood.
Chi ha creato questo sistema?
Perché?
Che cosa succede davvero agli studenti?
E soprattutto quanto di ciò che credono di sapere sulla propria morte, sulla propria magia e sul destino che li aspetta è realmente vero?
Sono domande che tengono insieme la seconda metà molto meglio di quanto faccia la competizione in sé.
Ed è curioso, perché il Decennale dovrebbe essere il grande motore narrativo del romanzo.
Le prove ci sono e alcune sono interessanti, ma non ho mai sentito quella tensione feroce che mi aspettavo da una competizione nella quale perdere dovrebbe avere conseguenze enormi. Forse proprio perché il romanzo deve continuamente interrompere le prove per seguire relazioni, misteri e retroscena, la gara non riesce sempre a diventare il centro emotivo della storia.
Non ho mai pensato davvero: devo sapere chi vincerà.
Pensavo molto più spesso: devo capire che diavolo sta succedendo alla Blackwood.
Che non è necessariamente un difetto, ma rende la premessa leggermente diversa da quella che mi aspettavo.
Dal punto di vista dell’atmosfera, invece, Immortal Consequences sa esattamente cosa vuole essere.
Oscura, elegante, decadente, piena di ragazzi bellissimi e problematici che camminano lungo corridoi di un’accademia soprannaturale portandosi dietro traumi, segreti e una quantità non trascurabile di cattive decisioni.
La Blackwood possiede quell’estetica irresistibile fatta di edifici antichi, rituali, conoscenze proibite e gerarchie misteriose, con l’aggiunta non trascurabile che gli studenti sono tecnicamente morti.
È difficile non lasciarsi affascinare.
I.V. Marie lavora bene soprattutto sulla sensazione di essere in un luogo sospeso, separato sia dal mondo dei vivi sia da ciò che dovrebbe venire dopo. Gli studenti esistono in una condizione provvisoria che può durare anni e proprio questa contraddizione rende l’Accademia inquietante: il purgatorio dovrebbe essere un passaggio, la Blackwood rischia invece di diventare una destinazione.
Più tempo trascorri lì, meno ricordi perché vorresti andartene.
È terribile.
Ed è una delle idee che avrei voluto vedere esplorata ancora di più.
Cosa significa innamorarsi di qualcuno mentre stai dimenticando la tua vita precedente?
Quanto rimani te stesso quando non ricordi più chi eri da vivo?
Un’amicizia costruita nell’aldilà vale meno di quella che avevi prima?
Se perdi tutti i ricordi, sei ancora la stessa anima oppure sei diventato qualcun altro?
Il romanzo sfiora domande enormi senza sempre fermarsi abbastanza a lungo.
Probabilmente è anche una conseguenza della sua natura young adult e del ritmo che vuole mantenere, ma qualche momento in più di introspezione avrebbe dato molto più peso alla posta in gioco.
Perché la vera minaccia di Immortal Consequences non è morire.
È già successo.
È dimenticarsi di essere mai vissuti.
Quando il romanzo insiste su questo aspetto, funziona magnificamente.
Quando torna alle dinamiche sentimentali più prevedibili o ad alcuni meccanismi tipici del fantasy accademico, diventa invece molto più familiare.
Anche la scrittura di I.V. Marie riflette questa doppia natura.
È molto scorrevole, costruita per far avanzare velocemente la lettura e particolarmente efficace nei dialoghi, soprattutto quando i personaggi si provocano. Non è una prosa che si ferma lungamente sulle descrizioni e non pretende di trasformare ogni corridoio della Blackwood in una poesia gotica.
Da una parte l’ho apprezzato perché oltre cinquecento pagine scorrono molto più velocemente di quanto ci si potrebbe aspettare.
Dall’altra avrei desiderato qualche descrizione in più proprio per rendere l’Accademia meno scenografia e più luogo.
È un equilibrio strano.
Il libro è lungo, ma alcune delle cose che mi interessavano maggiormente mi sono comunque sembrate troppo veloci.
Ed è probabilmente la sensazione che riassume meglio la mia lettura.
C’è tanto.
Forse troppo.
Questo non significa che mi sia annoiata.
Anzi, soprattutto nella seconda parte ho letto con molta curiosità e il finale riesce nel suo intento principale: farmi desiderare di sapere cosa succederà dopo.
E qui devo riconoscere a I.V. Marie una cosa importante.
Sa perfettamente come chiudere un primo volume.
Non risolve tutto.
Non dovrebbe.
Ma sposta abbastanza pezzi da cambiare la nostra percezione di ciò che abbiamo letto e lascia alcuni personaggi in posizioni molto più interessanti rispetto a quelle da cui erano partiti.
Il rischio dei primi volumi è sembrare quattrocento pagine di preparazione a un libro successivo.
Conclusione
Immortal Consequences qualche volta ci si avvicina, soprattutto perché è evidente che molte delle domande più grandi appartengano alla saga e non a questo singolo romanzo, ma possiede comunque un arco abbastanza definito da non sembrare soltanto un gigantesco prologo.
Il finale, soprattutto, migliora retroattivamente alcune parti della storia.
Piccoli comportamenti diventano sospetti.
Certe informazioni assumono un peso diverso.
Alcuni rapporti cambiano significato.
Ed è esattamente ciò che voglio da un buon mistero.
Non necessariamente una rivelazione talmente assurda da non poter essere prevista, ma qualcosa che mi faccia voltare mentalmente indietro e pensare che gli indizi c’erano.
Il problema è che per arrivare a quella parte bisogna accettare una prima metà molto più impegnata a presentare il proprio universo che a farlo realmente esplodere.
E non tutti avranno la pazienza.
Io l’ho avuta, ma sono arrivata alla fine con la sensazione di aver letto un libro che possiede più potenziale di quanto riesca ancora a esprimere.
È forse la cosa più frustrante.
Non vedo un’idea debole eseguita decentemente.
Vedo un’idea fortissima eseguita in maniera discontinua.
La Blackwood Academy avrebbe potuto diventare uno di quei luoghi letterari nei quali hai la sensazione di essere entrata davvero, mentre per il momento ne ho visto soprattutto i corridoi principali.
I sei protagonisti avrebbero potuto diventare un cast memorabile, mentre alcuni mi sono rimasti molto più impressi di altri.
Il Decennale avrebbe potuto provocarmi l’ansia di una competizione senza via d’uscita, mentre ho seguito le prove soprattutto per capire cosa nascondessero.
La relazione tra Wren e August funziona, ma avrebbe potuto lasciarmi molto più spazio per affezionarmi agli altri.
Ed è per questo che Immortal Consequences rimane per me esattamente a metà strada tra entusiasmo e frustrazione.
Mi piace quello che vuole fare.
Mi piacciono parecchie delle cose che fa.
Vorrei che ne facesse alcune meglio.
La buona notizia è che siamo soltanto all’inizio della serie e il mondo costruito da I.V. Marie possiede abbastanza segreti da giustificare un ritorno alla Blackwood Academy. Il primo volume sembra soprattutto impegnato a spostare i personaggi nelle posizioni necessarie affinché qualcosa di molto più grande possa iniziare, e il finale suggerisce chiaramente che la partita vera debba ancora essere giocata.
Quindi sì, voglio sapere cosa succede dopo.
Non perché sia rimasta completamente conquistata, ma perché ci sono abbastanza domande aperte da avermi agganciata.
Voglio conoscere meglio la Blackwood.
Voglio capire alcuni personaggi che qui hanno avuto troppo poco spazio.
Voglio vedere cosa succede quando ragazzi abituati a competere tra loro cominciano finalmente a domandarsi se il problema non sia la competizione, ma chi ha costruito le regole.
E soprattutto voglio capire fino a che punto I.V. Marie sia disposta a spingersi con l’idea più interessante del libro: un aldilà nel quale la cosa peggiore non è essere morti, ma avere a disposizione un’eternità abbastanza lunga da dimenticare perché la propria vita fosse importante.
Immortal Consequences non è quindi diventato il nuovo dark academia della mia vita, nonostante sulla carta avesse praticamente compilato la lista dei miei gusti uno per uno.
Accademia inquietante? Presente.
Magia? Presente.
Competizione pericolosa? Presente.
Personaggi moralmente discutibili? Naturalmente.
Segreti, anime e gente morta che continua ad avere problemi sentimentali? Anche.
Il materiale c’era tutto.
Forse era proprio troppo.
I.V. Marie ha preparato un tavolo pienissimo e io ho assaggiato parecchie cose interessanti, ma quando mi sono alzata avevo ancora la sensazione che mancasse il piatto capace di farmi ricordare davvero la cena.
Per il momento, quindi, lascio la Blackwood con parecchie domande, alcuni personaggi che voglio assolutamente ritrovare e un consiglio per la direzione dell’Accademia: se anche da morti bisogna affrontare esami, gare e drammi sentimentali, la brochure sull’aldilà andrebbe seriamente rivista.
⭐⭐⭐
