[Recensione] Nella casa dei segreti

by R.
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Copertina del libro Nella casa dei segreti di Freida McFadden, mostrata in prospettiva su sfondo nero, con una grafica intensa dominata da una porta rossa in legno e una serratura dorata attraverso cui si vede un occhio azzurro, creando un’atmosfera inquietante e claustrofobica legata a segreti domestici, suspense psicologica e tensione da thriller.

Nella casa dei segreti. The Housemaid #2

Dopo aver perso il precedente impiego, Millie ringrazia la sua buona stella quando viene assunta senza referenze da Douglas Garrick, un ricco specialista nel settore delle tecnologie, per tenere in ordine lo splendido attico con vista sulla città e preparare invitanti pasti in una modernissima cucina.

C’è un’unica condizione: non deve interagire con Wendy, la moglie di Douglas, che è malata, risiede nella camera degli ospiti e non può essere disturbata per nessun motivo.

Millie accetta ma ben presto capisce che qualcosa non va in quella casa e che non è tutto oro ciò che luccica: sente Wendy piangere e rinviene strane macchie di sangue sulle sue camicie da notte quando fa il bucato. E così un giorno non può fare a meno di bussare alla porta della stanza degli ospiti.
Quando si apre delicatamente, quello che vede all’interno cambia tutto…

Recensione

Freida McFadden sa fare una cosa particolarmente bene: convincerti che hai capito tutto e aspettare pazientemente il momento giusto per dimostrarti che no, non avevi capito proprio niente.

Il problema è che, arrivati al secondo giro, ormai lo sappiamo.

Dopo Una di famiglia, tornare da Millie Calloway significa ritrovare una protagonista che ha un talento praticamente soprannaturale per infilarsi nelle case sbagliate, lavorare per le persone sbagliate e soprattutto ficcare il naso esattamente dove le viene detto di non farlo. Potremmo definirla curiosità. Potremmo definirla incapacità di farsi gli affari propri. Personalmente propendo per la seconda, ma senza questa caratteristica avremmo probabilmente un romanzo di trenta pagine, quindi ben venga.

Questa volta Millie è alla ricerca di un nuovo lavoro e non si trova esattamente nella posizione di fare la difficile. Quando Douglas Garrick, ricchissimo uomo d’affari nel settore tecnologico, la assume per occuparsi del suo meraviglioso attico di Manhattan, sembra quasi che le cose stiano finalmente girando dalla parte giusta.

Casa da sogno, cucina che probabilmente costa più di tutto ciò che possiedo, stipendio interessante e un datore di lavoro apparentemente gentile.

Naturalmente c’è una regola.

Perché in questi libri c’è sempre una regola.

Millie non deve entrare nella camera degli ospiti e, soprattutto, non deve disturbare Wendy, la moglie di Douglas, che sarebbe molto malata e avrebbe bisogno di assoluto riposo.

Ora.

Se qualcuno vi offre un lavoro in una casa gigantesca e vi dice: «Puoi andare ovunque, tranne che dietro quella porta», voi cosa fate?

Esatto.

State lontanissimi da quella porta.

Millie no.

Millie sente rumori. Sente piangere Wendy. Trova quelle che sembrano macchie di sangue sui suoi vestiti. Comincia a rendersi conto che il comportamento di Douglas non è esattamente quello del marito premuroso dell’anno e, da quel momento, la sua curiosità prende definitivamente il controllo.

Il problema è che Nella casa dei segreti gioca fin dall’inizio su un terreno molto familiare. Abbiamo una casa elegante, una coppia apparentemente perfetta, una donna che potrebbe essere in pericolo, un uomo che sembra nascondere qualcosa e Millie che osserva tutto cercando di capire che cosa stia succedendo.

E se avete letto Una di famiglia, sapete già una cosa fondamentale: in un romanzo di Freida McFadden non bisogna mai fidarsi della prima versione dei fatti.

Né della seconda.

Probabilmente neanche della terza, già che ci siamo.

Questa consapevolezza è stata per me contemporaneamente uno dei punti di forza e uno dei limiti del romanzo.

Perché Freida McFadden è bravissima a costruire quel tipo di thriller che ti porta inevitabilmente a dire «ancora un capitolo».

I capitoli sono brevi, la scrittura è estremamente scorrevole, succede sempre qualcosa che rimette in discussione quello che hai appena letto e il romanzo non pretende mai di essere qualcosa che non è. Non vuole diventare un trattato sulla psicologia criminale, non vuole insegnarci il significato della vita e fortunatamente nessuno si ferma per venticinque pagine a descrivere le tende.

Vuole intrattenere.

E in questo funziona.

Il punto è che dopo Una di famiglia avevo aspettative diverse.

Non necessariamente più alte: diverse.

Il primo romanzo riusciva a giocare molto bene sull’effetto sorpresa perché non conoscevo ancora completamente i meccanismi narrativi dell’autrice. Qui invece sono entrata nella storia sapendo perfettamente che prima o poi qualcuno avrebbe ribaltato il tavolo urlando metaforicamente: «AH! CREDEVI DAVVERO CHE FOSSE COSÌ?».

E quindi ho trascorso buona parte della lettura aspettando il momento in cui sarebbe successo.

Quando sai che il prestigiatore sta per tirare fuori il coniglio dal cilindro continui comunque a guardarlo, ma magari inizi anche a fissargli le maniche.

Ed è esattamente quello che ho fatto.

Douglas Garrick, per esempio, viene costruito fin dall’inizio in maniera abbastanza precisa. Ricco, affascinante, apparentemente premuroso ma circondato da piccoli segnali che iniziano immediatamente a far suonare qualche campanello d’allarme.

E l’autrice vuole che quei campanelli li sentiamo. Forte. Fortissimo.

A un certo punto praticamente entra nella stanza con una campana della chiesa.

Millie, dal canto suo, resta un personaggio che mi diverte perché possiede quella particolare combinazione di istinto di sopravvivenza e totale predisposizione al disastro che rende impossibile non chiedersi che cosa farà dopo.

Sappiamo da dove arriva. Sappiamo che cosa ha vissuto. Sappiamo soprattutto che possiede una morale tutta sua quando si tratta di proteggere qualcuno che considera vittima di un abuso.

Ed è proprio questo aspetto a rendere plausibile il suo coinvolgimento nella situazione dei Garrick.

Millie non vede semplicemente una donna in difficoltà.

Vede qualcosa che conosce.

Riconosce determinati segnali e, proprio perché il suo passato le ha insegnato che spesso dietro una porta chiusa succedono cose che il resto del mondo preferisce ignorare, decide che non può voltarsi dall’altra parte.

Questo lato del personaggio continua a piacermi.

Molto meno mi convince, ogni tanto, la sua capacità di prendere decisioni che farebbero venire un esaurimento nervoso a qualsiasi persona dotata di un minimo istinto di autoconservazione.

Millie, amore mio.

Ogni tanto puoi anche chiamare qualcuno.

Non devi per forza risolvere personalmente tutti i problemi di Manhattan.

Promesso.

Naturalmente, però, Nella casa dei segreti non sarebbe un thriller di Freida McFadden se tutto fosse davvero come appare.

La narrazione cambia prospettiva e quello che fino a quel momento sembrava abbastanza semplice comincia lentamente a deformarsi. Il romanzo è infatti costruito anche attraverso punti di vista differenti, elemento utilizzato proprio per mettere continuamente in discussione ciò che il lettore crede di sapere.

La prima parte è scorrevole, sì, ma anche abbastanza prevedibile nella costruzione. La seconda introduce finalmente quell’ambiguità che mi aspettavo e comincia a giocare in maniera più interessante con il concetto di vittima, carnefice, manipolazione e percezione.

Quanto conosciamo davvero una persona?

Quanto siamo disposti a credere a una storia quando quella storia coincide perfettamente con ciò che ci aspettiamo di vedere?

E soprattutto: quando abbiamo deciso chi sia il cattivo, quanto diventa difficile ammettere che potremmo esserci sbagliati?

Sono domande interessanti.

Avrei però voluto che l’autrice ci giocasse un po’ di più.

Perché il romanzo ha una caratteristica che ormai considero quasi il marchio di fabbrica dell’autrice: corre.

Corre tantissimo.

A volte troppo.

La sua capacità di eliminare qualsiasi tempo morto rende i libri divorabili, ma porta inevitabilmente a sacrificare qualcosa. Qui, secondo me, quel qualcosa è soprattutto la profondità psicologica.

Ci sono situazioni che avrebbero potuto essere molto più disturbanti se avessero avuto il tempo di sedimentare.

Ci sono rapporti che avrei voluto vedere approfonditi.

Ci sono personaggi che funzionano perfettamente come pedine della trama, ma molto meno come esseri umani.

E questo è probabilmente il motivo principale per cui, pur essendomi divertita, il romanzo non mi ha completamente conquistata.

È una macchina narrativa costruita bene.

Solo che ogni tanto riesci a vedere gli ingranaggi.

E in un thriller psicologico preferisco dimenticarmi che esistano.

La stessa cosa vale per i colpi di scena.

Funzionano?

Sì.

Mi hanno sorpresa?

Alcuni.

Mi hanno fatta rimanere cinque minuti a fissare il muro rivalutando tutto ciò che pensavo di sapere sulla vita?

Ehm.

No.

E forse il problema è proprio il confronto inevitabile con Una di famiglia. Freida McFadden utilizza nuovamente alcuni meccanismi che conosciamo e li modifica abbastanza da costruire una nuova storia, ma non abbastanza da farmi provare quella stessa sensazione di sorpresa.

Questo non significa che la storia sia banale. Alcuni ribaltamenti sono ben costruiti e soprattutto costringono a reinterpretare parecchie scene precedenti. Ed è sempre una delle cose che apprezzo maggiormente nei thriller: quando una rivelazione non arriva dal nulla, ma ti fa pensare a piccoli dettagli che avevi già sotto gli occhi.

Quello mi piace.

Mi piace molto meno quando il colpo di scena sembra esistere principalmente perché bisogna avere un colpo di scena.

Perché se ogni personaggio mente, ogni scena nasconde qualcosa e ogni certezza deve necessariamente essere demolita, arriva un momento in cui smetti di fidarti completamente della storia.

E non nel senso positivo.

Inizi semplicemente a pensare: «Va bene, non ci credo. Aspetto altre cinquanta pagine».

In compenso, la scrittura di Freida McFadden resta incredibilmente efficace.

Non è ricercata, non vuole esserlo.

È diretta, veloce, quasi compulsiva. I capitoli corti sono criminali perché ogni volta pensi di poterne leggere un altro senza conseguenze e mezz’ora dopo sei ancora lì.

È il corrispettivo letterario delle patatine. Sai benissimo che potresti fermarti. Non lo fai.

Conclusione

Nella casa dei segreti si legge infatti con una facilità quasi imbarazzante. Nonostante alcune perplessità sulla trama, non ho mai avuto voglia di abbandonarlo e non mi sono praticamente mai annoiata.

E per un thriller non è un complimento da poco.

C’è tensione.

C’è curiosità.

C’è quella sensazione costante che qualcosa sia fuori posto.

La casa dei Garrick funziona benissimo come ambientazione proprio perché parte dall’idea del luogo perfetto: un attico lussuoso, ordinato, apparentemente invidiabile, dove ogni cosa dovrebbe comunicare sicurezza e successo. E invece basta una stanza chiusa per trasformarlo in qualcosa di soffocante.

È uno dei contrasti più riusciti del romanzo.

Fuori è tutto vetro, lusso e perfezione.

Dentro qualcuno piange dietro una porta.

Non serve molto altro.

Eppure avrei voluto sentire maggiormente quella claustrofobia.

Avrei voluto che la casa diventasse quasi un personaggio.

Che il disagio crescesse più lentamente.

Che Freida McFadden mi lasciasse qualche pagina in più per dubitare veramente di ciò che stavo leggendo invece di trascinarmi velocemente verso la successiva rivelazione.

Paradossalmente, il romanzo avrebbe guadagnato qualcosa rallentando.

Non tantissimo, eh.

Non sto chiedendo a Freida McFadden di diventare Tolstoj.

Calma.

Ma cinquanta pagine in più dedicate ai personaggi anziché ai meccanismi della trama avrebbero probabilmente trasformato una lettura piacevole in qualcosa di decisamente più incisivo.

Perché l’idea centrale funziona.

Funziona soprattutto il tema della manipolazione, quella capacità di costruire una versione dei fatti sufficientemente credibile da convincere non soltanto chi ci sta intorno ma perfino il lettore.

E Millie è il personaggio perfetto per cascarci.

Non perché sia ingenua.

Anzi.

Proprio perché pensa di riconoscere perfettamente certe dinamiche.

Il suo passato diventa contemporaneamente la sua forza e il suo punto cieco: crede di sapere cosa sta guardando perché ha già visto qualcosa di simile.

Ed è forse l’aspetto psicologicamente più interessante dell’intero romanzo.

Vediamo ciò che conosciamo.

Interpretiamo la realtà attraverso quello che abbiamo vissuto.

E qualcuno abbastanza intelligente può sfruttare esattamente questo meccanismo contro di noi.

Peccato che il libro sfiori questa idea senza affondarci davvero le mani.

Alla fine, quindi, mi sono ritrovata con una sensazione piuttosto precisa: mi sono divertita, ma non sono rimasta folgorata.

Nella casa dei segreti è uno di quei thriller che fanno benissimo il proprio lavoro mentre li stai leggendo. Ti tengono compagnia, ti incuriosiscono, ti fanno costruire teorie e ogni tanto te le distruggono con una certa soddisfazione.

Poi lo chiudi.

E passi abbastanza velocemente oltre.

Non c’è stato quel personaggio che mi sia rimasto davvero addosso, né quella rivelazione capace di farmi ripensare per giorni alla storia.

E forse va bene anche così.

Non tutti i thriller devono traumatizzarci per poter funzionare.

A volte voglio semplicemente un libro che mi faccia dimenticare per qualche ora che dovrei fare cose molto più produttive e mi convinca invece che sia assolutamente indispensabile sapere cosa diavolo nasconda una ricchissima coppia di Manhattan.

Da questo punto di vista, missione compiuta.

Se avete amato Una di famiglia, ritrovare Millie sarà sicuramente piacevole. Ritroverete anche quella particolare capacità di Freida McFadden di trasformare situazioni apparentemente semplici in una matrioska di bugie dove, appena pensate di essere arrivati alla verità, scoprite che c’è ancora un altro strato da aprire.

Personalmente, però, questa volta avrei preferito qualche matrioska in meno e qualche personaggio in più.

Metaforicamente parlando, naturalmente.

Nella casa dei segreti resta un thriller scorrevole, furbo e costruito per essere divorato. Non reinventa il genere e, soprattutto per chi conosce già l’autrice, alcuni trucchi cominciano a essere riconoscibili. Ma sa intrattenere e sa farlo senza appesantirsi, con quella scrittura velocissima che probabilmente è una delle ragioni principali del successo di Freida McFadden.

⭐⭐⭐

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