[Recensione] Il libro delle porte

by R.
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Copertina del libro Il libro delle porte di Gareth Brown, mostrata in prospettiva su sfondo nero, con una raffinata illustrazione dai toni blu notte e oro che raffigura porte sospese, libri decorati e motivi ornamentali su uno sfondo ricco e misterioso, evocando un romanzo fantastico pieno di magia, segreti, viaggi impossibili e atmosfere da biblioteca incantata.

Il libro delle porte

A New York quella sera nevica, Cassie Andrews guarda la cascata dei fiocchi bianchi dalla vetrina della libreria in cui lavora e, dall’altra parte della strada, il cruciverba di finestre accese-spente. Sono gli ultimi momenti di normalità.

Sta per chiudere il negozio quando trova sulla sua abituale poltrona un affezionato cliente, l’anziano signor Webber, senza vita. Sul tavolino di fronte a lui c’è un piccolo libro, ma non è tra quelli in vendita, e non è lì per caso. Leggerissimo, dorso in pelle, ha pagine ricoperte di caratteri e disegni indecifrabili.

Questo è Il libro delle Porte. Tienilo in mano, e ogni porta è tutte le porte, si legge sul frontespizio. Tornata a casa, Cassie scopre che il volumetto le consente di raggiungere qualsiasi luogo: è bastato pensare a Venezia e abbassare la maniglia di una porta, nell’appartamento che condivide con l’amica Izzy, e lì s’è ritrovata, in una stradina acciottolata della città, sotto una pioggia sottile.

Quel libro così speciale non è unico nel suo genere, ma è il più ambito, e senza saperlo Cassie è appena diventata un bersaglio. La sola persona che può aiutarla è il proprietario di una biblioteca segreta di libri magici che ha dedicato la vita a salvaguardarli. Cassie, Izzy e la loro nuova conoscenza Drummond Fox devono allora unire le forze per trovare quanti più esemplari possibile e proteggere Il libro delle Porte prima che cada nelle mani di opportunisti senza scrupoli, pronti a sfruttarne i poteri per tornaconto.

Un viaggio fantastico e labirintico in giro per il mondo, al confine tra reale e irreale – nel regno infinito dove nasce l’immaginazione.

Recensione

Avete presente quei libri che sembrano guardarvi dallo scaffale con aria innocente e poi, appena li aprite, vi trascinano in un vortice di magia, viaggi impossibili, libri misteriosi e gente che chiaramente non ha mai sentito parlare di “gestione sana dell’ambizione personale”? Ecco, Il libro delle porte di Gareth Brown appartiene a quella categoria lì: romanzi che partono con una promessa meravigliosa e, pur con qualche inciampo, riescono a regalare una lettura coinvolgente, immaginifica e molto più emozionante di quanto ci si potrebbe aspettare.

La protagonista è Cassie Andrews, una giovane libraia di New York che vive una vita abbastanza normale: lavora tra gli scaffali, ama i libri, condivide la casa con la migliore amica Izzy e sembra procedere in quella routine un po’ sospesa di chi non sta male, ma forse non sta nemmeno vivendo davvero a pieno. Poi un cliente abituale muore nel negozio e le lascia un libro misterioso. Non un volume qualsiasi, ovviamente, perché sarebbe stato troppo semplice e decisamente meno interessante. Si tratta del Libro delle porte, un oggetto magico capace di trasformare qualunque porta in un passaggio verso qualunque luogo.

Ora, ditemi voi se non è una premessa da “scusate, devo mollare tutto e leggere”. Un libro che apre porte ovunque? Una libreria? New York? Segreti? Oggetti magici? Il mio livello di attenzione era già altissimo.

Il bello è che Gareth Brown parte da un’idea semplice, quasi infantile nella sua immediatezza — aprire una porta e trovarsi altrove — e la trasforma in qualcosa di più ampio. Perché il Libro delle Porte non è l’unico oggetto magico esistente. Ci sono altri libri, ognuno con un potere diverso, e attorno a questi volumi ruota un mondo nascosto fatto di collezionisti, custodi, persone disposte a tutto pur di possederli e altre che invece cercano disperatamente di proteggerli. Insomma, il classico caso in cui qualcuno trova un oggetto meraviglioso e dopo circa cinque minuti scopre che mezzo mondo vuole ucciderlo. Che gioia.

Cassie è una protagonista con cui è facile entrare in sintonia. Non è l’eroina predestinata con il destino scritto nelle stelle e il mantello già stirato nell’armadio. È una ragazza normale che si ritrova tra le mani qualcosa di enorme, affascinante e pericoloso. La sua reazione iniziale è credibile: prima lo stupore, poi l’entusiasmo, poi quella lenta presa di coscienza che la magia, come spesso accade nei romanzi migliori, non arriva mai gratis. Ogni meraviglia ha un prezzo. E, in questo caso, il prezzo rischia di essere parecchio salato.

Mi è piaciuto molto il modo in cui il romanzo restituisce il senso di meraviglia. Le prime scoperte legate al libro hanno quel sapore bellissimo da avventura pura: la possibilità di entrare in una stanza e uscire dall’altra parte del mondo, il desiderio di vedere luoghi impossibili, la vertigine di capire che le regole ordinarie non valgono più. C’è qualcosa di profondamente seducente in questa fantasia. Chi non vorrebbe una porta per Parigi, per Venezia, per Tokyo, per un luogo amato o perduto? Io già mi vedevo usarlo per andare a comprare il pane in una boulangerie francese e tornare a casa come se niente fosse. Priorità discutibili, lo so, ma almeno concrete.

Accanto a Cassie c’è Izzy, la migliore amica, che rappresenta una parte importante dell’equilibrio emotivo del romanzo. Il loro rapporto è uno degli elementi che funzionano meglio perché non è messo lì solo per dare alla protagonista qualcuno con cui parlare. Izzy è presenza, radice, contrasto. È quella parte di realtà che prova a tenere Cassie ancorata quando tutto intorno inizia a sfaldarsi. E, soprattutto, è una persona con paure molto comprensibili. Perché va bene la magia, va bene l’avventura, va bene il fascino dell’impossibile, ma quando inizi a essere inseguita da gente pericolosa forse due domande te le fai. Giustamente.

Uno dei personaggi più interessanti, però, è Drummond Fox. Il suo ruolo introduce una dimensione più malinconica e più cupa alla storia. Non è solo il classico custode dei segreti, quello che arriva per spiegare alla protagonista come funziona il mondo magico. È un uomo segnato, spaventato, nascosto da un passato che continua a inseguirlo. Mi è piaciuto perché porta con sé il peso delle conseguenze. Dove Cassie vede ancora lo stupore, lui conosce già il pericolo. Dove lei intravede possibilità, lui vede perdite, minacce, colpe. Questo contrasto dà profondità al romanzo e impedisce alla storia di diventare solo una bella giostra magica.

La parte più riuscita de Il libro delle porte, secondo me, è proprio l’idea dei libri come oggetti di potere. Non libri “magici” in senso decorativo, non volumi antichi messi lì per fare atmosfera da biblioteca polverosa. Qui i libri agiscono, modificano la realtà, cambiano il destino delle persone. Possono aprire porte, creare illusioni, manipolare emozioni, infliggere dolore, alterare il tempo e la percezione. Ogni libro è una possibilità, ma anche una minaccia. Ed è una metafora talmente evidente e talmente bella che quasi gliela perdoniamo anche quando il romanzo la calca un po’ troppo.

Perché sì, qualche difetto c’è.

Il primo riguarda il ritmo. L’inizio è fortissimo: intrigante, rapido, pieno di mistero. Poi, nella parte centrale, la storia ogni tanto si allarga molto, introduce informazioni, personaggi, regole e deviazioni che non sempre mantengono la stessa intensità. Non posso dire di essermi annoiata, perché la curiosità resta viva, però ho avuto la sensazione che il romanzo volesse fare tantissime cose insieme. Fantasy urbano, avventura, thriller, riflessione sul lutto, viaggio nel tempo, magia dei libri, amicizia, destino, trauma.

Anche la gestione dei poteri, in alcuni punti, richiede una certa sospensione dell’incredulità. Ora, lo so: stiamo parlando di libri magici che alterano la realtà, quindi forse non dovrei mettermi con il taccuino da revisore a chiedere coerenza matematica. Però quando una storia costruisce un sistema magico così affascinante, io voglio capire bene limiti, regole e conseguenze. In certi momenti, invece, tutto sembra un po’ elastico: il potere funziona come serve alla trama, il che non è necessariamente un dramma, ma ogni tanto si sente.

Detto questo, il romanzo riesce comunque a coinvolgere. Soprattutto perché, dietro l’avventura fantastica, c’è un cuore emotivo molto chiaro: il rapporto con la perdita. Il libro delle porte non parla solo di viaggi impossibili, ma anche del desiderio umano di tornare indietro, di correggere ciò che è andato storto, di rivedere chi non c’è più, di aprire una porta su una versione diversa della propria vita. Ed è qui che il romanzo smette di essere solo “carino” e diventa più interessante. Perché tutti, almeno una volta, abbiamo desiderato una porta così. Una porta per tornare a un momento preciso. Una porta per dire una frase rimasta incastrata in gola. Una porta per restare un minuto in più.

Brown lavora bene su questa malinconia. Non sempre con la stessa finezza, ma con sincerità. Ci sono passaggi in cui il romanzo riesce davvero a toccare corde delicate, soprattutto quando mostra quanto possa essere pericoloso confondere il dono della possibilità con l’illusione del controllo. Avere una porta per ogni luogo non significa avere una via d’uscita da ogni dolore. E questa, secondo me, è la parte più bella del libro. Perché la magia non cancella il lutto, non ripara tutto, non trasforma le ferite in decorazioni luminose. Al massimo ti costringe a guardarle da un’altra stanza.

La scrittura è molto cinematografica. Si vede proprio che alcune scene sembrano pensate per essere visualizzate: porte che si aprono su luoghi inattesi, inseguimenti, biblioteche segrete, oggetti antichi, stanze piene di mistero. Il romanzo ha un buon senso dell’immagine e un’ottima capacità di creare atmosfera. Non è una prosa particolarmente raffinata o memorabile frase per frase, ma funziona. È fluida, accessibile, costruita per farti voltare pagina.

Anche la componente più cupa mi ha convinta. Non siamo davanti a un fantasy tutto zucchero e meraviglia. C’è violenza, c’è avidità, c’è gente disposta a usare il potere dei libri nel modo peggiore possibile. E qui, ammettiamolo, il romanzo dice una cosa molto semplice ma sempre attuale: dai agli esseri umani qualcosa di straordinario e qualcuno troverà immediatamente il modo di trasformarlo in un’arma. Una costante storica, praticamente. Siamo una specie creativa, ma spesso nel modo più discutibile possibile.

Il villain e le forze antagoniste funzionano abbastanza, anche se non sempre con la profondità che avrei voluto. Alcuni personaggi cattivi sono efficaci perché inquietanti, altri restano un po’ più vicini alla funzione narrativa che alla vera complessità psicologica. Fanno paura, sì, ma non sempre sorprendono. E io, ormai lo sapete, con i cattivi voglio essere messa in crisi. Voglio arrivare a chiedermi se, in condizioni diverse, potrei capire almeno una parte della loro ossessione. Qui invece, in alcuni casi, la cattiveria resta abbastanza lineare: vogliono potere, vogliono libri, vogliono controllare tutto.

La parte finale è probabilmente quella più ambiziosa e anche quella che potrebbe dividere. Senza fare spoiler, posso dire che il romanzo alza la posta, intreccia maggiormente passato e presente e prova a chiudere il cerchio emotivo e narrativo. Alcune soluzioni mi sono piaciute molto, altre mi sono sembrate un po’ troppo comode o spiegate in modo non sempre limpidissimo. Però nel complesso la chiusura regge, soprattutto sul piano emotivo. Non perfetta, ma soddisfacente. E soprattutto coerente con il vero centro della storia: non le porte, non i libri, non il potere. Le scelte.

Conclusione

Perché alla fine Il libro delle porte parla proprio di questo: delle scelte che facciamo, delle strade che non percorriamo, delle possibilità che ci ossessionano. Ogni porta è una tentazione. Ogni libro è un’alternativa. Ogni potere è una domanda: cosa faresti, se potessi? Andresti ovunque? Torneresti indietro? Cambieresti qualcosa? Salveresti qualcuno? O finiresti per perderti in tutte le vite che non hai vissuto?

Ed è una domanda bellissima, perché non ha una risposta comoda.

Cassie, in questo senso, compie un percorso convincente. Parte dallo stupore e arriva alla consapevolezza che il potere non è libertà assoluta, ma responsabilità. Mi è piaciuto vederla crescere, sbagliare, farsi travolgere, poi cercare di capire non solo come usare il Libro delle Porte, ma se sia giusto usarlo. Il suo arco narrativo non è sempre perfetto, però ha cuore.

Il libro delle porte è un romanzo che mi ha conquistata più per l’idea e l’atmosfera che per la perfezione dell’esecuzione. Ha una premessa splendida, un immaginario ricchissimo e una componente emotiva che, nei momenti migliori, arriva dritta. Non è privo di difetti: qualche passaggio centrale poteva essere più asciutto, alcune regole magiche avrebbero meritato maggiore chiarezza e certi antagonisti potevano essere più sfumati. Ma resta una lettura davvero godibile, piena di fascino e capace di lasciare addosso quella sensazione rara dei libri che ti fanno guardare gli oggetti quotidiani in modo diverso.

Dopo averlo letto, una porta non sembra più solo una porta. Sembra una promessa. O una minaccia. Dipende da chi la apre, ovviamente.

Lo consiglierei a chi ama i romanzi in cui la magia si nasconde nel mondo reale, a chi ha un debole per le biblioteche segrete, per gli oggetti impossibili, per le storie in cui i libri non sono semplici libri ma chiavi, armi, mappe e ferite. Lo consiglierei anche a chi cerca un fantasy autoconclusivo capace di mescolare avventura e malinconia senza diventare troppo pesante.

Non è un libro perfetto, ma ha qualcosa. Quel qualcosa che ti fa perdonare alcune ingenuità perché senti che sotto la trama batte un’idea potente.

Il libro delle porte è una lettura immaginifica, avventurosa e malinconica, con un cuore più tenero di quanto lasci intendere all’inizio. Una storia sulla meraviglia, certo, ma anche sul limite. Perché non tutte le porte vanno aperte. Non tutti i luoghi ci appartengono. Non tutti i ritorni sono davvero salvezza.

E forse è proprio questo il messaggio che mi resta di più: i libri possono portarci ovunque, ma prima o poi dobbiamo comunque decidere dove vogliamo restare.

⭐⭐⭐⭐

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