
La donna della cabina numero 10
Doveva essere la crociera perfetta. Le luci del grande Nord su una nave di lusso, l’Aurora Borealis, in compagnia di pochi e selezionatissimi ospiti. Un’ottima opportunità professionale per la giornalista Lo Blackwood, incaricata di sostituire il suo capo e ben felice di trovare sollievo dallo choc provocato da un tentativo di furto subito nella sua casa di Londra.
Ma la crociera si trasforma ben presto in un incubo atroce… Durante la prima notte di viaggio, Lo assiste a quello che ha tutta l’aria di essere un omicidio, proprio nella cabina accanto alla sua, la numero 10.
Non solo nessuno le crede, ma la ragazza che dice di aver incontrato nella stessa cabina sembra non essere mai esistita: non è a bordo, nessuno la conosce, e le tracce lasciate dalla sua misteriosa presenza svaniscono una dopo l’altra. Bloccata sulla nave e sempre più isolata nella sua ricerca, Lo cade in preda al terrore. Sta forse impazzendo? Oppure è intrappolata in mezzo all’oceano, unica testimone di un delitto e in balia di uno spietato assassino?
Inquietante, coinvolgente, claustrofobico, La donna della cabina numero 10 conferma la nascita di una nuova autrice di grande talento nel panorama del thriller internazionale.
Recensione
La donna della cabina numero 10 per me è un thriller con un’ambientazione perfetta, un’ansia di fondo che funziona benissimo, un mistero che sa come agganciarti… ma anche una certa tendenza a girare in tondo più del necessario.
La premessa, bisogna dirlo, è di quelle che vendono il libro da sole. Lo Blacklock, giornalista, sale a bordo di una crociera di lusso per scrivere un pezzo. Fin qui tutto molto elegante, molto patinato, molto “ricchi che bevono champagne mentre tu da casa mangi biscotti e giudichi”.
Il problema è che, durante la notte, Lo è convinta di assistere a qualcosa di terribile: una donna viene gettata in mare dalla cabina accanto alla sua. E qui scatta la parte davvero interessante, perché quella donna, ufficialmente, non esiste. Nessun passeggero risulta mancante, nessuno sembra aver visto niente, l’equipaggio è impeccabile, la nave continua a procedere come se nulla fosse. Il classico scenario in cui capisci subito due cose: la prima è che qualcosa non torna, la seconda è che nessuno crederà alla protagonista.
Ed è proprio questo il punto di forza maggiore del romanzo: il senso di isolamento. Ruth Ware è molto brava a costruire una gabbia elegante. Non siamo nel solito maniero sperduto, nella solita casa nel bosco o nella classica cittadina americana dove tutti mentono da tre generazioni. Qui siamo su una nave di lusso, circondati dall’acqua, lontani da tutto, in uno spazio dove teoricamente dovresti sentirti privilegiata e al sicuro, ma che pagina dopo pagina diventa sempre più claustrofobico. E la cosa funziona. Funziona davvero bene.
C’è qualcosa di profondamente disturbante nell’idea di non poter scappare. Su una nave non scendi e te ne vai. Non puoi prendere la macchina, non puoi sbattere la porta e tornare a casa, non puoi nemmeno farti una passeggiata per schiarirti le idee senza sentirti comunque intrappolata nello stesso spazio. La Ware questo lo sfrutta bene, e infatti la tensione migliore del romanzo nasce proprio lì: dal fatto che Lo si muove in un ambiente chiuso, apparentemente raffinato, ma in realtà sempre più ostile.
Il problema è che, a un certo punto, il libro sembra fidarsi un po’ troppo della propria premessa. Come se bastasse avere una buona idea per reggere tutto il resto. E invece no. O almeno, non sempre.
Lo è una protagonista con cui non ho avuto un rapporto semplicissimo. Non la trovo scritta male, sia chiaro. Anzi, capisco perfettamente cosa Ruth Ware volesse fare con lei: una donna vulnerabile, sotto pressione, reduce da un trauma, ansiosa, poco lucida in certi momenti, e quindi perfetta per alimentare quel dubbio che ogni buon thriller psicologico vuole instillare nel lettore. Ha davvero visto quello che crede di aver visto? Oppure sta proiettando, esagerando, crollando? Sulla carta funziona. Nel concreto, però, a tratti Lo mi è sembrata più sfiancante che coinvolgente.
Capisco il bisogno di renderla fragile, ma in alcuni momenti l’ho trovata così caotica, impulsiva e ripetitiva da farmi perdere un po’ la pazienza. E questo in un thriller è un piccolo problema, perché va bene voler scuotere la protagonista ogni tanto, succede anche con personaggi riuscitissimi, ma se inizi a pensare troppo spesso tesoro mio, ma fermati un secondo e respira, allora una crepa si apre. Non enorme, ma si apre.
Anche il ritmo, secondo me, risente di questa scelta. Il romanzo alterna momenti molto riusciti, in cui la tensione sale sul serio e senti quella piacevole inquietudine da “ok, adesso succede qualcosa”, ad altri in cui la storia si trascina un po’. Non parlo di pagine inutili in senso assoluto, perché il senso di paranoia va costruito, va nutrito, va fatto crescere lentamente. Però qui c’è più di un passaggio in cui ho avuto l’impressione che si stesse allungando il brodo. E non il brodo buono, denso, saporito. Proprio quello che annacqui perché non sai ancora come servire il piatto.
La verità è che La donna della cabina numero 10 dà il meglio di sé quando smette di voler essere troppo furbo e si ricorda di essere, prima di tutto, un thriller d’atmosfera. Quando punta sul dubbio, sugli sguardi, sulle porte chiuse, sui rumori nel corridoio, sull’acqua nera che circonda la nave, lì convince. Quando invece prova a complicarsi troppo o a far procedere la protagonista in modo un po’ isterico, perde colpi.
Un altro aspetto che mi ha lasciata a metà riguarda i personaggi secondari. In un contesto come questo avrebbero potuto fare faville. Una nave piena di sconosciuti, ognuno con il proprio ruolo, i propri segreti, i propri sorrisi di circostanza? Materiale perfetto. E invece molti restano più abbozzati che memorabili. Ci sono figure che svolgono bene il loro compito nella trama, ma poche che ti restino davvero in testa una volta chiuso il libro. E secondo me è un peccato, perché un thriller ambientato in uno spazio chiuso vive anche tantissimo della galleria di personaggi che lo popola. Qui, invece, è come se molti passassero davanti agli occhi senza lasciare un’impronta vera.
Questo non significa che il libro non si faccia leggere. Anzi. Il punto è proprio questo: si legge bene, scorre, intrattiene, sa creare dipendenza a blocchi. Ti spinge ad andare avanti, e non è poco. Ruth Ware scrive in modo accessibile, visivo, rapido. Non si perde in inutili compiacimenti stilistici, e per un romanzo del genere è una scelta intelligente. La sua scrittura fa il suo dovere: porta avanti la storia, costruisce tensione, ti fa voltare pagina. Solo che, arrivata alla fine, la sensazione non è stata quella di aver letto un thriller clamoroso, ma piuttosto quella di aver letto un thriller con grande potenziale che non sfrutta fino in fondo tutto ciò che aveva tra le mani.
Conclusione
È uno di quei libri che leggi volentieri, magari anche con una certa foga, ma che una volta finiti non ti lasciano propriamente stesa sul pavimento a fissare il soffitto in preda allo shock. Ti lasciano piuttosto con un pensiero molto semplice: carino, però poteva essere molto più incisivo.
Forse è proprio questa la frase che meglio riassume la mia esperienza con La donna della cabina numero 10. Un thriller che sa come attirarti e che in più di un momento riesce davvero a metterti a disagio, ma che non sempre riesce a mantenere le promesse implicite della sua premessa. L’ambientazione è splendida nella sua freddezza, la tensione di base regge, il mistero incuriosisce. Però manca quel salto definitivo, quello che trasforma una lettura buona in una lettura memorabile.
Insomma, Ruth Ware qui costruisce una nave bellissima, elegante, inquietante al punto giusto. Peccato solo che, una volta saliti a bordo, il viaggio non sia sempre all’altezza della brochure.
⭐⭐⭐
