
Il labirinto dei dieci sospetti
Dieci sconosciuti si svegliano prigionieri in una vecchia casa dalla quale è impossibile uscire, senza ricordare come ci siano arrivati. Per scappare, devono far luce sulla scomparsa di una giovane donna.
Ma insieme a loro, nei corridoi dell’abitazione si aggira un assassino, e presto il numero dei cadaveri inizia a salire.
Chi sono questi sconosciuti? Perché sono stati scelti? Perché qualcuno vorrebbe ucciderli? E chi, o cosa, è in agguato nella cantina? Dimentica quello che pensi di sapere. Perché mentre puoi fidarti di te stesso, puoi davvero fidarti anche degli altri?
«Il labirinto dei dieci sospetti sulla carta ha tutte le caratteristiche del classico giallo della stanza chiusa, in realtà si legge come un horror. I fan dei thriller psicologici terrorizzanti lo adoreranno.»
Recensione
Dieci sconosciuti si svegliano all’interno di una vecchia casa senza sapere come siano arrivati lì. Non si conoscono, non ricordano di essere stati rapiti e non possono uscire. Per riconquistare la libertà devono far luce sulla scomparsa di una giovane donna, mentre qualcuno comincia a ucciderli uno dopo l’altro. La domanda, naturalmente, è la solita: l’assassino si nasconde tra loro oppure nella casa c’è qualcun altro?
Diciamolo subito: come premessa, Il labirinto dei dieci sospetti sembrava avere tutto ciò che mi serviva.
Una casa isolata. Un gruppo di persone che non si fidano le une delle altre. Ricordi mancanti. Un assassino. Un conto alla rovescia.
La copertina e la trama sembrano promettere una rilettura moderna del giallo a enigma, con un evidente richiamo ad Agatha Christie e a tutte quelle storie in cui un gruppo di persone viene separato dal resto del mondo e costretto a sospettare di chiunque. Una formula conosciuta, certo, ma ancora efficacissima quando viene usata bene. Non pretendo che ogni romanzo reinventi il genere. Mi basta che prenda una struttura familiare e la riempia di personaggi interessanti, tensione autentica e indizi capaci di farmi formulare teorie sempre più assurde.
Il problema è che Il labirinto dei dieci sospetti parte con un’idea forte e poi sembra non sapere bene che cosa farsene.
La casa, che avrebbe dovuto diventare una presenza opprimente, rimane spesso poco più di un contenitore. Ci sono stanze chiuse, rumori, corridoi, passaggi oscuri e una cantina che chiaramente non promette un centro benessere, ma raramente ho percepito l’ambiente come una vera minaccia. E in un romanzo interamente costruito sulla reclusione non è un dettaglio secondario.
Una casa del genere dovrebbe avere una personalità. Dovrebbe sembrare capace di osservare i protagonisti, separarli, confonderli e inghiottirli. Dovrebbe farci sentire l’aria che manca, il peso delle pareti, la paura di aprire una porta e trovare qualcosa che sarebbe stato decisamente meglio lasciare chiuso.
Qui, invece, mi è sembrato spesso che i personaggi si limitassero a spostarsi da una stanza all’altra.
E chiamare il romanzo Il labirinto dei dieci sospetti crea anche una certa aspettativa. Io il labirinto lo voglio. Voglio perdere l’orientamento, dubitare della geografia della casa, chiedermi se una porta conduca davvero dove dovrebbe o se qualcuno stia manipolando gli spazi. Invece il labirinto è soprattutto narrativo e psicologico, almeno nelle intenzioni. Ma per trasformare la confusione in un labirinto non basta moltiplicare punti di vista, domande e comportamenti inspiegabili.
A volte la confusione è soltanto confusione con un titolo più elegante.
Il romanzo alterna rapidamente le prospettive dei prigionieri e inserisce anche una voce misteriosa che si rivolge direttamente al lettore. La scelta dovrebbe aumentare l’incertezza, impedendoci di affidarci completamente a un unico personaggio.
Sulla carta è una buona idea. Se nessuno ricorda come sia arrivato nella casa e tutti nascondono qualcosa, passare da una mente all’altra dovrebbe permetterci di raccogliere frammenti, contraddizioni e piccoli segnali. Il problema è che dieci personaggi sono tanti, soprattutto quando devono condividere poco più di trecento pagine con omicidi, misteri, ricordi, depistaggi e una voce fuori campo che ogni tanto decide di presentarsi per farci sapere quanto sia più intelligente di noi.
All’inizio ho faticato a distinguere davvero i protagonisti. Ognuno viene identificato attraverso un ruolo, una caratteristica o un segreto potenziale, ma diversi rimangono più simili a pedine che a persone. C’è il militare, la dirigente, il poliziotto in pensione, il ladro, la madre con la bambina e così via. Un piccolo catalogo umano sistemato nella casa perché ciascuno possa rappresentare qualcosa.
In un giallo corale non è necessario innamorarsi di tutti i personaggi. Anzi, una parte del divertimento consiste proprio nel trovarli sospetti, irritanti o vagamente meritevoli di una notte trascorsa in una casa infestata. Però bisogna almeno provare qualcosa.
Curiosità.
Antipatia.
Paura per la loro sorte.
Il desiderio che uno di loro smetta immediatamente di parlare.
Qualunque cosa.
Qui, invece, molti personaggi mi sono scivolati davanti senza lasciare una traccia precisa. E quando qualcuno era in pericolo, più che preoccuparmi per lui dovevo ricordarmi chi fosse. Non esattamente il livello ideale di coinvolgimento emotivo.
La moltiplicazione delle prospettive finisce inoltre per rallentare il romanzo invece di renderlo dinamico. Ogni volta che una scena sembra acquistare tensione, il punto di vista cambia. Ogni volta che un personaggio potrebbe approfondire una scoperta, ci spostiamo altrove. È come seguire dieci persone che cercano contemporaneamente di raccontarti una storia, mentre una voce nell’angolo continua a interromperle per dire che non hai ancora capito niente.
Possibile.
Ma dopo un po’ ho anche smesso di sentirmi particolarmente motivata a capire.
Il romanzo dovrebbe essere sostenuto da un’urgenza fortissima. Una giovane donna è in pericolo, il tempo è limitato e un assassino si muove nella casa. Eppure i protagonisti trascorrono una quantità sorprendente di tempo litigando, diffidando gli uni degli altri e prendendo decisioni che sembrano studiate appositamente per complicare la situazione.
Capisco la paura. Capisco il panico. Capisco che dieci estranei rinchiusi insieme non si trasformino all’improvviso in una squadra investigativa coordinata, dotata di giubbotti abbinati e spirito di collaborazione.
Ma almeno un po’ di senso di urgenza sarebbe stato gradito.
In alcuni momenti sembrano quasi dimenticare che da qualche parte potrebbe esserci una ragazza da salvare. L’indagine promessa dalla trama passa in secondo piano rispetto alle dinamiche tra i prigionieri, ma queste dinamiche non sono abbastanza profonde da sostenere da sole la storia. Non siamo davanti a un vero giallo deduttivo, perché gli elementi a disposizione del lettore non permettono di partecipare seriamente alla soluzione. Ma non siamo nemmeno davanti a un’analisi psicologica particolarmente incisiva, perché i personaggi restano a lungo troppo schematici.
Il libro si trova quindi in una terra di mezzo poco soddisfacente.
Vuole essere un giallo della camera chiusa, ma concede poco spazio alla deduzione.
Vuole essere un horror, ma raramente fa davvero paura.
Vuole essere un thriller psicologico, ma la psicologia viene spesso sacrificata alla necessità di mantenere nascosti i segreti.
Vuole sorprendere, ma per farlo trattiene talmente tante informazioni che il lettore non ha gli strumenti per costruire una teoria sensata.
Naturalmente si possono formulare ipotesi. Io ne ho formulate parecchie, perché evidentemente non imparo mai e continuo a fidarmi dei romanzi che mi dicono di non fidarmi di nessuno. Ma non ho avuto la sensazione di partecipare a una sfida leale con l’autore.
Il colpo di scena finale prova a rimettere in ordine ciò che fino a quel momento appariva assurdo, spiegando retroattivamente le stranezze, le incoerenze e alcune scelte narrative. Il problema è che una spiegazione coerente non rende automaticamente soddisfacente tutto ciò che la precede.
Un finale può illuminare il romanzo.
Non dovrebbe essere costretto a rianimarlo.
Per arrivare alla soluzione bisogna accettare per buona parte della lettura comportamenti poco credibili, dialoghi ripetitivi e situazioni costruite in modo evidentemente artificiale. Quando si scopre il motivo, diversi elementi acquistano senso, ma questo non cancella la fatica provata per raggiungerli. È un po’ come arrivare alla fine di un labirinto e ricevere la conferma che sì, tutte quelle pareti messe a caso avevano una spiegazione.
Bene.
Avrei comunque preferito divertirmi mentre cercavo l’uscita.
Inoltre, chi ha già letto molti thriller psicologici o visto un numero sufficiente di film basati su identità, memoria e percezione della realtà potrebbe intuire abbastanza presto il territorio verso cui la storia si sta dirigendo. Non necessariamente ogni dettaglio, ma il tipo di trucco sì. E quando riconosci il meccanismo prima della rivelazione, gran parte dell’effetto sorpresa si riduce.
Il romanzo insiste molto sul fatto che niente sia ciò che sembra. La voce misteriosa ci provoca, mette in dubbio ciò che leggiamo e sembra quasi sfidarci direttamente a trovare la verità. All’inizio questa presenza aggiunge curiosità. C’è qualcuno che sa più dei personaggi e più di noi, qualcuno che guarda la storia dall’esterno e sembra divertirsi parecchio.
Dopo un po’, però, la trovata diventa irritante.
Non perché una voce narrante debba essere simpatica, ma perché il suo continuo ammiccare al lettore finisce per sembrare un modo per ricordarci quanto sarà sconvolgente il finale.
Conclusione
Lo stile di C.B. Everett è scorrevole e i capitoli brevi aiutano a procedere velocemente. Il romanzo non è difficile da leggere e possiede alcuni momenti visivamente efficaci, soprattutto quando lascia emergere la componente più cupa e disturbante della casa. C’è anche una certa volontà di giocare con le regole del genere e con l’idea del narratore inattendibile.
Ma una scrittura scorrevole non basta se la storia continua a girare su sé stessa.
Molti dialoghi sembrano servire più a occupare il tempo che a rivelare qualcosa. I personaggi si accusano, si difendono, cambiano alleanza e poi ricominciano da capo. L’ostilità è comprensibile, ma finisce per diventare monotona. Dopo l’ennesimo scambio in cui qualcuno afferma di non fidarsi di nessuno, il concetto era arrivato.
Forte e chiaro.
Probabilmente anche alla ragazza nascosta da qualche parte nella casa.
Mi è mancata soprattutto la progressione. In una storia del genere la tensione dovrebbe aumentare insieme alla diminuzione dei personaggi e del tempo disponibile. Ogni morte dovrebbe modificare gli equilibri, restringere le possibilità, rendere più urgente la ricerca della verità.
Qui, invece, il romanzo procede spesso per accumulo. Più domande, più comportamenti strani, più elementi inquietanti. Ma accumulare misteri non significa necessariamente costruire suspense. Se ogni risposta viene rimandata fino alla fine, le domande iniziano a perdere valore.
A un certo punto non ero più curiosa di sapere che cosa stesse succedendo.
Volevo semplicemente che il libro me lo dicesse.
Ed è un peccato, perché l’idea iniziale aveva davvero potenziale. La casa isolata, i ricordi cancellati e il gruppo di sospettati potevano diventare una riflessione interessante sulla colpa, sul giudizio e sulla differenza tra ciò che siamo e ciò che raccontiamo di essere. Ogni personaggio avrebbe potuto rappresentare una forma diversa di responsabilità, costringendo il lettore a chiedersi chi meritasse fiducia e se conoscere il passato di qualcuno cambiasse il valore della sua vita.
Queste domande attraversano il romanzo, ma raramente vengono approfondite. Restano subordinate alla preparazione del colpo di scena, come se tutto ciò che conta fosse arrivare al momento in cui l’autore può finalmente capovolgere il tavolo.
Ma un colpo di scena non dovrebbe essere l’unico motivo per leggere trecentocinquanta pagine.
Dovrebbe essere la conseguenza naturale di una storia che funzionava già prima.
Se tolgo la rivelazione finale, che cosa resta? Una casa non sfruttata abbastanza, dieci personaggi di cui solo alcuni acquistano consistenza, una ragazza scomparsa che passa spesso in secondo piano e una sequenza di morti incapace di creare il coinvolgimento che avrebbe dovuto.
Resta anche una buona premessa, certo.
Ma una buona premessa è un punto di partenza, non un risultato.
Il labirinto dei dieci sospetti potrebbe funzionare per chi cerca un thriller veloce, volutamente esagerato e costruito attorno a un’unica grande rivelazione. Chi ama le storie nelle quali bisogna accettare l’assurdità della situazione e lasciarsi trasportare senza fare troppe domande potrebbe trovare divertente il gioco.
Io, invece, le domande le ho fatte.
Parecchie.
E il romanzo mi ha chiesto di aspettare la fine per ricevere una risposta capace di sistemare tutto. Quando quella risposta è arrivata, ho riconosciuto il disegno complessivo, ma non ho provato la soddisfazione promessa.
Ho provato soprattutto sollievo per essere finalmente uscita dalla casa.
Alla fine, Il labirinto dei dieci sospetti è un thriller che vuole disorientare il lettore, ma confonde troppo spesso il disorientamento con la profondità. Parte da un’idea irresistibile, richiama uno dei meccanismi più amati del giallo classico e prova a contaminarlo con horror e thriller psicologico.
Il risultato, però, è una storia dispersiva, popolata da troppi personaggi poco sviluppati e sostenuta quasi interamente dal proprio finale.
⭐⭐
