
L’ospite perfetta
Da quando la studentessa britannica Tanya si è trasferita negli Stati Uniti a casa dei Merritt per un programma di scambio, Natalie ha l’impressione che la figlia maggiore Anabel sia tornata in vita; a volte riesce quasi a fingere che non sia morta in quel tragico incidente.
Tanya è davvero l’ospite perfetta: gentile, educata e sempre felice di aiutare in cucina.
La figlia adolescente più giovane dei Merritt, Paige, però è di tutt’altro avviso: è convinta che Tanya non sia chi dice di essere.
Natalie, dal canto suo, ha imparato molto tempo fa che è meglio non fare domande di cui non si vuole conoscere la risposta.
E anche se ha il sospetto che la loro ospite nasconda un segreto, è certa che non sia niente in confronto al suo…
Recensione
L’ospite perfetta di Nelle Lamarr si muove in quel territorio – oggi gettonatissimo – del thriller psicologico in cui lo sconosciuto varca la soglia di casa e, poco a poco, sgretola le certezze di una famiglia all’apparenza irreprensibile.
La premessa funziona: la studentessa britannica Tanya arriva a Los Angeles per un programma di scambio e viene accolta dai Merritt, clan benestante ancora ferito dalla morte della primogenita Anabel tre anni prima. Tanya è educata, premurosa, quasi la fotocopia morale (e fisica) della figlia perduta: a Natalie, la madre, sembra di sentire di nuovo un battito che credeva spento.
Fin dalle prime pagine l’autrice orchestra bene l’inquietudine: la casa si riempie di piccoli déjà-vu – la tazza preferita di Anabel che ricompare nello scolapiatti, la stessa canzone pop anni ’00 che esce da una stanza chiusa – e l’aria si fa più pesante di notte, quando perfino i cassetti ricordano un ordine precedente alla tragedia.
Fin qui tutto bene: la tensione emotiva regge, i dialoghi sono credibili e Lamarr conosce le dinamiche di uno “straniero sospettosamente perfetto” quanto basta per farci gelare il caffè sul comodino. Poi, però, il romanzo comincia a perdere mordente. L’autrice insiste nel contrapporre la devozione di Tanya allo scetticismo di Paige, la figlia minore, con uno schema così ripetitivo che l’effetto “suspense” si smorza in una partita di ping-pong verbale.
Le dinamiche interne diventano presto un collage di scene speculari che non aggiungono sostanza ai personaggi – e qui si avverte la prima crepa: caratteri abbozzati, quasi prototipi di un manuale per aspiranti thrilleristi, invece di individui tridimensionali.
Lo stesso vale per i colpi di scena. A ogni capitolo la Lamarr sembra annunciare: “ora vi sorprenderò”, ma il twist principale – che naturalmente non rivelo – si intuisce con largo anticipo se si è frequentato il genere: bastano un paio di dettagli sul passato di Tanya e una carezza di troppo alla porta della stanza proibita per sentire nell’aria l’odore del déjà-vu. La scrittrice semina piste corrette (niente trucchi scorretti), ma lo fa con tale nitore da svelare il trucco prima del gran finale.
A dispetto della prevedibilità, lo snodo conclusivo vorrebbe moltiplicare la sorpresa con un secondo ribaltamento che, purtroppo, risulta affrettato: la spiegazione psicologica dietro le scelte di Tanya viene liquidata in poche pagine di confessione – quasi una lezione frontale – senza il respiro necessario a farci metabolizzare la complessità (o l’orrore) della rivelazione.
L’effetto, più che shock, è di disappunto: dopo trecento pagine di crescendo, il lettore meritava un’eco emotiva che non svanisse alla chiusura del libro.
Non mancano, comunque, spunti degni di nota. Nelle Lamarr lavora bene sul tema del lutto congelato: la maniera in cui Natalie “vedrebbe volentieri” la figlia morta sostituita da un surrogato vivente è disturbante e plausibile. E c’è un paragrafo – quello in cui Natalie confessa che la casa, da quando Anabel è mancata, «puzza di detersivo e di assenza» – che riesce in due righe a dire più dell’intero impianto thriller. È in momenti come questo che l’autrice fa intravedere un talento per il dramma domestico che avrebbe potuto spostare l’ago della bilancia.
Purtroppo, la struttura non regge la stessa finezza: troppe ripetizioni di situazioni, un eccesso di flashback esplicativi infilati fra i capitoli e un registro linguistico uniforme, privo di quella variazione di ritmo (o di ironia nervosa) che avrebbe dato ossigeno ai passaggi interlocutori. Manca, in sostanza, il coraggio di osare: la storia resta in corsia di sorpasso senza mai premere davvero sull’acceleratore psicologico.
Conclusione
In definitiva, L’ospite perfetta parte con un incipit promettente e un impianto tematico interessante – l’ospite, la colpa, la maternità in sospeso – ma affievolisce la tensione man mano che procede, fino a un epilogo che chiude tutte le porte… lasciandoci fuori, al freddo, con più domande che brividi.
Letto sotto l’ombrellone o in una serata di quiete può intrattenere; chi, però, dal thriller psicologico pretende personaggi complessi e colpi di scena che rimescolano davvero le carte, potrebbe posare il volume con un leggero senso di occasione mancata.
⭐⭐
