[Recensione] Il racconto dell’Ancella

by R.
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Copertina minimalista del romanzo distopico Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, con la silhouette stilizzata di una donna in rosso su sfondo nero, emblema di oppressione e resistenza in un regime totalitario immaginario.

Il racconto dell’Ancella

In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile.

Offred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un compito nella neonata Repubblica di Gilead: garantire una discendenza alla élite dominante.

Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette Ancelle, le uniche donne che dopo la catastrofe sono ancora in grado di procreare.

Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione.

Mito, metafora e storia si fondono per sferrare una satira energica contro i regimi totalitari.

Ma non solo: c’è anche la volontà di colpire, con tagliente ironia, il cuore di una società meschinamente puritana che, dietro il paravento di tabù istituzionali, fonda la sua legge brutale sull’intreccio tra sessualità e politica.

Quello che l’Ancella racconta sta in un tempo di là da venire, ma interpella fortemente il presente.

Recensione

Leggere (o rileggere) Il racconto dell’ancella oggi significa fare i conti con un romanzo che, in quasi quarant’anni, è passato da “ipotetico monito” a archeologia del presente: i diritti riproduttivi messi in discussione, la politica che veste il privato, gli slogan religiosi che diventano legge.

Eppure, al netto della sua fama‐manifesto, il libro resta soprattutto la storia di Offred, donna ridotta a utero di Stato nella teocrazia totalitaria di Gilead. Il problema – e qui si avverte il limite del mio voto – è che la potenza del contesto talvolta schiaccia la voce narrativa, lasciandoci più con un trattato distopico che con un’esperienza emotiva completa.

Gli Stati Uniti cadono, nasce Gilead; le donne vengono classificate in ruoli rigidi. Offred: un tempo bibliotecaria e madre, ora costretta a servire come “ancella” nella casa del Comandante e di sua moglie Serena Joy. Ogni mese un atto di stupro ritualizzato – la “Cerimonia” – sancisce il dovere riproduttivo.

Margaret Atwood racconta tutto questo in prima persona: un flusso di coscienza che alterna cronaca del presente, memorie del passato e sporadiche riflessioni metatestuali (“Tutto questo ve lo sto dicendo, ma non so se esisterete per ascoltare”).

Margaret Atwood costruisce Gilead recuperando leggi puritane, autocrazie moderne e un pizzico di fantascienza sociale. Ogni dettaglio – la valuta con versetti biblici, i cartelli “LETTURA VIETATA” – è plausibile perché attinge a radici storiche reali. Il risultato è un futuro così “vicino” da sembrarci dietro l’angolo.

L’inglese di Offred (resa bene in italiano) è teso, ellittico: evita la pornografia del dolore per farci scorrere sotto pelle una sensazione di costrizione continua. Quando descrive la Cerimonia, non serve indugiare nei particolari; basta il silenzio di Serena Joy, la mano ossuta che stringe il polso, il ticchettio dell’orologio sul comodino.

Offred registra mentalmente i fatti perché non le è permesso scrivere. Il romanzo diventa così un atto di resistenza narrativa: raccontare significa esistere un passo oltre il regime. L’appendice accademica finale – ambientata secoli dopo, durante un convegno su Gilead – ci ricorda quanto la Storia possa dissacrare e fraintendere le vite individuali.

Nessun personaggio è monolitico nella crudeltà o nell’innocenza: il Comandante si concede serate di Scarabeo proibito, Serena Joy piange la sterilità dentro la gabbia che ha contribuito a creare. Questa complessità salva il libro dal manicheismo e lo rende più disturbante.

La protagonista narra tutto in un tono sospeso tra fatalismo e sarcasmo rassegnato. Funziona come testimonianza, ma a tratti raffredda il coinvolgimento: avrei voluto più crepe emotive, un fiotto di rabbia o disperazione che rompesse la monotonia dell’oppressione quotidiana.

Il dibattito su aborto, contraccezione e ruoli di genere rende il romanzo profetico (o tristemente ciclico). Gilead mostra come i testi sacri possano diventare manuali di potere se strappati dal contesto etico originario. Le “Spie” e le ancelle stesse partecipano al controllo sociale; il regime si regge tanto sul terrore quanto sull’interiorizzazione delle norme. L’atto di raccontare è un modo per non consentire al regime di riscrivere completamente la realtà.

Margaret Atwood alterna frasi secche a descrizioni poetiche. La metafora è costante ma mai barocca; la sessualità ridotta a atto amministrativo crea uno straniamento potentissimo. L’appendice pseudo-accademica, infine, ribalta la prospettiva con un’ironia amarissima: gli studiosi maschi discutono di Offred come fossile antropologico, non come donna viva e sofferente.

Conclusione

Ho terminato Il racconto dell’ancella con un misto di ammirazione e distacco. Ammirazione per la lucidità visionaria di Margaret Atwood, per la lingua che ti soffoca senza urlare, per la capacità di fondare un universo narrativo divenuto archetipo. Distacco perché la forma diaristica, proprio mentre denuncia l’oggettificazione, talvolta oggettifica la stessa Offred sul piano emotivo: è testimone rigorosa, meno protagonista “vivente”.

Sicuramente un libro che merita di essere letto – e discusso – più che amato incondizionatamente. E forse è giusto così: le distopie dovrebbero lasciare addosso la scomodità di una camicia di forza, non il comfort di una coperta letteraria.

⭐⭐⭐

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