[Recensione] Da qualche parte al di là del mare

by R.
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“Da qualche parte al di là del mare” di TJ Klune: un angelo luminoso dorato al centro, una piccola isola sospesa con case e strada in basso e titoli bianchi in stile fantasy, mentre si notano anche il dorso e le pagine chiare del volume, dando un effetto realistico da prodotto editoriale.

Da qualche parte al di là del mare. Cerulean Chronicles #2

Arthur Parnassus vive una bella vita costruita sulle ceneri di una brutta vita.

È il direttore di uno strano orfanotrofio su un’isola lontana e spera di diventare presto il padre adottivo di sei bambini magici che vi abitano.

Nessuno di loro deve provare quel dolore che lui stesso ha provato da bambino.

A fianco ha il suo grande amore, Linus Baker, ex assistente sociale del Dipartimento della Gioventù Magica; e ci sono Zoe Chapelwhite, spiritello dell’isola, e la sua fidanzata, la sindaca Helen Webb.

Tutti loro faranno di tutto per proteggere i bambini e Arthur si trova a condurre una battaglia perché la sua famiglia, e tutte le persone magiche, abbiano finalmente il futuro che meritano.

Ma le ombre del passato e l’arrivo di un altro bambino minano le sue certezze: la sua famiglia crescerà più forte che mai o cadrà a pezzi?

Recensione

Ci sono libri che ti piacciono. Libri che ti scaldano. E poi ci sono libri che ti fanno venire quella sensazione rarissima tipo: “ok, questo mi ha rimesso in asse”. Da qualche parte al di là del mare per me è stato proprio questo: un ritorno in un posto immaginario che però, in modo quasi indecente, riesce a sembrare più casa di certi posti reali.

TJ Klune sta facendo qualcosa di molto difficile e molto potente: una storia di famiglia trovata, di protezione, di resistenza gentile ma ostinata, di persone che decidono che l’amore non è un premio che ti devi meritare, ma un diritto che devi difendere. È il seguito de La casa sul mare celeste e riprende i fili un anno dopo, tornando su Marsyas Island con Arthur Parnassus e Linus Baker.

E già questo basterebbe a farmi partire in quarta, perché se hai amato il primo, l’idea di rivedere quel microcosmo ti fa scattare una specie di “sì, ok, fammi piangere di nuovo, sono pronta”. È un sequel che ha un motivo, ha un cuore, ha un’urgenza.

Arthur vive finalmente una vita che ha costruito “sulle ceneri” di quella precedente: dirige l’orfanotrofio sull’isola insieme a Linus, con Zoe e Helen, e si prende cura dei sei bambini magici che ormai sono un piccolo universo completo: Lucy (l’Anticristo, iconico come sempre), Talia, Theodore, Phee, Sal, David e Chauncey.

E già qui l’autore ti fa capire che il focus non è “il caso da risolvere”, ma la quotidianità come atto rivoluzionario: crescere dei bambini, proteggerli, insegnare loro che possono essere se stessi senza vergognarsi.

Il motore narrativo, però, non è solo il “vivere felici”. Arthur vuole fare una cosa semplice e gigantesca: adottarli legalmente, renderli suoi figli anche per lo Stato, non solo per il cuore. E in un mondo in cui tutto ciò che è “diverso” viene guardato con sospetto (o con fame di controllo), quel gesto diventa una dichiarazione politica. Non urlata, non manifestata col megafono: dichiarata con un documento, con una firma, con il “questi bambini sono miei e nessuno me li toglie”.

Quello che amo di questo autore è che riesce a farti ridere e, un paragrafo dopo, a farti venire un nodo in gola senza chiedere permesso. Il suo umorismo è quello che ti salva quando la situazione è troppo pesante: un po’ assurdo, un po’ tenero, spesso spiazzante. E Lucy… Lucy è un personaggio che da solo potrebbe tenere in piedi una saga. È la prova vivente che puoi essere “l’Anticristo” e comunque risultare adorabile, purché qualcuno ti ami nel modo giusto.

Però non è solo coccole e tazze di tè. Da qualche parte al di là del mare è anche un libro che parla di resistenza. L’autore stesso lo presenta così: una storia su quanto sia difficile lottare per la vita che vuoi vivere e su quanto lavoro serva per mantenerla.

E questo si sente. Perché l’isola non è una bolla perfetta: è un rifugio. E i rifugi, per definizione, esistono perché fuori c’è qualcosa che fa paura.

Questa è una roba che sembra banale finché non la trovi fatta bene: l’autore scrive la tenerezza come se fosse una forma di coraggio. Non “smielata”, non “tutto va bene”, ma proprio tenerezza come scelta attiva. È facilissimo essere cinici: basta respirare e leggere due commenti a caso su internet. Essere teneri, invece, è una disciplina. È decidere di non diventare duri solo perché il mondo lo è.

E qui la tenerezza non è un’estetica, è un sistema di valori: vuol dire ascoltare i bambini quando hanno paura, vuol dire dare loro strumenti e non solo protezione, vuol dire lasciare spazio alle emozioni senza farle diventare gabbia. In un fantasy pieno di creature magiche, la magia più convincente resta questa: qualcuno che ti vede davvero.

Un’altra cosa che mi ha fatto apprezzare tantissimo questo libro è la relazione tra Linus e Arthur. È una coppia che non viene romanticizzata come “e vissero felici e contenti” in modo vuoto. È un amore con responsabilità, con fragilità, con piccoli inciampi, con quella solidità che nasce quando due persone decidono di fare squadra sul serio.

E Linus è ancora quel personaggio che ti fa venire voglia di abbracciarlo e dirgli: “Hai fatto tanta strada, amico”. È l’idea che la gentilezza non sia ingenuità, ma una scelta etica. E che puoi essere “quello che segue le regole” e, a un certo punto, capire che alcune regole esistono solo per tenere giù qualcuno.

I bambini dell’orfanotrofio sono il motivo per cui ti ritrovi a sorridere come un’idiota davanti a frasi che, in un altro contesto, sarebbero assurde. Sono scritti con una voce che non li rende “maschere carine”, ma individui con paure e desideri specifici. E la cosa importante è che TJ Klune non li usa solo per fare tenerezza: li usa per parlare di identità.

Perché essere “magici” qui è una metafora evidente: è essere fuori norma, non rientrare nelle aspettative, essere guardati come pericolo o come curiosità. È l’esperienza di chi cresce con addosso un’etichetta prima ancora di aver capito chi è.

E la cosa più bella è che il libro non ti dice “sii te stesso” come slogan da tazza motivazionale. Ti dice: essere te stesso è un percorso, e a volte è anche una lotta. Ma non devi farla da solo.

L’autore non ti spara addosso mille regni, mappe, genealogie, guerre secolari. Ti dà un mondo che funziona perché è concreto: il villaggio diventa un luogo più sicuro, l’integrazione tra esseri magici e umani cresce, ma non senza attrito.

E proprio perché è “piccolo”, ti sembra vero. Perché le grandi rivoluzioni partono sempre da micro-decisioni: una persona che cambia idea, una comunità che decide di non tollerare più certe cose, qualcuno che si espone quando sarebbe più facile stare zitto.

Conclusione

Io, con questo libro, ho avuto quella sensazione rara del “mi ha fatto bene” senza essere un libro che ti fa solo stare bene. È un romanzo che ti consola ma allo stesso tempo ti ricorda che certe cose non arrivano gratis: la sicurezza, l’accettazione, la possibilità di esistere senza vergogna… sono conquiste, non regali.

E poi c’è una cosa che secondo me l’autore fa in modo quasi spudorato: ti rimette in contatto con un’idea semplice ma potentissima — che la famiglia è anche una scelta. Non solo di sangue. Non solo “quello che ti è capitato”. Famiglia è chi resta, chi ti cresce, chi ti vede, chi ti difende, chi ti lascia diventare.

Da qualche parte al di là del mare è uno di quei romanzi che ti fanno venir voglia di essere una persona migliore, non perché ti predicano qualcosa, ma perché ti mostrano un modello di coraggio diverso: il coraggio di amare apertamente, di proteggere i fragili, di non negoziare la dignità per quieto vivere.

È tenero, sì. È anche divertente, in certi punti. Ma soprattutto è un libro che ti ricorda che “buono” non significa “debole”. Significa scegliere di non diventare come chi ti ferisce.

Quando chiudi l’ultima pagina, ti resta quella nostalgia dolce-amara dei posti che non esistono… ma che, in qualche modo, ti hanno comunque fatto compagnia mentre eri qui.

⭐⭐⭐⭐⭐

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