[Recensione] Ancora una preda

by R.
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Mockup 3D di un libro appoggiato in diagonale su sfondo nero, con copertina dominata da toni rosso intenso e nero che mostrano una scena urbana notturna: un cavalcavia illuminato da lampioni e luci al neon, con sagome e alberi scuri sullo sfondo, creando un’atmosfera da thriller e pericolo; in alto spicca il titolo “Ancora una preda” in azzurro, mentre in basso il nome “Robert Dugoni” è in grande in bianco, con indicazione della traduzione e il logo dell’editore, e si vedono anche dorso e pagine del volume.

Ancora una preda. Tracy Crosswhite #10

A Tracy Crosswhite è stato chiesto di riaprire le indagini sul serial killer della Route 99 di Seattle. Dopo tredici vittime e nessun risultato nella caccia all’assassino, la task force incaricata era stata smantellata, suscitando l’indignazione dell’opinione pubblica.

Ora, quasi tre decenni dopo il suo primo omicidio, tutti si aspettano che Tracy possa finalmente dare delle risposte alle famiglie delle vittime e riscattare la reputazione della polizia di Seattle. Anche se ciò significa lavorare con la sua nemesi, il capitano Johnny Nolasco.

Nolasco, detective capo della task force originaria, sfida Tracy a fare ciò che lui non è riuscito a fare: chiudere il caso. Formando un’alleanza complicata, Tracy e Nolasco iniziano a rivisitare alcune vecchie piste e cercano nuove prove portando alla luce una corruzione di alto livello e insabbiamenti pericolosi quanto lo stesso sfuggente assassino.

Di fronte al rischio di essere smascherate, forze così letali e potenti non si faranno alcuno scrupolo per rimanere nell’ombra.

Ma è proprio verso quell’ombra oscura che Tracy e Nolasco vogliono puntare: per scoprire la contorta verità dietro le motivazioni di un assassino, la sua scomparsa e il suo agghiacciante ritorno.

Recensione

Ancora una preda di Robert Dugoni è il decimo capitolo della serie con Tracy Crosswhite e rimette in moto un caso rimasto irrisolto per quasi trent’anni: quello del serial killer della Route 99 di Seattle, con tredici vittime e una montagna di fallimenti alle spalle della polizia.

La verità? Questo è il tipo di thriller che ti ricorda perché, ogni tanto, fa bene tornare a un poliziesco fatto come si deve. Qui c’è tensione vera, c’è una protagonista che funziona, c’è un’indagine che sa tenerti sveglia e soprattutto c’è quella sensazione bellissima per cui dici “vabbè, ancora un capitolo” e poi ti ritrovi a notte fonda con gli occhi secchi e la dignità abbandonata sul comodino.

Robert Dugoni prende una struttura investigativa molto classica — il cold case, il serial killer, i fantasmi del passato che tornano a bussare — e la rende viva, nervosa, continuamente sul punto di morderti. Perché Ancora una preda non si limita a mettere Tracy davanti a un fascicolo impolverato e a dirle “arrangiati”. Le mette addosso il peso del tempo, delle vittime dimenticate, delle famiglie rimaste sospese, della pressione pubblica e di quella domanda tremenda che aleggia per tutto il romanzo: e se il mostro non avesse mai davvero smesso?

La cosa che ho apprezzato di più è che questo non è un thriller che vive solo di trama. La trama c’è, eccome se c’è, ed è anche costruita con un gran bel senso del ritmo, ma quello che fa la differenza è il modo in cui Dugoni gestisce la tensione. Non ha fretta di strafare. Non butta sangue in pagina ogni tre righe per dimostrarti che sei dentro una storia pericolosa. Ti ci porta gradualmente, con una calma quasi crudele, lasciandoti raccogliere indizi, dubbi, intuizioni sbagliate e quella crescente inquietudine che diventa sempre più difficile ignorare.

E Tracy Crosswhite, inutile girarci intorno, regge il romanzo alla grande. È il tipo di protagonista che mi piace nei thriller: competente, umana, determinata, ma mai costruita come una macchina perfetta piazzata lì a distribuire genialate. Tracy ragiona, osserva, inciampa, torna indietro, subisce il peso del caso e proprio per questo risulta credibile. Non è l’eroina che vince perché il copione lo pretende; è una donna che si muove in mezzo al dolore, agli errori del passato e a un male che ha imparato benissimo come nascondersi.

Il bello è che mentre segui lei non hai mai la sensazione di leggere un personaggio bidimensionale, di quelli buoni solo a spostare la trama dal punto A al punto B. No. Tracy ha presenza, ha una sua gravità emotiva, e riesce a tenere insieme il lato professionale e quello più intimo senza che uno soffochi l’altro. In molti thriller i personaggi servono solo a correre dietro all’assassino. Qui invece contano davvero. E quando i personaggi contano, anche il pericolo pesa di più.

Mi è piaciuto anche il modo in cui Dugoni lavora sul passato. Perché il passato, in questo libro, non è solo contesto. È una ferita aperta. È la prova vivente che certe storie non finiscono solo perché qualcuno smette di parlarne. Anzi, spesso il silenzio le rende ancora peggiori. Il caso della Route 99 porta con sé tutto questo: il fallimento delle istituzioni, la rabbia trattenuta per anni, il senso di impotenza, la memoria che si sbriciola e insieme resiste. E il romanzo riesce a trasformare tutto questo in una presenza costante, quasi fisica.

C’è poi un altro aspetto che ho adorato: il libro non ti tratta da scema. Sembra una cosa banale, ma non lo è affatto. Quanti thriller leggiamo ormai con colpi di scena così telefonati che manca solo la fanfara? Oppure al contrario con twist talmente assurdi da sembrare scritti durante una febbre a 39? Ancora una preda sta nel mezzo giusto. Ti semina piste, ti fa venire sospetti, ti fa credere per un attimo di aver capito tutto, e poi si sposta quel tanto che basta per rimetterti in discussione. Senza barare. Senza il trucchetto da prestigiatore disperato.

Anche perché il vero punto di forza del romanzo sta proprio nella sua solidità. Non c’è una pagina che sembri lì per allungare il brodo. Non ci sono scene messe a caso tanto per fare atmosfera. Tutto ha un peso, tutto aggiunge qualcosa: al caso, ai personaggi, alla tensione. È uno di quei libri in cui senti che l’autore sa perfettamente dove vuole portarti e non perde il controllo neanche per sbaglio.

Poi c’è il killer. O meglio: c’è l’ombra del killer. Che forse, ancora più della sua presenza concreta, è la cosa che funziona meglio. Dugoni è bravo a costruire un male che non ha bisogno di mettersi continuamente in mostra per fare paura. Lo senti anche quando non è in scena. Lo senti nei vuoti, nelle conseguenze, nelle persone spezzate che si porta dietro. E questa scelta secondo me è intelligentissima, perché evita di trasformare tutto in uno spettacolo morboso. Il romanzo resta teso, cupo, feroce, ma non diventa mai compiaciuto.

Oltre all’indagine c’è un discorso più ampio sul tempo e sulle vittime. Sul fatto che un delitto non finisce quando smette di fare notizia. Sul fatto che certe donne vengano dimenticate troppo in fretta. Sul fatto che la verità, quando arriva tardi, non smette di essere necessaria. Magari non rimette tutto a posto — anzi, quasi mai lo fa — però almeno restituisce un nome, una forma, una giustizia imperfetta ma reale a ciò che per anni è rimasto solo orrore.

Ecco, questa componente qui mi ha colpita parecchio. Perché Ancora una preda intrattiene benissimo, sì, ma non si limita a quello. Ha una sostanza che in molti thriller manca. Non vive soltanto della domanda “chi è stato?”, ma anche di tutto ciò che quella risposta comporta.

Conclusione

Se proprio devo trovargli un pregio dominante, direi questo: è un libro che non molla mai. Non molla la tensione, non molla il lettore, non molla il dolore delle vittime, non molla neanche quando potrebbe scegliere la via più facile. E questa tenacia si sente in ogni capitolo. Anche nei momenti più riflessivi, anche quando l’azione rallenta un attimo, sotto c’è sempre una corrente inquieta che continua a trascinarti avanti.

In più, e non è un dettaglio da poco, si legge con un piacere quasi brutale. Scorre benissimo, ma non in quel modo anonimo che dopo tre giorni hai già dimenticato metà del libro. Scorre perché è scritto con mestiere, con precisione, con la consapevolezza di chi sa dosare i dettagli senza appesantire e sa quando accelerare senza perdere intensità. È uno di quei romanzi che ti assorbono completamente e ti fanno chiudere il libro con quella soddisfazione rara del “sì, ecco, così si fa”.

Insomma, Ancora una preda per me è stato un thriller come dovrebbe essere ogni thriller che si rispetti: avvincente, teso, intelligente, ben costruito e capace di tenere insieme adrenalina e profondità senza sbilanciarsi mai. Tracy Crosswhite si conferma una protagonista fortissima e Dugoni dimostra di sapere ancora perfettamente come si tiene un lettore inchiodato alla pagina.

E diciamocelo: quando finisci un libro e l’unico pensiero sensato che ti viene è “ok, adesso datemene un altro”, vuol dire che l’autore ha fatto centro pieno.

⭐⭐⭐⭐⭐

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