[Recensione] Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe

by R.
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Copertina di The Southern Book Club’s Guide to Slaying Vampires – Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe di Grady Hendrix: su sfondo nero spiccano due pesche mature illustrate, una delle quali presenta due fori da zanne con colature di sangue; tipografia bianca in grande evidenza e stile rétro che richiama horror anni ’90 con ironia e femminilità suburbana.

Guida al trattamento dei vampiri per casalinghe

Difficile la vita di Patricia Campbell: divisa tra un marito troppo impegnato col lavoro, i figli e l’anziana suocera, la sua unica oasi felice è un gruppo di lettura di libri true crime.

Un giorno al gruppo si unisce James Harris, bello, misterioso e sensibile, che fa sentire alla donna cose ormai non provate da anni.

Eppure c’è qualcosa di strano in lui: non ha un conto in banca, non esce durante il giorno e la suocera di Patricia sostiene di averlo conosciuto da ragazza.

Quando alcuni bambini scompaiono senza che la polizia faccia nulla, Patricia e le amiche sospettano che James sia un serial killer.

Sono loro ad aver letto troppi libri true crime o quello che si aggira nelle loro case è un mostro vero?

Recensione

Avevo voglia di un horror domestico “con i bigodini”, di quelli che trasformano la rassicurante routine in incubo. L’idea di partenza c’era: periferia ben pettinata del Sud degli Stati Uniti tra fine anni ’80 e primi ’90, Patricia Campbell che tira avanti una casa, una suocera smemorata e due figli distratti, e l’unico respiro che è un club del libro formato da signore appassionate di true crime. Poi arriva il vicino affascinante, James Harris, e qualcosa comincia a puzzare di… notturno.

Fin qui, promessa mantenuta.

Il romanzo azzecca l’ambientazione. Le strade tutte uguali, i giardini in ordine, le riunioni del vicinato che sembrano liturgie civili: è il teatro perfetto per far esplodere il mostro non sotto il letto, ma accanto al barbecue. Hendrix ha buon fiuto nel far frizionare la facciata perbene con le crepe del quotidiano: le amiche del club, i mariti zelanti, i figli che crescono a compartimenti stagni. Quando la suocera di Patricia (la temibile Miss Mary) e una serie di sparizioni allungano ombre sempre più scure, senti davvero il brivido di un male che prospera perché nessuno vuole vederlo.

Il problema, per me, è che questa tensione non sempre regge il passo. La trama procede per ripetizione: Patricia vede, dubita, viene zittita, ricomincia da capo. È un meccanismo coerente con il tema (il gaslighting sociale prima ancora che familiare), ma narrativamente finisce per girare in tondo. Il “vicino perfetto” diventa presto l’idea del vicino perfetto, e più di una volta ho avuto la sensazione che i personaggi restassero incollati al ruolo: le amiche oscillano tra scetticismo e complicità su binari prevedibili, i mariti fanno i mariti del manuale, l’antagonista resta spesso icona più che persona.

La parte sociale è dichiarata — sessismo, classismo, razzismo strutturale — e non è un difetto. Anzi: il libro prova esplicitamente a mostrare come certe comunità “ideali” si reggano su esclusioni ben precise. Ma questa spinta, pur meritoria, ogni tanto si mangia la sfumatura: alcune dinamiche sono così esplicite da togliere al lettore il gusto (e lo choc) di arrivarci da sé. La figura di Mrs. Greene, per esempio, porta sulle spalle gran parte del lavoro sporco della verità, e il sistema che minimizza le sparizioni dei bambini neri è raccontato con forza, ma senza sempre trovare un controcanto altrettanto profondo nei comprimari bianchi. Il messaggio arriva, la pagina però perde densità.

Quanto all’orrore, è più spesso “visivo” che psicologico. La scrittura sa essere efficace quando spinge sul ribrezzo — c’è una famigerata scena con gli scarafaggi che non è per stomaci delicati — e la corporeità del vampiro è resa in modo volutamente sgradevole, lontano dalla romantizzazione alla moda. Peccato che il crescendo emotivo non sempre accompagni l’effetto: si rimane più impressionati che davvero atterriti.

Conclusione

Detto questo, alcune scelte funzionano: l’uso delle dinamiche del club di lettura come rete (a volte bucata, a volte salvifica), la progressione dalla curiosità al sospetto alla solidarietà, e quel sottotesto insistito, ma giusto, su come l’“ordine” domestico possa diventare il miglior alleato del male.

L’ultima parte spinge sull’azione e porta a casa il punto, anche se con qualche scorciatoia che si indovina da lontano. Tiro le somme: idea forte, ambientazione centrata, qualche pagina davvero riuscita; però ritmo a elastico, personaggi spesso più funzione che carne e una ripetitività che smorza il morso.

È una lettura che intrattiene e fa discutere — specie su ciò che scegliamo di non vedere in nome della quiete — ma che, per me, resta al di sotto del suo potenziale.

Se cercate un horror domestico che graffi più forte sotto la vernice pastello, qui troverete più il graffio che la ferita.

⭐⭐

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