
Il patto del re
Arthur Oakes è un avido lettore, sognatore e studente del Rackham College, nel Maine, luogo rinomato per i suoi inverni gelidi, l’eccezionale biblioteca e gli splendidi edifici.
Ma il suo idillio – e la nascente storia d’amore con Gwen Underfoot – vanno in frantumi quando una spacciatrice locale e il suo partner lo costringono a commettere uno dei peggiori crimini che possa immaginare: rubare libri rari dalla biblioteca del college.
Finito in un angolo, Arthur si rivolge ai suoi cinque amici più cari in cerca di aiuto. Insieme escogitano un piano folle e fantastico per liberare Arthur dalla crudele trappola in cui si ritrova. Il ricco e irrefrenabile Colin Wren suggerisce di usare l’inquietante Diario di Crane (rilegato con la pelle del suo autore) per evocare un mostro che esegua i loro ordini.
Gli altri, la coraggiosa e bellissima Allison Shiner, i gemelli combattivi Donna e Donovan McBride e l’intelligente e audace Gwen, non esitano a unirsi a Colin nel tentativo di distruggere la realtà e portare una creatura dell’impossibile nel nostro mondo.
Purtroppo il loro piano funziona.
E non c’è niente di semplice nell’affrontare le creature dell’occulto, e così il loro accordo per salvare Arthur diventa un patto terrificante in cui i sei devono scegliere un nuovo sacrificio umano per il Re ogni anno, o diventare il suo prossimo pasto.
Recensione
Joe Hill, sulla carta, è uno di quelli che ti fa pensare: “Ok, adesso mi prende per la collottola e mi trascina in una storia dark con stile”. E Il patto del re parte proprio con quel tipo di promessa: un college nel Maine, inverni gelidi, biblioteca da sogno, un protagonista (Arthur Oakes) che ama i libri e una relazione che sta sbocciando… finché due criminali lo ricattano e lo costringono a rubare volumi rari dalla biblioteca. Fin qui, tensione immediata e potenziale altissimo.
Il problema è che, almeno per come l’ho vissuto io, quella promessa viene annacquata. Non perché manchi l’idea forte (anzi: l’idea è bella cattiva), ma perché il romanzo sembra più interessato a “espandersi” che a colpire. E quando parliamo di un libro da 912 pagine, “espandersi” è un verbo che fa subito scattare il campanello d’allarme: ok, ma ne vale la pena o stiamo facendo cardio narrativo?
La svolta “supernaturale” arriva quando Arthur chiede aiuto ai suoi cinque amici, e uno di loro propone un piano che è contemporaneamente folle e affascinante: usare un oggetto sinistro, il Diario di Crane (rilegato con la pelle del suo autore), per evocare una creatura che esegua i loro ordini. E sì, ovviamente funziona. Solo che da lì il “salviamo l’amico” si trasforma in un patto terrificante: ogni anno devono offrire un sacrificio umano al Re, altrimenti saranno loro il prossimo pasto.
Capisci? Come concept è una bomba. Senso di colpa, ricatto morale, escalation inevitabile: roba che può diventare disturbante davvero. Eppure, per me, qui sta il primo grande inciampo: la storia si racconta troppo e si fa sentire troppo poco.
Cioè: non è che non succedano cose. Il punto è come succedono. Spesso ho avuto la sensazione di stare leggendo un romanzo che continua a costruire e ribadire il suo mondo, le sue regole, il suo “patto”, ma che fatica a trasformare questa costruzione in una tensione costante. In un libro con un’idea del genere io voglio sentire l’ansia nello stomaco, voglio quel crescendo in cui ogni scelta dei personaggi è una fucilata morale. Qui, invece, mi è capitato di percepire molta “architettura” e meno impatto.
E non è nemmeno una questione di stile “lento” in senso buono. Io amo i thriller/horror che si prendono tempo, quando quel tempo serve a far salire l’inquietudine. Qui però, a tratti, il tempo sembra usato per dilatare. E la dilatazione è il nemico naturale dell’horror: se mi spieghi troppo il mostro, se mi fai girare intorno al terrore per cento pagine, io non tremo più — mi distraggo, apro il frigo, ripenso alle bollette, ciao.
Poi ci sono i personaggi. Il gruppo dei sei amici (con le sue dinamiche interne) è un classico che può funzionare benissimo, soprattutto quando l’autore ti fa percepire davvero la differenza tra “amicizia” e “complicità”. Qui però li ho trovati più archetipi che persone, almeno per buona parte del viaggio. Il ricco irrefrenabile, la coraggiosa, i gemelli combattivi, la ragazza intelligente e audace… tutto presentato in modo abbastanza dichiarativo.
E quando un romanzo vive di scelte atroci e di compromessi, io ho bisogno che i personaggi mi sembrino reali al 100%, non “ruoli” ben distribuiti nel party. Perché se non mi affeziono, o se non li odio nel modo giusto, il patto smette di essere una tragedia e diventa un meccanismo di trama.
La cosa che mi ha convinta meno, però, è la gestione del “patto” come motore narrativo. L’idea del sacrificio annuale è potentissima: è una bomba etica che ti costringe a chiederti quanto lontano saresti disposto ad andare per salvarti la pelle (e magari salvare chi ami). Ma proprio perché è così forte, va maneggiata con una precisione chirurgica. Se la ripeti, se ci giri troppo attorno, se la usi come “ritornello” invece che come lama, rischi l’effetto opposto: l’orrore diventa routine. E l’horror di routine è come un film di paura con la luce accesa: tecnicamente è sempre quello, ma non fa più paura.
Conclusione
Detto questo: non è un disastro totale, eh. Ci sono momenti in cui l’autore fa intravedere quello che potrebbe essere il romanzo nella sua forma migliore. L’atmosfera del college nel Maine, il fascino della biblioteca e dei libri rari, il tocco macabro del Diario… sono ingredienti che hanno personalità.
E a livello di immaginario, l’idea del “Re” e delle creature dell’occulto ha un potenziale davvero goloso, soprattutto se ti piace il dark che flirta con il fantastico.
Solo che, per me, il bilancio finale resta quello di un libro che avrebbe dovuto stringere i denti e tagliare, invece di allargarsi. Avrei preferito meno pagine e più cattiveria emotiva. Meno spiegazioni e più conseguenze. Meno “ecco le regole del mondo” e più “guarda cosa succede quando provi a barare con il male”.
In pratica: il seme è buono, la pianta cresce, ma non dà il frutto che prometteva. E quando arrivi in fondo (o anche solo a metà, onestamente), non ti resta quel senso di “wow, mi ha devastata”, ma più un “ok… quindi?”. Che per un romanzo basato su un patto di sangue, sacrifici e mostri evocati per disperazione, è un po’ come ordinare una pizza con ‘nduja e ricevere una margherita tiepida: tecnicamente commestibile, ma la delusione te la ricordi.
⭐⭐
