[Recensione] Katabasis

by R.
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Copertina di libro tascabile inclinata con fondo verde scuro: titolo “KATABASIS” in caratteri dorati e nome autore “R. F. KUANG”; al centro illustrazione architettonica in stile Escher con cortile a pozzo e scale impossibili, fogli bianchi che svolazzano, atmosfera accademico-fantasy; edizione italiana Mondadori, tono elegante e misterioso.

Katabasis

Alice Law ha sempre avuto un solo obiettivo: diventare una delle menti più brillanti nel campo della magia. Per realizzarlo ha sacrificato molto: l’orgoglio, la salute, l’amore e, soprattutto, la sua salute mentale.

Tutto per lavorare a Cambridge con il professor Jacob Grimes, il più grande mago del mondo. Ma poi il professore muore in un incidente magico di cui lei è forse l’unica responsabile.

Ora Grimes è all’Inferno e Alice si mette sulle sue tracce: una lettera di referenze di Grimes, infatti, è decisiva per il suo futuro accademico, e neanche la morte potrà costringerla a rinunciare ai propri sogni.

Peccato che anche il suo rivale negli studi, Peter Murdoch, abbia avuto la stessa idea. Con i racconti di Orfeo e Dante a far loro da guida, una scorta di gessetti con cui tracciare i pentacoli degli incantesimi, e desiderosi di dare un senso al loro traumatico percorso accademico, Alice e Peter partono alla volta degli Inferi con un’unica missione: salvare un uomo che nemmeno amano.

Ma l’Inferno non è come quello raccontato nei libri, la magia non è sempre la risposta a tutti i problemi, e c’è qualcosa nel passato di Alice e Peter che potrebbe trasformarli in alleati perfetti… oppure portarli alla rovina.

Recensione

Ci sono libri che arrivano già con un’aura addosso: “il nuovo grande romanzo di…”, “tra i 100 migliori dell’anno”, “il dark academia definitivo”. E tu li inizi con quella combinazione pericolosa di aspettativa altissima e sospetto latente: ok, vediamo se sei davvero tutto questo fenomeno.

Con Katabasis, la mia risposta è stata: sì… ma anche no.

Non è un disastro, non è un capolavoro assoluto. Sta in quella zona grigia che ti fa dire: interessante, brillante a tratti, ma non sempre coinvolgente. Il classico libro che ti fa apprezzare l’idea più della lettura in sé.

La premessa è oggettivamente fighissima.

Siamo nella Cambridge degli anni ’80, tra biblioteche gotiche, college pieni di gerarchie non dette e quell’aria di élite che sa di moquette consumata e pensieri velenosi.

I protagonisti sono Alice Law e Peter Murdoch, due dottorandi di magia – non la magia “piume che volano da sole”, ma la magia analitica, un sistema che mescola logica, filosofia e incantesimi strutturati come paradossi matematici.

Il loro relatore, il famosissimo professor Jacob Grimes, muore in un incidente di laboratorio parecchio sospetto (e forse non proprio estraneo alle responsabilità di Alice). Peccato che da lui dipenda non solo la loro ricerca, ma soprattutto la lettera di raccomandazione che può decidere se avranno un futuro accademico o faranno la fine del 90% dei precari del pianeta.

Soluzione? Semplice: si scende all’inferno per riprendersi l’anima del prof… e soprattutto la maledetta lettera.

È qui che entra in gioco il titolo: katabasis = discesa agli inferi. Letterale, metaforica, accademica. Tutto insieme.

La parte che ho apprezzato di più è stata l’atmosfera.

La Kuang sa perfettamente cosa sta facendo quando lavora sul registro “accademia + potere + abuso + culto del genio”. L’università non è mai solo un luogo di studio: è una struttura di potere che ti mangia viva se glielo permetti.

L’idea che l’accademia contemporanea sia già di per sé un inferno è tutto tranne che sottile, ma funziona. Alcune scene sembrano proprio la versione demoniaca dei concorsi universitari: file infinite, moduli, giudizi arbitrari, culto malato del merito.

Il sistema di magia analitica è una delle cose più originali del libro: incantesimi basati su paradossi logici, formule che sfruttano le contraddizioni del linguaggio, magia come estensione estrema della logica formale.

Sulla carta è geniale. Davvero.

Il problema è che a volte sembra di leggere una tesi di dottorato travestita da fantasy.

Ci sono momenti in cui la spiegazione di come funziona un incantesimo o un paradosso occupa più spazio della scena in cui quell’incantesimo viene usato. Il risultato è che la tensione narrativa scende, mentre sale il senso di “ok, interessante, ma posso vedere qualcuno rischiare la pelle invece di discutere per dieci pagine di coerenza interna?”

Se ti piacciono i sistemi magici ultra-strutturati e super teorici, qui godi parecchio. Se invece cerchi un equilibrio tra idea brillante e ritmo, Katabasis tende a inclinarsi troppo verso il lato cerebrale.

Alice Law è una protagonista che, in teoria, ha tutto per funzionare: ossessionata dal merito, disposta a distruggersi pur di essere “abbastanza”, con un rapporto malsano col proprio lavoro e una salute mentale che non se la passa esattamente benissimo.

La Kuang lavora bene sul tema dell’ambizione tossica: Alice non è semplicemente “brava”, è intrappolata nell’idea che il suo valore come persona dipenda dal curriculum. E qui, onestamente, il libro centra bersagli molto reali.

Il problema è che, col passare delle pagine, tutto questo rimane spesso dentro la sua testa: mille riflessioni, mille ansie, mille paranoie… ma il mondo intorno a lei a volte sembra più un fondale che un contesto vivo.

Peter, il co-protagonista, nasce come contraltare di Alice, ma finisce per essere un po’ troppo simile nello stampo: brillante, competitivo, intrappolato nello stesso culto accademico.

Il loro conflitto è interessante, ma raramente esce dai binari già dichiarati fin dall’inizio: entrambi sacrificano tutto sull’altare del prof Grimes, entrambi sono pronti ad andare all’inferno (letteralmente) per una lettera. E sì, è voluto. Ma a livello emotivo, dopo un po’ rischia l’effetto loop.

I personaggi “infernali” – giudici, divinità, figure mitologiche, persino il famoso gatto magico che molti hanno amato – sono gustosi, ma spesso restano più simboli che persone. Funzionano come metafore del sistema, come commento sociale, meno come figure con una propria traiettoria emotiva.

Se devo sintetizzare il motivo per cui non mi ha conquistata del tutto, è il ritmo.

La partenza, per me, è la parte migliore: Cambridge, il laboratorio, la morte di Grimes, l’aria carica di rivalità, l’ossessione per la lettera di raccomandazione. Lì l’autrice è affilata, divertente a tratti, cattiva al punto giusto.

Quando comincia la vera discesa all’inferno, invece, succede una cosa strana: in teoria il viaggio dovrebbe aumentare la tensione, in pratica spesso la diluisce.

Molti critici hanno fatto notare che il romanzo tende a diventare prolisso, pieno di digressioni teoriche, un po’ troppo soddisfatto della propria intelligenza.

E sì, devo dire che l’ho sentito anch’io. Ci sono capitoli in cui senti più il peso della struttura che l’urgenza della storia.

Non è che non succeda nulla, ma spesso ciò che accade viene rapidamente assorbito in discussioni astratte, analisi, riferimenti mitologici, rimandi letterari. È un libro che pensa tantissimo; a volte però senti il bisogno di farlo anche vivere, non solo ragionare.

È un inferno più mentale che viscerale.

Se ti aspetti un viaggio infernale pieno di scene al cardiopalma, pericoli immediati, corpo a corpo con i demoni, potresti restare un po’ a secco. Qui il vero campo di battaglia è il discorso accademico stesso.

Ci sono passaggi in cui vedi con chiarezza quanto il sistema accademico – anche reale, non solo quello magico del libro – sia disposto a bruciare i suoi talenti per tenere in piedi la macchina. E lì il romanzo centra perfettamente il punto: l’inferno non è solo un luogo, è un’organizzazione.

Mi è piaciuto anche come il libro affronta, anche se spesso in maniera più implicita che esplicita, la questione di identità e valore personale: se tutto ruota attorno al giudizio di un professore, di una commissione, di un’istituzione, allora tu chi sei quando quella struttura ti crolla addosso? In quei momenti, Katabasis non è più solo un esercizio concettuale: diventa emotivo, concreto, quasi fastidiosamente vicino alla realtà.

Conclusione

Alla fine, il mio problema non è con ciò che il libro prova a fare, ma con come lo fa.
L’ambizione è enorme (e la rispetto moltissimo), ma l’esecuzione non sempre regge il peso:

  • troppo tempo speso a spiegare, non abbastanza a far sentire davvero la minaccia;
  • personaggi chiusi in un’ossessione che, col passare dei capitoli, rischia la monotonia;
  • un inferno molto intelligente, ma non sempre altrettanto coinvolgente sul piano emotivo.

È uno di quei romanzi che apprezzi più con il cervello che con la pancia.
Io, arrivata in fondo, avevo molte cose su cui riflettere, ma non quella sensazione di strappo emotivo che mi aspettavo da una discesa all’inferno firmata Kuang.

Katabasis per me è stato un esperimento interessante, a tratti brillante, a tratti estenuante.
Un libro che ricorderò più per l’idea e per i temi che mette sul tavolo che per il piacere puro della lettura.

Non lo metto sullo scaffale dei “mai più”, ma neanche in quello dei “ti prego, leggilo subito o sei una brutta persona”. Sta nel mezzo: stimolante, imperfetto, densissimo – e, a modo suo, onesto nel mostrarti quanto possa essere infernale l’ossessione accademica.

⭐⭐⭐

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