[Recensione] Le ragazze della scienza

by R.
49 views
Mockup 3D di un libro inclinato su sfondo nero, con copertina fotografica che mostra due figure femminili in abiti anni ’40, una in blu e una in rosso, ritratte dal collo in giù; sullo sfondo nero compaiono formule e simboli matematici in gesso come su una lavagna, con il titolo “Le ragazze della scienza” in bianco e rosso, creando un’atmosfera storica legata a ricerca, matematica e scienziate.

Le ragazze della scienza

Negli anni Trenta, la Germania era una fucina del pensiero scientifico ma, dopo che i nazisti presero il potere, le cittadine ebree e le donne furono costrette a lasciare i loro incarichi accademici.

Hedwig Kohn, Lise Meitner, Hertha Sponer e Hildegard Stücklen erano scienziate eminenti nei loro campi ma, a causa delle loro origini ebraiche o dei loro sentimenti antinazisti, non ebbero altra scelta che fuggire.

Lo straziante viaggio che le condusse fuori dalla Germania divenne una questione di vita o di morte… Lise Meitner fuggì in Svezia, dove poi scoprì la fissione nucleare (anche se il merito fu attribuito solo a Otto Hahn…), e le altre scapparono negli Stati Uniti, dove portarono la fisica avanzata nelle università americane: Hertha Sponer fece progredire lo studio degli spettri di numerosi composti chimici; il brevetto messo a punto da Hedwig Kohn migliorò l’illuminazione e il suo lavoro condusse all’interpretazione quantistica della dispersione ottica; Hildegard Stücklen fu in grado di determinare l’effetto delle radiazioni cosmiche sui meteoriti.

A prescindere da dove approdarono, ognuna di loro rivoluzionò il campo della fisica quando sembrava non avessero nessuna possibilità di riuscirci, spronando altre giovani donne a fare lo stesso. Frutto di un accuratissimo lavoro di documentazione durato anni e scritto con una prosa cinematografica, Le ragazze della scienza dà finalmente voce a queste straordinarie donne pioniere: il loro intelletto era altrettanto abbagliante di quello di tutti gli uomini con cui collaborarono, ma dovettero lavorare il doppio per dimostrarlo.

Lise Meitner, Hedwig Kohn, Hertha Sponer e Hildegard Stücklen contribuirono a creare, di fatto, la prima generazione di fisiche, mostrandoci inoltre come la sorellanza e la curiosità scientifica possano trascendere i confini e persistere di fronte a difficoltà apparentemente insormontabili.

Recensione

Le ragazze della scienza di Olivia Campbell, per me, è stato questo: un saggio con un argomento interessantissimo, persino importante, ma raccontato in un modo che non sono riuscita a sentire davvero vivo. E la cosa mi dispiace ancora di più proprio perché la materia di partenza aveva un potenziale enorme.

L’idea di riportare al centro quattro donne straordinarie, brillanti, determinanti per la storia della scienza e troppo spesso rimaste ai margini del racconto ufficiale, è una di quelle cose che ti fanno pensare: sì, ecco, questo libro serve. Serve a colmare un vuoto, a rimettere a posto almeno un pezzetto di memoria collettiva, a ricordarci che dietro certe grandi svolte scientifiche non c’erano solo uomini col camice e il nome stampato nei manuali, ma anche donne che hanno studiato, resistito, contribuito e poi, in molti casi, pagato il prezzo dell’essere nel posto giusto in un’epoca profondamente sbagliata.

E fin qui tutto bene.

Anzi, più che bene. Il contesto storico e umano che emerge dal libro è, senza dubbio, la parte che ho trovato più interessante. C’è un mondo intero che si apre: quello della scienza europea, delle università, dei laboratori, delle tensioni politiche, dei pregiudizi, dell’antisemitismo, dell’emarginazione sistematica. Non è solo una questione di formule, esperimenti o intuizioni geniali. È anche una questione di accesso, di riconoscimento, di possibilità negate. Ed è proprio in questo incrocio tra storia della scienza e storia sociale che il libro, almeno nelle intenzioni, trova la sua forza migliore.

Il problema è che, per quanto mi riguarda, questa forza è rimasta spesso intrappolata nella forma.

Perché sì, il contenuto è interessante. Anche molto. Ma la scrittura l’ho trovata lenta, poco scorrevole, a tratti quasi faticosa. E non nel senso buono del termine, quello per cui un libro richiede attenzione perché è denso, ricco, complesso. Qui ho avvertito piuttosto una lentezza che smorza il coinvolgimento, che appiattisce il ritmo e rende la lettura più meccanica di quanto avrei voluto. In diversi momenti avevo la sensazione di stare leggendo un testo che aveva tutte le carte in regola per appassionarmi, ma che continuava a tenere me e la sua stessa materia a una certa distanza di sicurezza.

Ed è un peccato, perché quando si raccontano figure così significative, la sfida vera è farle respirare sulla pagina. Farle uscire dal perimetro del “caso storico interessante” per diventare persone, menti, vite che il lettore sente vicine, anche se appartengono a un’altra epoca. Invece qui mi è mancato proprio quel guizzo capace di trasformare la ricostruzione in narrazione viva. Ho percepito il valore documentario del libro, ma molto meno la sua capacità di trascinarmi davvero dentro le storie.

Non sto dicendo che Olivia Campbell non conosca l’argomento o che non lo abbia studiato bene. Quello si sente. C’è lavoro, c’è ricerca, c’è l’intenzione chiara di restituire visibilità a donne che la Storia, con la S maiuscola e il vizio di selezionare sempre gli stessi protagonisti, ha trattato con la solita eleganza di un frigorifero lanciato dalle scale. Però tra il sapere e il saper raccontare c’è di mezzo una bella differenza. E secondo me questo libro ne è un esempio abbastanza chiaro.

Uno dei rischi maggiori, in opere di questo tipo, è che l’importanza del tema venga data quasi per sufficiente. Come a dire: ciò che sto raccontando è così rilevante che il lettore resterà comunque agganciato. Peccato che non funzioni proprio così. Un tema importante non diventa automaticamente una lettura coinvolgente. E anzi, quando il tema è forte, il contrasto con una scrittura che non decolla si sente ancora di più. Perché sai che lì dentro ci sarebbe tantissimo da amare, ma il libro continua a non lasciarti entrare davvero.

A me è successo proprio questo. Leggevo e riconoscevo il valore del progetto, ma non trovavo il ritmo. Non trovavo il flow. Non trovavo quella naturalezza che ti fa voltare pagina con curiosità sincera, con il desiderio di scoprire non solo cosa è accaduto, ma come una certa vicenda verrà raccontata, come un personaggio verrà restituito, come un passaggio saprà sorprenderti. Qui, invece, sono andata avanti più per interesse intellettuale che per autentico trasporto.

Un altro aspetto che mi ha lasciata un po’ fredda è stata la sensazione generale di distanza emotiva. Parliamo di donne che hanno vissuto discriminazioni, esclusioni, tensioni enormi, eppure in diversi punti non ho sentito fino in fondo il peso umano delle loro esperienze. O meglio: l’ho capito, ma non sempre l’ho sentito.

Forse è anche una questione di equilibrio tra divulgazione e narrazione. Alcuni libri riescono a essere rigorosi senza diventare rigidi, ricchi senza essere pesanti, informativi senza trasformarsi in una maratona in salita con i sassi nelle scarpe. Le ragazze della scienza, per me, non ha trovato del tutto quell’equilibrio. Rimane in una zona un po’ intermedia: abbastanza interessante da non farmelo bocciare senza appello, ma non abbastanza coinvolgente da farmi dire che è stata una bella lettura.

Il contesto è prezioso, le figure raccontate meritano attenzione, e il tentativo di fare luce su queste storie è assolutamente condivisibile. Però leggere un libro non significa solo approvarne l’intento. Significa anche entrarci, seguirlo, sentirlo muovere. E qui io ho fatto fatica.

È una di quelle letture che rispetti più di quanto ami. Quelle a cui riconosci una funzione, persino una necessità, ma che non riescono a coinvolgerti davvero sul piano dell’esperienza di lettura. In pratica, il cervello dice “questo argomento è importantissimo”, mentre il resto di te sbadiglia con educazione cercando di non farsi notare troppo. Una situazione un po’ infida, perché ti fa quasi sentire in colpa per il giudizio. Ma no: un libro può avere ottime intenzioni e restare comunque poco riuscito come lettura.

Conclusione

Quello che mi porto via, alla fine, non è tanto il piacere del libro in sé quanto la curiosità verso le storie vere che racconta. E forse è questo il paradosso più evidente: mi è interessato più ciò di cui parlava che il modo in cui lo faceva. Mi ha lasciato il desiderio di approfondire le protagoniste, ma non quello di consigliare il volume con entusiasmo. Semmai lo consiglierei con molte riserve, a chi è davvero molto interessato all’argomento e disposto a passare sopra a una prosa poco agile in nome del contenuto.

Le ragazze della scienza è uno di quei libri che condivido nel principio ma non nell’esecuzione. Apprezzo il recupero storico, riconosco l’importanza del tema, trovo validissima l’idea di ridare spazio a queste donne e al loro contributo. Però la scrittura, almeno per me, non ha fatto il suo dovere fino in fondo. È rimasta lenta, poco fluida, incapace di trasformare un materiale potentissimo in una lettura davvero memorabile.

Ed è un peccato, perché le protagoniste meritavano un libro che avesse la stessa energia, intelligenza e incisività che la storia ha preteso da loro per farle esistere, anche solo di sbieco, nel racconto ufficiale della scienza.

⭐⭐

You may also like