[Recensione] Not quite dead yet

by R.
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Copertina del romanzo young adult “Not Quite Dead Yet” di Holly Jackson, tascabile inclinato con sfondo nero e grande cerchio centrale blu-viola che ricorda una coltura in provetta o una macchia di inchiostro fluorescente; il titolo in bianco occupa quasi tutto lo spazio, con il nome dell’autrice in rosso nella parte bassa e logo Rizzoli; grafica moderna e inquieta, perfetta per un thriller YA dal tono oscuro.

Not quite dead yet

Tra sette giorni Jet Mason sarà morta. Jet ha ventisette anni e sta ancora aspettando che la sua vita decolli. Il suo mantra è “lo farò più tardi”, pensando di avere tutto il tempo del mondo.

Fino alla notte di Halloween, quando viene aggredita in casa sua da un intruso. L’attacco le procura un forte trauma cranico e il medico è certo che entro una settimana la lesione scatenerà un aneurisma mortale.

Jet non ha mai pensato di avere dei nemici, ma ora vede tutti sotto una nuova luce: la sua famiglia, la sua ex migliore amica, ora sua cognata, il suo ex fidanzato possessivo…

Le restano sette giorni, solo sette giorni per scoprire chi l’ha aggredita, e a mano a mano che le sue condizioni peggiorano, Jet si rende conto che l’unico di cui si possa fidare è il suo amico d’infanzia Billy.

Ma questa assurda storia ha anche un risvolto positivo: per la prima volta nella sua vita è determinata a portare a termine qualcosa. Jet risolverà il suo stesso omicidio.

Recensione

Ci sono thriller che ti fanno venire voglia di “risolvere il caso” e basta. E poi ci sono thriller come Not quite dead yet che ti mettono addosso una sensazione molto più cattiva: “ok, ma se fossi io? se avessi davvero sette giorni e nessuna seconda possibilità?”.

Holly Jackson qui fa una cosa tanto semplice quanto micidiale: prende un concept che è già un gancio perfetto (una donna che deve scoprire chi ha provato a ucciderla prima che il tempo scada) e lo trasforma in un romanzo che è insieme corsa contro il tempo, giallo, e viaggio emotivo dentro una protagonista che non ti chiede di piacerle… ma finisce per conquistarti lo stesso.

La protagonista è Margaret “Jet” Mason, 27 anni, bloccata in una vita che non le assomiglia più (o forse non le è mai assomigliata davvero). Siamo a Woodstock, Vermont, quella provincia americana “pulita” e apparentemente ordinata, dove tutti sanno tutto di tutti… e proprio per questo si può nascondere qualsiasi cosa dietro un sorriso.

Jet viene aggredita dopo una festa di Halloween e si risveglia con una sentenza addosso: ha una lesione che innescherà un aneurisma mortale in pochi giorni, a meno di sottoporsi a un intervento rischioso. E Jet, anziché buttarsi in una speranza chirurgica “forse sì forse no”, sceglie la cosa più assurda e più Jet possibile: userà il tempo che le resta per scoprire chi l’ha ridotta così.

Ecco, questa scelta narrativa non è solo “wow che idea”. È il vero centro del romanzo, perché rende ogni conversazione, ogni sospetto, ogni dettaglio un pezzo di ossigeno. Il tempo non è un’ambientazione: è un antagonista. Jet non corre solo contro un assassino/mandante: corre contro il proprio corpo che si spegne.

Jet è una protagonista che rischia di spaccare i lettori in due. È tagliente, cinica, ha quell’umorismo un po’ morboso di chi ha già perso troppe cose e ha imparato che la gentilezza non sempre salva. Alcune persone potrebbero trovarla “difficile”.

Io, però, con personaggi così mi sciolgo. Perché la verità è questa: Jet non è “stronza per sport”. Jet è un mix di rabbia e autodifesa, e sotto quella scorza c’è una vulnerabilità che non fa la carina, non fa scena, non cerca consolazione. Semplicemente esiste. E quando una protagonista è scritta così, senza chiedere permesso, succede una cosa bellissima: ti costringe a seguirla.

La Jackson la costruisce bene anche perché la mette davanti a un bivio emotivo enorme: Jet può scegliere di passare gli ultimi giorni a “salutare tutti” come in un film strappalacrime… oppure può scegliere di fare, finalmente, qualcosa che le appartenga. C’è un tema di riscatto personale molto forte (e sorprendentemente toccante) che emerge proprio da qui.

La parte investigativa è costruita con intelligenza: la polizia si muove, qualcuno viene arrestato (l’ex, JJ, finisce subito nel mirino), ma Jet non ci sta. Non perché sia la detective più sveglia del mondo, ma perché conosce il contesto e sente che la soluzione “comoda” non torna.

E qui l’autrice fa una cosa che a me piace tantissimo: invece di puntare tutto su una raffica di colpi di scena “shock” messi a caso, fa crescere l’indagine in modo organico. Più Jet scava, più viene fuori che il problema non è solo una persona cattiva, ma un intero sistema di relazioni, soldi, reputazioni, silenzi.

È un mystery che non ti fa solo giocare al Cluedo: ti fa anche pensare “ok ma qui la faccenda è marcia da prima”.

Accanto a Jet c’è Billy, amico d’infanzia, presenza leale, spalla imperfetta ma fondamentale. La dinamica tra loro non è la classica “romance infilata a forza per far contenti tutti”: è soprattutto una relazione fatta di passato, rimorsi, cose non dette, e quella forma di affetto che arriva quando hai visto l’altro nei momenti peggiori.

E poi c’è la famiglia, che nel thriller spesso è un contorno… qui no. Qui la famiglia è una fonte continua di frizione: amore, controllo, distanza, senso di colpa, privilegi, ferite che non si rimarginano. È uno di quei libri in cui il “tornare a casa” non è mai solo un fatto geografico ma è una resa dei conti.

Conclusione

Il romanzo scorre con quel ritmo da ancora un capitolo e poi dormo — e sappiamo tutti che è una bugia.

Quindi tu non stai leggendo solo per sapere chi è stato. Stai leggendo perché vuoi vedere Jet arrivare alla fine della sua corsa con qualcosa in mano. Anche se quel qualcosa è doloroso e ti farà piangere come una bambina.

Not quite dead yet ti fa comunque sbattere contro alcuni temi belli grossi:

  • Il privilegio e la reputazione. Jet viene da una famiglia benestante, e il libro non fa finta che questo non cambi tutto: come si muovono le persone, come viene trattata la storia, cosa si può coprire e cosa no.
  • Il peso dei segreti. Non “il segreto shock” da soap opera: il segreto come abitudine, come famiglia, come città piccola che decide cosa merita di essere detto e cosa deve sparire sotto il tappeto.
  • La voglia di contare qualcosa prima di finire. Questa, per me, è la parte più feroce e più umana.

Jet non è l’eroina perfetta: è una persona che si guarda allo specchio e pensa di non aver combinato niente, e poi improvvisamente ha un’urgenza enorme di scegliere come chiudere il cerchio.

⭐⭐⭐⭐⭐

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