[Recensione] Seppellisci le mie ossa nel suolo di mezzanotte

by R.
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Copertina del libro Seppellisci le mie ossa nel suolo di mezzanotte di V.E. Schwab, mostrata in prospettiva su sfondo nero, con una grafica intensa e gotica dominata dal nero profondo, da grandi rose blu e da un lettering elegante in giallo e bianco, creando un’atmosfera oscura, poetica e misteriosa legata a segreti sepolti, memoria, identità e narrativa fantastica dalle sfumature dark.

Seppellisci le mie ossa nel suolo di mezzanotte

Santo Domingo de la Calzada, 1532. Una ragazza astuta e selvaggia, la sua bellezza pari solo all’intensità del suo desiderio di fuggire.

María sa che non potrà essere altro che un premio, o una pedina, nei giochi degli uomini. Ma quando un’affascinante sconosciuta le offre un’alternativa, a guidare la sua scelta è la disperazione. E giura che non avrà rimpianti.

Una storia che parla d’amore.

Londra, 1827. Una giovane donna vive una vita idilliaca reclusa nella tenuta di famiglia, finché, per un istante di intimità proibita, non viene spedita a Londra. Il cuore tenero di Charlotte e i suoi desideri apparentemente impossibili vengono spazzati via dall’invito di una bellissima vedova, ma il prezzo della libertà è più alto di quanto avrebbe potuto immaginare.

Una storia che parla di rabbia.

Boston, 2019. Il college doveva essere un nuovo inizio: è per questo che Alice si è trasferita dall’altra parte del mondo, lasciandosi alle spalle la vecchia vita. L’avventura di una notte però le suscita mille domande sul suo passato, sul presente e sul futuro. E così si lancia alla ricerca di risposte e di vendetta. Una storia che parla della vita, di come finisce e di come ricomincia.

Recensione

Seppellisci le mie ossa nel suolo di mezzanotte non ha neppure bisogno di una copertina particolarmente elaborata per attirare l’attenzione. Basta leggerlo una volta per immaginare terra umida, radici, sangue, corpi sepolti e qualcosa che, invece di marcire tranquillamente come previsto dalla natura, decide di mettere i denti.

Aggiungiamoci V.E. Schwab, tre donne vissute in epoche diverse, l’immortalità e un branco di vampire moralmente discutibili e, almeno sulla carta, avevamo tutti gli ingredienti per una delle mie prossime ossessioni letterarie.

Il romanzo intreccia tre storie ambientate in momenti e luoghi differenti. Nel 1532, a Santo Domingo de la Calzada, María cresce sapendo che il suo futuro sarà deciso dagli uomini che la circondano. Nel 1837, Charlotte vive un’esistenza protetta e soffocante nella proprietà della propria famiglia, fino a quando un desiderio proibito non la conduce a Londra. Nel 2019, Alice lascia la Scozia per frequentare l’università a Boston, ma un incontro apparentemente occasionale risveglia in lei una fame nuova e impossibile da ignorare. Le loro esistenze finiranno per intrecciarsi attraverso il desiderio, la libertà, il sangue e il prezzo dell’immortalità.

L’edizione italiana supera le seicento pagine. Un dettaglio che, normalmente, non rappresenterebbe un problema: non ho nulla contro i libri lunghi, purché abbiano davvero seicento pagine di cose da raccontare e non quattrocento pagine di storia seguite da duecento di concetti ribaditi per sicurezza.

Ed è proprio qui che cominciano le mie difficoltà.

Perché Seppellisci le mie ossa nel suolo di mezzanotte è un romanzo affascinante. Ha una bella atmosfera, una scrittura ricercata, tre protagoniste potenzialmente molto interessanti e un’idea del vampirismo che torna alle sue radici più sensuali, ambigue e inquietanti. Non tratta l’immortalità come un superpotere particolarmente elegante, buono per indossare vestiti meravigliosi e guardare con aria malinconica la pioggia contro i vetri. Essere immortali, qui, significa avere fame. Significa desiderare continuamente qualcosa che non basta mai. Significa ottenere la libertà e scoprire che anche la libertà può diventare una prigione.

Tutto molto bello.

Il problema è che il romanzo sembra innamorarsi così tanto delle proprie metafore da non sapere più quando lasciarle andare.

La fame è desiderio. La fame è amore. La fame è ambizione. La fame è libertà. La fame è possesso. La fame è rabbia. La fame è il bisogno di essere viste, scelte e ricordate. E va benissimo, il tema è potente e perfettamente adatto al mito del vampiro. Ma dopo averlo capito, interiorizzato, osservato da diversi punti di vista e probabilmente inciso su una lapide, il romanzo continua a spiegarcelo.

Ancora.

E ancora.

E ancora un pochino, nel caso in cui nel frattempo fossimo andati a preparare il caffè.

La ripetizione, per me, è stata uno dei limiti più evidenti della lettura. L’autrice possiede una scrittura molto visiva e musicale, capace di creare frasi che sembrano pensate per essere sottolineate. Alcune immagini sono davvero belle. C’è una cura evidente nel modo in cui il sangue, la terra, le radici e i fiori diventano parte dello stesso immaginario. La trasformazione non è mai soltanto fisica: è crescita, corruzione, liberazione e perdita.

Però, quando ogni pensiero vuole diventare una citazione memorabile, il risultato può finire per sembrare artificiale.

A un certo punto non stavo più seguendo soltanto le protagoniste. Sentivo l’autrice dietro di loro, impegnata a lucidare ogni frase fino a farla brillare. E una prosa troppo consapevole della propria bellezza rischia di creare distanza.

María è probabilmente la protagonista che mi ha incuriosita di più.

Nasce in un mondo in cui essere donna significa essere considerata una proprietà da amministrare. È intelligente, ambiziosa, insofferente ai limiti che le vengono imposti. Non sogna soltanto di scappare: sogna il potere necessario a impedire che qualcuno possa rinchiuderla di nuovo. Il suo desiderio di libertà ha qualcosa di feroce, e proprio per questo la sua trasformazione appare coerente.

María non vuole semplicemente vivere.

Vuole vincere.

È affascinante osservarla mentre comprende le possibilità offerte dall’immortalità, ma lo è ancora di più quando quella libertà inizia a mostrarne il lato oscuro. Perché liberarsi dal controllo altrui non significa automaticamente diventare una persona migliore. A volte chi è stato trattato come una pedina non sogna un mondo senza scacchiera: sogna di essere finalmente la mano che muove tutti gli altri.

María rappresenta bene questa ambiguità. È magnetica, egoista, affamata e spesso crudele. Non è costruita per risultare simpatica, e meno male. Le donne moralmente irreprensibili possono anche riposarsi un attimo: abbiamo bisogno pure di quelle che conquistano l’immortalità e decidono di usarla nel modo peggiore possibile.

Eppure anche il suo arco narrativo, a lungo andare, mi è sembrato circolare. María desidera, ottiene, si annoia e desidera qualcosa di nuovo. Il meccanismo è coerente con il personaggio, ma la coerenza non impedisce alla ripetizione di diventare pesante. Il punto è proprio che nulla può soddisfarla, e il romanzo vuole farci percepire questa condanna. Io l’ho percepita. Molto bene. Forse anche cinquanta pagine prima che il libro decidesse di passare oltre.

Charlotte ha invece una presenza più delicata.

La sua storia nasce dalla repressione, dalla paura e dalla scoperta di un desiderio che il mondo intorno a lei considera inaccettabile. Rispetto a María, Charlotte non cerca inizialmente il dominio: cerca la possibilità di esistere senza vergogna. Vuole amare ed essere amata, ma soprattutto vuole smettere di considerare se stessa un errore da correggere.

La sua parte è forse quella che mette maggiormente in evidenza la relazione tra desiderio e vulnerabilità. Charlotte è affamata in modo diverso. Non vuole conquistare il mondo: vuole trovare un posto nel quale non debba continuamente nascondersi. Proprio per questo diventa facile manipolarla. Quando qualcuno ha trascorso l’intera vita ricevendo soltanto rifiuti, anche una porta socchiusa può sembrare l’ingresso del paradiso.

Qui la Schwab lavora bene sul fascino delle relazioni tossiche. Il vampiro non è soltanto chi beve sangue, ma chi riconosce la mancanza altrui e la trasforma in una catena. Offre libertà, amore, protezione, una nuova famiglia. Poi, quando la vittima si accorge del prezzo, è già troppo tardi.

La dinamica è interessante e dolorosa, anche se avrei voluto che Charlotte acquistasse prima una consistenza più autonoma. Per buona parte del romanzo mi è sembrata definita soprattutto da ciò che prova per le altre persone, da ciò che perde e da ciò che le viene fatto. La sua sensibilità è evidente, ma ho faticato a capire chi fosse al di fuori delle sue relazioni.

Alice, infine, rappresenta il presente.

La sua storia comincia come quella di una ragazza che ha attraversato un oceano per ricominciare e si ritrova improvvisamente trasformata dopo una notte con una sconosciuta. Si risveglia diversa, affamata e priva delle istruzioni necessarie per capire cosa le stia accadendo. Che, conveniamone, è già spiacevole quando si parla del libretto di montaggio di un mobile. Figurarsi quando si tratta di vampirismo.

La prospettiva di Alice permette al lettore di osservare la trasformazione dall’interno. Non c’è nessun mentore pronto a spiegarle elegantemente le regole mentre sorseggia vino davanti al camino. C’è solo un corpo che non riconosce più, una fame che non sa controllare e la necessità di ricostruire ciò che è accaduto.

La sua linea narrativa avrebbe potuto essere la più dinamica, proprio perché contiene un mistero e una ricerca. Invece è quella che mi ha coinvolta meno.

Alice trascorre molto tempo a reagire. Cerca risposte, certo, ma per gran parte della storia sembra trascinata dagli eventi e dalle rivelazioni che riguardano le altre due protagoniste. Quando finalmente inizia a prendere decisioni più significative, il romanzo è già molto avanti. Ho capito il suo ruolo nella struttura, ma non sempre l’ho sentita davvero necessaria come persona.

I tre percorsi sono costruiti per rispecchiarsi. Ogni donna affronta le costrizioni del proprio tempo, cerca una forma di libertà e scopre che il desiderio può diventare tanto una forza di liberazione quanto uno strumento di controllo. Il progetto narrativo è chiaro e ambizioso. Il problema è che i parallelismi sono talmente evidenti da togliere spontaneità alle protagoniste.

In alcuni momenti non vedevo più María, Charlotte e Alice. Vedevo tre diverse manifestazioni dello stesso discorso.

Ed è un peccato, perché la premessa prometteva tre voci distinte, tre epoche e tre modi differenti di vivere la fame. Le ambientazioni cambiano, così come le forme sociali della repressione, ma il tono della narrazione resta spesso troppo uniforme. María nel Cinquecento, Charlotte nell’Ottocento e Alice nel presente dovrebbero percepire e raccontare il mondo in modi profondamente diversi. Invece la prosa le avvicina così tanto che, al netto delle circostanze, le loro voci finiscono talvolta per confondersi.

Anche le ambientazioni, pur suggestive, mi sono sembrate meno sviluppate di quanto avrei desiderato.

La Spagna del Cinquecento, la Londra vittoriana e la Boston contemporanea offrono possibilità immense. Le prime due epoche, soprattutto, avrebbero potuto avere un peso più forte nella vita quotidiana delle protagoniste. Il romanzo si concentra volutamente sull’interiorità, sul desiderio e sulle relazioni, ma così facendo il contesto storico resta talvolta una cornice elegante.

Non cercavo una lezione di storia lunga quaranta pagine sulla lavorazione dei tessuti o sul sistema fognario di Londra. Ci tengo a precisarlo, perché ho dei limiti anch’io. Avrei però voluto sentire maggiormente le epoche addosso ai personaggi: nel linguaggio, nelle abitudini, nei dettagli, nel modo di interpretare il mondo.

Il passare dei secoli è fondamentale per una storia sull’immortalità. Dovrebbe lasciare segni. Dovrebbe modificare il rapporto con il tempo, con il corpo e con gli esseri umani. Qui l’eternità è raccontata soprattutto attraverso ciò che le protagoniste provano, molto meno attraverso il cambiamento del mondo intorno a loro.

Ed è forse per questo che, nonostante l’ampiezza temporale, il romanzo mi è sembrato a tratti stranamente statico.

Il vampirismo di V.E. Schwab rimane comunque uno degli aspetti più interessanti. Non ci troviamo davanti a creature romantiche addolcite fino a diventare fidanzati pallidi con qualche problema alimentare. Queste vampire sono predatrici. Desiderano, manipolano, seducono, feriscono. Possono amare, ma il loro amore non è necessariamente altruista. Spesso non sanno distinguere tra amare qualcuno e volerlo possedere.

Questa ambiguità funziona molto bene.

Il libro riesce a riflettere su una verità poco piacevole: essere state vittime non impedisce di diventare carnefici. La sofferenza non rende automaticamente buoni, così come la libertà non rende automaticamente giusti. Le protagoniste sono state limitate, punite e costrette a nascondersi, ma una volta conquistato il potere non sempre scelgono di interrompere il ciclo.

Alcune preferiscono finalmente stare dalla parte di chi morde.

È una scelta narrativa coraggiosa, perché impedisce di ridurre tutto a una storia edificante di emancipazione. Il desiderio femminile non viene rappresentato come puro e innocuo soltanto perché storicamente represso. Può essere famelico, distruttivo, egoista. Può divorare.

Però, anche qui, il romanzo tende talvolta a spiegare troppo ciò che aveva già mostrato con efficacia. Quando un’immagine funziona, bisognerebbe fidarsi del lettore. Non serve prenderlo gentilmente per mano e accompagnarlo fino alla metafora, soprattutto dopo averla illuminata con tre riflettori.

Il ritmo è probabilmente l’elemento che più ha condizionato la mia esperienza.

La prima parte si prende molto tempo per costruire le protagoniste, e non è necessariamente un difetto. Una storia guidata dai personaggi ha bisogno di spazio. Il problema è che le tre linee narrative non procedono con la stessa forza. Alcune sezioni sono magnetiche, altre rallentano drasticamente. Il passaggio da una protagonista all’altra, invece di alimentare sempre la curiosità, qualche volta interrompeva proprio il segmento nel quale mi sentivo finalmente coinvolta.

Quando le storie cominciano a convergere, il romanzo acquista maggiore direzione. Ma per arrivare a quel punto bisogna attraversare numerose pagine di desideri, fughe, incontri e riflessioni che finiscono per assomigliarsi.

La lettura non è stata noiosa in senso assoluto. Sarebbe ingiusto definirla così. È stata discontinua.

A tratti ero completamente immersa nell’atmosfera. In altri momenti mi rendevo conto di aver letto diverse pagine senza sentire il bisogno urgente di proseguire. E per un romanzo su creature consumate da una fame eterna, trovarmi priva di fame narrativa rappresenta una certa ironia.

Anche il coinvolgimento emotivo è rimasto inferiore alle aspettative.

Capivo il dolore delle protagoniste. Riconoscevo la violenza delle loro condizioni, il desiderio di fuga, la solitudine e il bisogno di essere amate. Ma raramente ho sentito quelle emozioni arrivarmi davvero addosso. Le osservavo attraverso una prosa bellissima, come si osservano dei fiori conservati sotto una campana di vetro: perfetti, scuri, affascinanti, ma impossibili da toccare.

È un romanzo molto interessato all’emozione, eppure non sempre emoziona.

Forse perché ogni sentimento viene trasformato immediatamente in simbolo. L’amore diventa fame, il trauma diventa radice, il corpo diventa terra, la libertà diventa crescita. Tutto acquista un significato più grande, ma nel passaggio qualcosa della semplicità umana si perde.

A volte avrei voluto una scena meno poetica e più vera. Una conversazione imperfetta. Un gesto privo di metafore. Un momento in cui i personaggi potessero semplicemente esistere senza rappresentare qualcosa.

Il finale è coerente con il percorso costruito, ma non mi ha lasciato l’impatto che speravo. Le storie trovano una loro forma, i rapporti di forza cambiano e il tema della fame arriva alla conclusione prevista. Non posso dire che non funzioni. Funziona razionalmente.

Emotivamente, però, mi è rimasta una sensazione di incompiutezza.

Non tanto perché manchino delle risposte, quanto perché avrei voluto sentire maggiormente il peso di tutto ciò che era accaduto. Dopo secoli di desiderio, violenza, solitudine e possesso, mi aspettavo una conclusione capace di mordere davvero. Invece il segno dei denti è rimasto più leggero del previsto.

Conclusione

Seppellisci le mie ossa nel suolo di mezzanotte resta un romanzo affascinante, ambizioso e ricco di idee. La scrittura di V.E. Schwab è elegante, l’immaginario gotico è curato e la reinterpretazione del vampiro come incarnazione della fame funziona. María, Charlotte e Alice permettono di esplorare il desiderio femminile e queer attraverso epoche in cui la libertà assume forme differenti, ma rimane sempre qualcosa da conquistare.

Allo stesso tempo, è un libro troppo lungo, ripetitivo in diversi passaggi e più efficace nella costruzione dei temi che in quella del coinvolgimento emotivo. Ho apprezzato ciò che voleva raccontare più di quanto abbia amato il modo in cui lo racconta.

È uno di quei romanzi che ammiro da una certa distanza.

Ne riconosco la bellezza, l’ambizione e il valore simbolico. Posso sottolineare alcune frasi, ripensare a determinate immagini e trovare interessante il modo in cui trasforma il vampirismo in una riflessione sull’identità e sul possesso. Ma non posso dire che mi abbia divorata.

⭐⭐⭐

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