[Recensione] Vorrei che fossi qui

by R.
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Copertina del romanzo “Vorrei che fossi qui” di Jodi Picoult, pubblicato da Fazi Editore, con illustrazione colorata di una silhouette femminile circondata da foglie tropicali e uccelli esotici su sfondo giallo chiaro, evocando introspezione e viaggio emotivo.

Vorrei che fossi qui

La vita di Diana O’Toole scorre su binari sicuri: si sposerà entro i trent’anni, avrà figli entro i trentacinque e dalla caotica New York si trasferirà in una tranquilla villetta nei sobborghi, il tutto facendo carriera nello spietato mondo delle aste d’arte.

È sicura che il suo fidanzato Finn, specializzando in Chirurgia, le farà la proposta di matrimonio durante la fuga romantica alle Galápagos che hanno organizzato, pochi giorni prima del suo trentesimo compleanno. Giusto in tempo. Ma un virus che sembrava lontanissimo compare all’improvviso in città e, alla vigilia della partenza, Finn le dà una brutta notizia: non può assentarsi dall’ospedale.

Così, a malincuore, Diana decide di partire senza di lui: chi rinuncerebbe alla prospettiva di una spiaggia assolata su un’isola esotica? Ben presto, però, si ritrova in completa solitudine in un luogo remoto, e quella che doveva essere una vacanza da sogno si trasforma in un incubo. Ma a volte c’è bisogno che vada tutto storto perché alla fine tutto si risolva nel migliore dei modi…

Dall’autrice bestseller Jodi Picoult un nuovo, appassionante romanzo che ha dominato le classifiche di vendita americane. Presto un film Netflix, Vorrei che fossi qui ci fa riflettere su quanto le nostre priorità possano cambiare e su come anche le certezze più salde possano essere stravolte.

Recensione

Avete presente quando vi immergete in un romanzo aspettandovi un misto di emozioni, riflessioni profonde e magari un tocco di romanticismo—e poi vi ritrovate a scorrere le pagine con un’espressione indecifrabile perché qualcosa non torna? Ecco, con “Vorrei che fossi qui” di Jodi Picoult mi è successo esattamente questo. O meglio, diciamo che mi ha lasciata con sentimenti contrastanti. Da un lato ho apprezzato tantissimo l’idea di fondo, la cornice narrativa e alcune scene che mi hanno strappato sorrisi e pensieri; dall’altro c’erano momenti in cui alzavo gli occhi al cielo, sperando che la storia si risollevasse in fretta. Insomma, se esistesse l’opzione “mi è piaciuto… ma non troppo”, forse la userei in questo caso.

La storia ruota intorno a Diana, una donna con una carriera invidiabile e una vita che pare organizzata al millimetro. Poi, come spesso accade, la nostra protagonista si ritrova catapultata in una situazione imprevedibile. Com’è ben noto, Jodi Picoult ambienta la narrazione in un periodo segnato da una pandemia (sì, proprio quella pandemia), con tutto il carico di incertezze, confinamenti, distanze fisiche e relazionali che ne conseguono. Diana parte per un viaggio nelle Isole Galápagos (o almeno ci prova), sognando spiagge incontaminate e tartarughe giganti, ma finisce per restare bloccata lì, lontana dal fidanzato che è rimasto a New York.

Un romanzo che affronta il tema del lockdown e delle sue conseguenze emotive è audace. E la Picoult è brava a trasmettere la sensazione di “isolamento esotico”—non è il solito “chiuso in casa” ma una sorta di prigionia a cielo aperto, in un luogo meraviglioso dove la connessione con l’esterno è complicata. È un contrasto potente: da un lato c’è la libertà della natura incontaminata, dall’altro la paura di una minaccia sanitaria che incombe.

La descrizione di questi luoghi è superlativa, secondo me è la parte più riuscita del romanzo: riesci quasi a sentire il caldo, l’odore di salsedine, il rumore degli animali. La penna di Picoult in questo frangente è accattivante, quasi poetica, e ti fa venire voglia di prenotare il primo volo (anche se magari di voli ne abbiamo piene le scatole, ultimamente).

…forse troppo attuali? Mi spiego meglio: la pandemia è un argomento che o lo affronti con estrema sensibilità o rischi di scadere nell’ovvio, nel già vissuto, nel “sì ok, ci siamo passati anche noi, ma perché dovrei riviverlo in un romanzo?”. Jodi Picoult prova a inserirci un elemento di novità, fa vedere il lockdown da una prospettiva diversa (quella di chi è rimasto bloccato in un Paese straniero, con tutta l’ansia di non sapere come e quando tornare). Inoltre, dà molta voce alle esperienze dei medici rimasti in prima linea, affrontando il tema delle terapie intensive, della sofferenza dei pazienti e della stanchezza del personale sanitario.

Eppure, ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa, un po’ di profondità in più o, al contrario, una maggiore leggerezza. Insomma, o ti butti a pesce sull’analisi psicologica di quello che ha significato “sentirsi isolati” e “doversi adattare a una vita sospesa”, oppure stemperi la drammaticità con un tono più ironico o distaccato. La Picoult, a parer mio, resta un po’ in mezzo al guado: non è abbastanza profonda per toccare corde autentiche, né abbastanza “distaccata” per regalarci un’avventura di pura evasione.

Diana, come protagonista, è convincente a tratti. È ben definita nel suo spirito curioso, nel suo desiderio di avere una vita perfetta, nell’amore sincero che prova per il compagno, Finn, rimasto a New York. Eppure, proprio quando iniziavo ad affezionarmi a lei, compiva scelte o aveva reazioni che mi facevano venire voglia di scuoterla e gridare: “Ma seriamente?!”. Capisco che l’isolamento e lo shock culturale possano fare strani scherzi, ma a volte certe sue esitazioni sembrano più un espediente narrativo che una reale conseguenza del contesto.

Per quanto riguarda gli altri personaggi, Finn (il fidanzato medico) gioca un ruolo fondamentale, anche se soprattutto via “diario” o attraverso messaggi che Diana riesce a leggere di tanto in tanto. Ammetto che le sue parti epistolari mi abbiano colpito più del previsto: ci sono scorci di una realtà ospedaliera devastante, e l’autrice non si tira indietro nel mostrare la stanchezza fisica e mentale di chi ha vissuto l’emergenza sanitaria in prima linea. In effetti, ho trovato più emozionanti e realistiche le righe di Finn che molte delle riflessioni di Diana, e questo è un po’ un peccato, visto che lei è la voce principale del romanzo.

Ci sono poi alcuni personaggi secondari: l’albergatore (o la famiglia che la accoglie), persone conosciute sull’isola, storie di vite diverse che dovrebbero aprire la mente di Diana e la nostra. Qualcuno emerge con decisione, regalando momenti di umorismo o di profondo realismo, altri rimangono ombre sullo sfondo, un po’ sprecati.

Se avete già letto qualcosa di Jodi Picoult, sapete che le piace giocare col lettore inserendo un colpo di scena. E anche qui non manca. Vi dirò solo che, se siete avvezzi alle sue storie, probabilmente lo intuirete prima di arrivare al fatidico momento. Personalmente non mi ha sorpreso tantissimo. È uno di quei twist che può farvi sobbalzare se non avete mai letto nulla di simile, o farvi commentare con un “Ah, ecco” se un po’ ve lo aspettavate.

Ora, il twist è un meccanismo che a volte dona un valore aggiunto al romanzo, altre volte lo complica inutilmente. Qui propendo per una via di mezzo: l’effetto sorpresa funziona in parte, ma dopo la rivelazione mi sono ritrovata a pensare “Ok, e adesso che si fa?”. È come se la trama si fosse un po’ ingarbugliata per poi risolversi in modo affrettato.

Uno degli aspetti che mi premeva scoprire era come l’autrice avrebbe trattato il tema dell’amore a distanza, delle videoconferenze, delle mail, del contatto negato. Su questo fronte, Jodi Picoult offre spunti interessanti: le difficoltà di tenere viva una relazione quando ci sono oceani di mezzo, quando uno dei due è stremato da turni interminabili e l’altra è su un’isola dove il tempo sembra dilatarsi. In certi momenti sono riuscita a calarmi in quegli stati d’animo e mi sono detta: “Accidenti, è proprio quello che avremmo potuto provare tutti, se ci fossimo trovati nella stessa situazione”.

Anche il rapporto tra Diana e se stessa, costretta a fare i conti con il suo “io” in un luogo lontano e straniante, è ben delineato. Si parla di crescita personale, di come certi avvenimenti ci mettano di fronte alle nostre paure e ai nostri desideri più autentici. È una parte del romanzo che mi è piaciuta abbastanza: a volte è un po’ retorica, ma credo fosse inevitabile, considerato il tema della trasformazione.

Dove invece ho sentito un po’ di carenza è nell’analisi dei legami familiari. C’è un accenno alla madre di Diana, c’è un riferimento al padre assente, ma tutto resta molto superficialmente accennato. Forse un maggiore approfondimento dei suoi rapporti passati avrebbe dato più spessore alle scelte che compie sull’isola.

La Picoult scrive con uno stile fluido, diretto, molto cinematografico. Si legge in fretta e ci sono passaggi che scorrono senza che tu te ne accorga. Altri, invece, risultano un po’ più pesanti, specialmente quando l’autrice insiste sugli aspetti clinici della pandemia o sui dilemmi morali legati all’assistenza sanitaria. Va bene mostrare la realtà, ma a tratti mi è sembrato di leggere un report medico più che un romanzo.

Per quanto riguarda il ritmo, direi che “Vorrei che fossi qui” non è il classico page turner che ti tiene con il fiato sospeso fino all’ultima riga: non è un thriller, né un romance puro. È un romanzo che mischia vari elementi (sentimentale, psicologico, drammatico) e ne paga un po’ lo scotto, perché non riesce a eccellere in nessuno di questi ambiti in modo deciso. Alcune parti si trascinano, altre decollano e poi ricadono. È un’alternanza che potrebbe affascinare, ma a me ha lasciato un velo di insoddisfazione.

In definitiva, un romanzo che…mi ha trasmesso un messaggio di speranza e di cambiamento, pur senza entusiasmarmi al 100%. Ha colpito alcuni tasti emotivi, soprattutto quando i protagonisti parlano della paura e dello stress di quei giorni surreali in cui il mondo si è fermato. Mi ha fatto riflettere sull’importanza di “rallentare” e di concedersi la possibilità di rimettere in discussione i propri piani, anche se lo fa in modo a volte un po’ didascalico, come se volesse sottolineare troppo i concetti.

Non vi nego che, chiudendo il libro, mi sono chiesta se fosse effettivamente necessario usare la pandemia come fulcro narrativo. Forse la Picoult avrebbe potuto scrivere una storia di crescita personale e di amore a distanza anche senza la cornice dell’emergenza sanitaria, e magari avrebbe guadagnato più universalità. O forse, invece, il suo scopo era proprio raccontare quel momento storico con uno sguardo intimo e umano. Sta a voi giudicare se ci è riuscita oppure no.

Conclusione

“Vorrei che fossi qui” è un romanzo che racconta il lockdown da una prospettiva diversa, giocando sul dualismo tra la libertà di un paradiso naturale e la prigionia interiore di chi è costretto all’isolamento. Jodi Picoult si muove bene tra sentimenti, ricordi e riflessioni, regalando pagine intense alternate ad altre un po’ meno incisive. Alcuni personaggi funzionano meravigliosamente (Finn mi ha colpito più di tutti), altri meno, e il famoso colpo di scena lascia a desiderare se già conoscete lo stile dell’autrice.

Non mi ha fatto gridare al capolavoro e ho trovato diverse sbavature nel ritmo e nella caratterizzazione della protagonista. Eppure, non lo boccio. Se amate i romanzi che mescolano dramma, introspezione e un’ambientazione unica, potete dargli una chance. Chissà, magari la storia di Diana vi coinvolgerà più di quanto abbia coinvolto me, e vi ritroverete a farvi mille domande sul senso delle nostre “certezze”, su come a volte la vita vada riscritta da zero—soprattutto quando il mondo attorno ci costringe a fermarci, a respirare e a guardarci dentro.

Detto questo, la verità è che una volta chiuso il libro avevo la testa piena di riflessioni, ma il cuore un po’ meno toccato di quanto sperassi. Resta comunque una lettura potenzialmente interessante, soprattutto per chi ha voglia di rivivere quel “tempo sospeso” con gli occhi di qualcun altro, e di trovarci un messaggio di rinascita. O magari, semplicemente, per aggiungere un altro tassello alla vostra collezione di romanzi di Jodi Picoult, autrice che sa sempre come far parlare di sé, nel bene e nel male.

E voi? Avete già letto qualcosa di suo? Se sì, magari potreste farmi sapere cosa ne pensate di questa sua nuova avventura “isolana”. Se invece siete alle prime armi con Jodi Picoult, forse vi consiglierei di dare un’occhiata a qualche suo titolo precedente per capire meglio il suo stile, e poi buttarvi su “Vorrei che fossi qui”. Un viaggio alle Galápagos in tempi di pandemia, del resto, non è un’esperienza che si vive tutti i giorni—nemmeno in un romanzo.

⭐⭐⭐

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