[Recensione] L’uomo marchiato

by R.
26 views
Copertina del libro L’uomo marchiato di Robert Galbraith, mostrata in prospettiva su sfondo nero, con una scena cupa ed elegante ambientata all’ingresso di un grande edificio, colonne monumentali, luci calde alle pareti e due figure viste di spalle davanti a una porta illuminata, creando un’atmosfera investigativa, tesa e sofisticata da romanzo giallo contemporaneo.

L’uomo marchiato. Le indagini di Cormoran Strike #8

I clienti eccentrici non sono una novità per Cormoran Strike. Ma la donna che lo accoglie nella sua fatiscente e isolata casa nel Kent, Decima Mullins, sembra un po’ più che eccentrica. Visibilmente agitata, vuole che Strike indaghi sul cadavere dell’uomo che mesi prima è stato trovato, nudo e orribilmente mutilato, nel caveau di un negozio di argenti a Covent Garden.

Il corpo è stato subito identificato dalla polizia, ma lei è convinta che si tratti di un’altra persona, più precisamente del suo fidanzato, di cui aveva perso le tracce proprio in quei giorni. Molte cose non quadrano nel racconto e nel comportamento della donna, ma è possibile che lei stessa sia vittima di un drammatico raggiro.

Per quanto scettici, l’investigatore e la sua socia Robin Ellacott decidono di accettare l’incarico. In breve tempo si troveranno a indagare non solo su un brutale omicidio, ma su un caso che si allarga e si infittisce sempre più, tra indecifrabili simboli massonici, contrasti interni alle forze di polizia e interferenze della stampa.

Nel frattempo, mentre sul campo si confermano una coppia imbattibile, Robin e Strike cercano di mettere ordine nelle loro incerte vite private. E forse è giunto il momento di guardarsi negli occhi e confessare ciò che da tempo fingono di non sapere.

Le intricate dinamiche poliziesche ed emotive che hanno fatto amare questa serie a milioni di lettori nel mondo crescono d’intensità in questo romanzo che, tra piste false e colpi di scena, dipinge un monumentale ritratto dei bassifondi di Londra e della società inglese.

Recensione

Quando ho visto che L’uomo marchiato superava abbondantemente le mille pagine, ho avuto due reazioni perfettamente compatibili tra loro: la prima è stata pensare che Robert Galbraith avesse definitivamente perso ogni forma di moderazione; la seconda è stata chiedermi perché il libro non fosse ancora più lungo.

Questo dovrebbe già farvi capire quanto io sia ormai compromessa con la serie di Cormoran Strike.

Arrivati all’ottavo romanzo, infatti, fingere di essere qui soltanto per scoprire chi ha commesso il delitto sarebbe poco credibile. Certo, voglio il caso intricato, i sospettati, le piste apparentemente inutili che trecento pagine dopo tornano a bussare alla porta con la delicatezza di un ariete. Voglio Strike che interroga qualcuno facendolo sentire contemporaneamente stupido e colpevole, Robin che cambia identità con la stessa facilità con cui io cambio idea su quale libro iniziare e Pat che gestisce l’agenzia come se fosse l’unica adulta circondata da bambini particolarmente testardi.

Ma voglio soprattutto loro.

Voglio sapere cosa succede a Strike e Robin, come stanno, cosa non riescono ancora a dirsi, quale nuovo ostacolo abbiano deciso di piazzare tra sé e una conversazione emotivamente onesta. Perché ormai questi due potrebbero risolvere un omicidio partendo da una briciola trovata sul marciapiede, ma quando si tratta di comunicare come due esseri umani funzionanti diventano improvvisamente incapaci di distinguere una dichiarazione d’amore da un bollettino meteorologico.

E io, ovviamente, continuo a seguirli.

Con una pazienza che nella vita reale non concederei a nessuno.

L’uomo marchiato si apre su un caso tanto macabro quanto affascinante. Nel caveau di un negozio di argenteria viene ritrovato il corpo mutilato di un uomo, con un marchio inciso sulla schiena. La polizia ritiene di aver identificato la vittima in un rapinatore noto, ma Decima Mullins non è d’accordo. Secondo lei quel corpo appartiene a Rupert Fleetwood, il suo compagno e padre del suo bambino, scomparso senza lasciare traccia.

Decima chiede quindi aiuto a Cormoran Strike e Robin Ellacott, ormai investigatori celebri dopo i casi affrontati negli anni precedenti. La sua convinzione, almeno all’inizio, sembra poggiare più sulla disperazione che su elementi concreti. Eppure qualcosa nella ricostruzione ufficiale non torna. Il corpo potrebbe non appartenere al rapinatore identificato dalla polizia, ma questo non significa automaticamente che sia Rupert. Anzi, man mano che l’indagine procede, emergono altri uomini scomparsi che potrebbero corrispondere alla vittima.

Come se identificare un cadavere smembrato non fosse già abbastanza complicato.

A rendere tutto ancora più semplice — si fa per dire — c’è il luogo in cui il corpo è stato trovato. Ramsay Silver non è una normale argenteria: si trova vicino alla Freemasons’ Hall e tratta manufatti massonici, oggetti antichi e pezzi dal valore storico ed economico considerevole. Il marchio inciso sulla vittima, gli oggetti rubati e il contesto massonico aprono una rete di possibilità che si allarga progressivamente fino a coinvolgere famiglie potenti, vecchie conoscenze, uomini scomparsi, ambienti militari e persone che sembrano aver costruito la propria esistenza sull’arte di non raccontare tutta la verità.

In altre parole, il genere di caso che Cormoran Strike non dovrebbe assolutamente accettare se desiderasse una vita tranquilla.

Fortunatamente per noi, Strike non ha mai dimostrato un particolare interesse per la tranquillità.

La prima cosa che colpisce di L’uomo marchiato è la sua complessità. Non è una storia che si limita a presentare un gruppo ristretto di sospettati, assegnare a ciascuno un movente e aspettare che il detective trovi quello con l’alibi più traballante. Robert Galbraith costruisce un’indagine enorme, stratificata, piena di personaggi, identità dubbie, collegamenti familiari, segreti e piste che si intrecciano.

Serve attenzione. Parecchia.

Questo non è il libro da leggere mentre si guarda una serie televisiva, si risponde ai messaggi e si controlla se il gatto abbia deciso di distruggere qualcosa nell’altra stanza. Basta perdere un nome, una parentela o una frase apparentemente secondaria e cento pagine dopo ci si ritrova a fissare il Kindle chiedendosi chi diavolo sia quella persona e perché tutti sembrino conoscerla.

La quantità di personaggi potrebbe facilmente diventare un problema. In alcuni romanzi, superata una certa soglia, inizi a desiderare un organigramma, un albero genealogico e magari anche un consulente personale che ti faccia un riepilogo a fine capitolo. Qui, invece, la complessità è parte integrante del piacere della lettura. Ogni figura entra nella storia con una funzione, ogni nuova testimonianza modifica il quadro e ogni possibile identità del cadavere apre un mondo diverso.

Non si ha mai la sensazione che Robert Galbraith stia aggiungendo persone solo per confondere il lettore. Ci confonde, certo. Ma lo fa con uno scopo.

La domanda non è semplicemente chi abbia ucciso l’uomo trovato nel caveau. Prima ancora bisogna capire chi sia quell’uomo. E l’identità della vittima diventa un mistero tanto importante quanto quella del colpevole. È una scelta narrativa brillante, perché costringe Strike e Robin a lavorare quasi al contrario: non possono ricostruire le ultime ore di una persona finché non sanno quale vita debbano ricostruire.

Ogni candidato porta con sé legami, traumi, bugie e persone che potrebbero avere interesse a farlo sparire. Ogni pista sembra plausibile abbastanza da meritare tempo, ma mai tanto da diventare una certezza. Il risultato è un’indagine labirintica in cui il lettore continua a formulare teorie, scartarle, recuperarle e poi scoprire di aver ignorato proprio quel dettaglio che era lì da quattrocento pagine.

La cosa irritante è che Robert Galbraith non bara.

Gli indizi ci sono. Solo che li nasconde in mezzo a una quantità tale di informazioni da farci sentire molto intelligenti quando intuiamo qualcosa e leggermente meno brillanti quando capiamo che avevamo accusato la persona sbagliata per le motivazioni sbagliate.

La massoneria, l’argenteria e il concetto stesso di marchio costruiscono un’atmosfera particolare, più fredda e metallica rispetto ad altri romanzi della serie. I simboli non sono utilizzati soltanto per rendere tutto misterioso, con uomini incappucciati che si riuniscono alla luce delle candele perché evidentemente le normali sale riunioni non fanno abbastanza scena. Diventano parte del tema centrale del libro: ciò che identifica una persona, ciò che ne certifica il valore, ciò che viene impresso sulla superficie per dichiararne l’origine.

Un marchio può garantire l’autenticità di un oggetto, ma può anche trasformarsi in una condanna. Può raccontare chi sei oppure imporre ciò che gli altri devono credere che tu sia.

E in fondo quasi tutti i personaggi di questo romanzo sono marchiati da qualcosa. Dalla famiglia da cui provengono, dalle proprie scelte, dalla reputazione, dalla classe sociale, dal passato militare, da un trauma o da un errore che continua a seguirli. Anche quando provano a cambiare vita, il segno rimane. Magari non è visibile come quello inciso sulla schiena del cadavere, ma influenza comunque il modo in cui vengono osservati e giudicati.

Questo vale naturalmente anche per Strike e Robin.

Cormoran continua a portarsi addosso il marchio della propria famiglia, della guerra, della fama crescente e delle relazioni disastrose accumulate negli anni con un impegno quasi professionale. È un investigatore straordinario e un uomo che, sul piano sentimentale, riesce spesso a prendere la decisione peggiore disponibile anche quando davanti a lui ce ne sarebbero almeno altre cinque più ragionevoli.

Eppure in questo romanzo ho trovato uno Strike diverso. Non trasformato improvvisamente in un campione di comunicazione, perché non esageriamo con la fantascienza, ma più consapevole. La morte di Charlotte ha spezzato definitivamente un legame che per anni lo aveva tenuto ancorato a un’idea tossica dell’amore. Charlotte non è più una presenza concreta, ma continua ad attraversare la storia attraverso la famiglia Longcaster e i ricordi che l’indagine costringe Strike ad affrontare.

Il passato, ancora una volta, non resta educatamente al proprio posto.

Però Strike sembra finalmente capire che non può continuare a usarlo come alibi. Sa cosa prova per Robin. Sa che il tempo passa. Sa che Ryan Murphy non è una parentesi destinata necessariamente a chiudersi da sola mentre lui resta ad aspettare, facendo finta di essere superiore a tutto questo. L’impulso di dire la verità diventa sempre più forte e per una volta non nasce soltanto dalla gelosia, ma dalla paura concreta di perdere qualcosa che avrebbe potuto avere se fosse stato più coraggioso.

Robin, dal canto suo, è ancora il personaggio che mostra la crescita più impressionante dell’intera serie.

Pensare alla ragazza entrata quasi per caso nell’ufficio di Strike nel Richiamo del cuculo e confrontarla con la detective che incontriamo qui fa quasi tenerezza. Robin non è più l’assistente promettente che deve dimostrare di meritare un posto nell’agenzia. È una professionista competente, istintiva, capace di sostenere interrogatori, infiltrarsi, leggere le persone e prendere decisioni difficili. Non vive più all’ombra di Strike, neanche quando lui prova involontariamente a proteggerla nascondendole qualcosa.

Il problema è che Robin continua a essere molto più brava a vedere le bugie degli altri che a riconoscere quelle che racconta a sé stessa.

La relazione con Ryan Murphy dovrebbe rappresentare stabilità, maturità e una vita finalmente normale. Murphy sembra, almeno in teoria, il contrario di Strike: disponibile, presente, intenzionato a costruire qualcosa. Ma Robin non può più fingere di non sapere che una relazione non diventa giusta soltanto perché sulla carta ha tutti gli elementi che dovrebbe avere.

E qui Robert Galbraith riesce a fare qualcosa che apprezzo moltissimo: non trasforma Ryan nel cattivo di turno solo per liberare la strada alla coppia che i lettori aspettano da anni. Murphy ha i suoi difetti, le sue fragilità e i suoi lati meno piacevoli, ma resta un essere umano. Il problema non è che sia necessariamente un mostro. Il problema è che Robin non lo ama nel modo in cui lui vorrebbe essere amato.

Il rapporto tra Strike e Robin ha ormai raggiunto un livello di tensione quasi offensivo. Dopo otto libri, una quantità incalcolabile di sguardi, fraintendimenti, occasioni perse, altre persone frequentate nel tentativo poco convincente di andare avanti e conversazioni interrotte nel momento meno opportuno, sarebbe comprensibile volerli chiudere in una stanza e non farli uscire finché non abbiano parlato.

Senza telefoni.

Senza clienti.

Senza cadaveri.

Senza uno dei due che decide di proteggere l’altro mentendo, perché questa cosa ha smesso di essere romantica almeno tre romanzi fa.

Eppure il loro legame continua a funzionare proprio perché non è costruito soltanto sulla tensione sentimentale. Strike e Robin sono una coppia investigativa eccezionale. Si conoscono, si completano, sanno come lavora la mente dell’altro. Possono discutere, nascondersi cose, ferirsi e prendere decisioni discutibili, ma quando entrano nel cuore dell’indagine diventano una macchina quasi perfetta.

Galbraith dedica moltissimo spazio alla loro vita personale, ma non sacrifica mai il caso per farlo. Le due linee procedono insieme e si riflettono. Mentre cercano di stabilire l’identità dell’uomo nel caveau, entrambi devono decidere quale identità vogliano avere nella vita dell’altro. Soci? Amici? Persone che si amano in silenzio mentre costruiscono relazioni alternative destinate a rendere tutti infelici?

Possiamo dire che quest’ultima strategia non stia producendo risultati particolarmente brillanti.

Le 1088 pagine permettono a Robert Galbraith di dare spazio anche al resto dell’agenzia, che ormai non è più composta soltanto da Strike, Robin e qualche collaboratore che appare quando serve qualcuno da piazzare in sorveglianza. Pat, Barclay, Midge, Dev e gli altri formano una squadra riconoscibile, con dinamiche proprie e un ruolo concreto nelle indagini.

Ho apprezzato molto questa evoluzione. L’agenzia è cresciuta insieme ai protagonisti, diventando una realtà più strutturata e famosa, ma anche più esposta. La notorietà porta clienti importanti e casi complessi, però attira giornalisti, nemici, pressioni e persone convinte di poter usare la vita privata di Strike per indebolirne la credibilità.

Anche questo aspetto contribuisce a rendere il romanzo così ricco. Non c’è soltanto il caso principale. Ci sono le conseguenze delle indagini precedenti, gli incarichi quotidiani dell’agenzia, le minacce, i rapporti con la stampa e con la polizia. La vita non si ferma gentilmente per permettere a Strike e Robin di concentrarsi su un cadavere alla volta.

Eppure, nonostante la mole e le numerose sottotrame, non ho trovato il romanzo lento.

Impegnativo sì. Denso, sicuramente. Ma lento no.

Galbraith ha una capacità quasi irritante di trasformare ore di interrogatori, pedinamenti, ricerche d’archivio e analisi di filmati in qualcosa che vuoi continuare a leggere. Non ha bisogno di inserire un inseguimento ogni venti pagine per mantenere alta la tensione. Spesso basta una contraddizione in una testimonianza, una fotografia guardata meglio o il modo in cui un personaggio evita una domanda.

La tensione nasce dall’accumulo. Più l’indagine si allarga, più senti che qualcosa di enorme e pericoloso si nasconde dietro il corpo nel caveau. Le piste apparentemente separate cominciano lentamente ad avvicinarsi, ma la figura completa rimane invisibile fino alle ultime fasi.

Ed è proprio questa lentezza metodica a rendere la soluzione soddisfacente.

Non si arriva alla verità perché il colpevole decide improvvisamente di confessare tutto in un monologo molto dettagliato, possibilmente mentre tiene qualcuno sotto tiro. Ci si arriva attraverso il lavoro. Attraverso errori, ipotesi sbagliate, verifiche, testimonianze e piccoli dettagli. È un’indagine vera nel senso narrativo del termine: faticosa, complessa e costruita su una quantità impressionante di elementi.

La conclusione ripaga tutta l’attenzione richiesta.

Quando i pezzi iniziano finalmente a combaciare, il romanzo mostra quanto accuratamente fosse stato preparato. Dettagli che sembravano decorativi acquistano senso, comportamenti strani trovano una spiegazione e alcune intuizioni cambiano completamente il modo in cui avevamo guardato determinati personaggi.

È uno di quei finali che ti fanno venire voglia di tornare indietro per controllare tutto.

Non perché non sia chiaro, ma perché vuoi vedere il punto esatto in cui l’autore ti ha messo davanti la verità e tu l’hai ignorata con grande sicurezza, troppo impegnata a sospettare di qualcun altro.

Anche emotivamente il romanzo lascia il segno. Non posso approfondire senza entrare in un territorio pieno di spoiler e persone armate di forconi, ma posso dire che L’uomo marchiato porta il rapporto tra Strike e Robin a un punto da cui sarà difficile tornare indietro.

O almeno lo spero.

Perché, caro Robert Galbraith, va bene la costruzione lenta. Va bene rispettare i tempi dei personaggi. Va bene mostrare quanto i traumi, le insicurezze e le scelte passate rendano difficile esporsi. Ma siamo arrivati all’ottavo volume e la pazienza dei lettori, per quanto alimentata bene, non è una risorsa completamente rinnovabile.

Detto questo, ogni esitazione, ogni frase non pronunciata e ogni momento di vicinanza tra loro continua ad avere un peso proprio perché il rapporto è stato costruito nel tempo. Non è un’attrazione improvvisa aggiunta per movimentare la trama. È una storia che cresce dal primo libro attraverso fiducia, ammirazione, amicizia, gelosia, protezione e una collaborazione professionale diventata indispensabile per entrambi.

Forse è per questo che continuiamo ad aspettare.

Perché sappiamo che, quando arriverà davvero il momento, dovrà valere tutti gli anni trascorsi a desiderare di prenderli entrambi a testate.

Conclusione

L’uomo marchiato non è un romanzo da cui iniziare la serie. Il caso potrebbe anche essere seguito autonomamente, con un po’ di impegno e magari un quaderno per i nomi, ma si perderebbe gran parte del suo valore emotivo. Charlotte, Murphy, la famiglia di Strike, i traumi di Robin, la crescita dell’agenzia: tutto nasce dai volumi precedenti.

Leggerlo senza conoscere il percorso dei protagonisti sarebbe come arrivare all’ultima mezz’ora di una cena di famiglia e pretendere di capire perché due persone non si rivolgano la parola dal 1997.

Tecnicamente possibile. Ma poco soddisfacente.

Per chi ha seguito la serie fin dall’inizio, invece, questo ottavo volume è un regalo enorme. Letteralmente, considerando il peso del cartaceo, che può essere usato anche per allenare le braccia o difendersi durante un’invasione domestica. Ma soprattutto narrativamente.

È un giallo complesso, intelligente e costruito con una cura quasi ossessiva. È una storia sull’identità, sui segreti, sui segni lasciati dal passato e sulle persone che cercano di reinventarsi senza riuscire a cancellare completamente ciò che sono state. È anche un nuovo capitolo nella vita di due protagonisti che continuano a essere imperfetti, frustranti e meravigliosamente umani.

Ho letto più di mille pagine senza desiderare che il romanzo finisse prima. Anzi, arrivata alla conclusione, ho provato quella sensazione assurda che soltanto le serie amate riescono a creare: aver appena trascorso moltissimo tempo con dei personaggi e sentirne immediatamente la mancanza.

Cormoran Strike continua a essere burbero, intelligente e sentimentalmente disastroso. Robin Ellacott continua a essere coraggiosa, brillante e molto meno consapevole di sé stessa di quanto lo sia degli altri. Insieme continuano a funzionare in modo straordinario.

E Robert Galbraith continua a costruire indagini capaci di sembrare impossibili fino al momento in cui la soluzione appare inevitabile.

L’uomo marchiato è esattamente ciò che speravo fosse: enorme, intricato, cupo, coinvolgente e capace di portare avanti sia il mistero sia la storia personale dei protagonisti senza sacrificare nessuno dei due.

Richiede attenzione, tempo e una certa tolleranza per le complicazioni sentimentali autoinflitte.

Ma ripaga tutto.

Ora resta soltanto un problema.

Dopo 1088 pagine, un numero spropositato di sospettati, cadaveri, segreti massonici e conversazioni emotivamente incomplete, devo aspettare il prossimo libro.

E questa, francamente, mi sembra la parte più crudele dell’intera indagine.

⭐⭐⭐⭐⭐

You may also like