
La vendetta dei leoni di Venezia
Intrighi, sangue e vendetta nella città che non perdona
Nella Venezia del 1617, all’indomani della congiura di Bedmar, la Serenissima è impegnata in una lotta senza quartiere, volta a identificare i cospiratori spagnoli e a giustiziarli uno dopo l’altro.
Nel corso di questa spietata caccia all’uomo, si incrociano i destini del Caigo, lo Spettro di Venezia, l’uomo che veglia sulla città con spada e veleno, della giovane e bella profumiera Rea, della pittrice Chiara Varotari, del capo degli sbirri e degli zaffi Marco Valier, della misteriosa e spietata avventuriera che si fa chiamare L’Invelenada.
Nel frattempo, anche la guerra di Gradisca giunge al suo termine e con la pace l’impegno da parte dell’Arciduca d’Austria di smantellare la flotta dei famigerati pirati Uscocchi, ma Venezia ne vuole la distruzione.
Così, alle porte di Segna, covo dei corsari, si consuma una battaglia di terra e di mare all’ultimo sangue, mentre il Mangia-Cuori – l’indomito capo dei predoni – sceglie di sacrificare fino all’ultimo uomo pur di non cedere al Leone di San Marco.
E mentre il sangue si mescola al sale del mare e l’odore delle calli si confonde con quello del veleno, Venezia non perdona, non dimentica e non si piega.
Il Leone ruggisce, e chi osa sfidarlo scopre che la sua ombra è lunga… e letale.
Recensione
Siamo nella Venezia del Seicento, una Venezia affascinante, spietata, politica fino al midollo. Una città bellissima e letale, dove l’acqua non lava via il sangue ma lo nasconde appena sotto la superficie. La Serenissima è reduce dalla congiura di Bedmar, un complotto che avrebbe potuto piegarla dall’interno, e ora non ha alcuna intenzione di lasciar correre.
Venezia può anche avere canali, gondole, palazzi meravigliosi e tramonti che fanno venire voglia di scrivere poesie pure a chi al massimo compila la lista della spesa, ma qui non siamo in cartolina. Qui siamo nel territorio della vendetta, della ragion di Stato e di quella giustizia ambigua che, quando arriva, spesso ha il volto coperto.
Al centro della storia ritroviamo El Caigo, lo Spettro di Venezia, figura che già da sola basterebbe a reggere il romanzo. Uno di quei personaggi che sembrano nati apposta per muoversi tra ombre, veleno, lame e segreti. Il suo nome significa “nebbia” e mai nome fu più azzeccato: compare, colpisce, scompare. Ha qualcosa del giustiziere, qualcosa dell’assassino, qualcosa dell’incubo che non vorresti mai sentire salire le scale di notte. Insomma, uno che se te lo trovi davanti non gli chiedi l’autografo, ecco.
Strukul costruisce intorno a lui un romanzo denso, pieno di intrighi, tradimenti, alleanze fragili e personaggi che sembrano tutti avere almeno tre motivi per mentire. E questa è una delle cose che ho apprezzato di più: nessuno è davvero innocente, nessuno è completamente trasparente, nessuno attraversa Venezia senza lasciare dietro di sé una scia, fosse anche solo di paura. La città stessa diventa una protagonista vera, viva, presente. Non è uno sfondo decorativo buttato lì per fare atmosfera con due maschere e un ponte. Venezia respira, osserva, giudica. E soprattutto ricorda.
La vendetta, qui, non è solo un sentimento personale. È un meccanismo politico, una necessità, quasi una lingua ufficiale. Venezia non può permettersi debolezze, non può mostrarsi vulnerabile, non può fingere che il nemico sia passato solo perché una congiura è fallita. E quindi colpisce. Con freddezza, con metodo, con quella ferocia elegante che fa quasi più paura della violenza esplicita. Perché la violenza dichiarata la vedi arrivare. Quella mascherata da ordine pubblico, invece, ti arriva addosso quando ormai è troppo tardi.
Il romanzo funziona benissimo proprio perché Strukul riesce a tenere insieme due anime: da una parte l’avventura, quella piena di ritmo, duelli, fughe, battaglie e tensione; dall’altra la ricostruzione storica, mai buttata lì come spiegone da manuale scolastico. E meno male, perché io amo la storia, ma quando un romanzo si trasforma in “pagina 47 del sussidiario con dialoghi appiccicati sopra”, anche no, grazie. Qui invece il contesto storico entra nella narrazione con naturalezza, dà peso agli eventi e rende credibili le scelte dei personaggi.
Si sente il lavoro dietro, ma non diventa mai ingombrante. Venezia, la Spagna, la guerra di Gradisca, gli Uscocchi, il potere navale, le trame diplomatiche: tutto contribuisce a creare una cornice solida, senza rallentare troppo il passo. E per un romanzo di questo tipo è fondamentale, perché il rischio era quello di perdersi tra nomi, titoli, fazioni e riferimenti storici. Invece Strukul tiene il timone con mano sicura e porta il lettore dove vuole lui. Che poi spesso sia in un vicolo buio, davanti a qualcuno che sta per fare una brutta fine, è un dettaglio. Un dettaglio ricorrente, diciamo.
Ho trovato particolarmente riuscito il modo in cui il romanzo restituisce l’idea di una città in stato d’allerta. Non c’è mai davvero pace. Anche quando la scena rallenta, anche quando i personaggi sembrano respirare, resta addosso quella sensazione di minaccia costante. Come se Venezia fosse una creatura ferita ma ancora pienamente capace di mordere. E infatti morde. Eccome se morde.
Accanto a El Caigo si muovono figure femminili molto interessanti, e questa è una cosa che nei romanzi storici apprezzo sempre parecchio. Rea, la profumiera, Chiara Varotari, la pittrice, L’Invelenada, misteriosa e spietata, non sono semplici comparse messe lì per dare colore alla scena o per far sospirare qualcuno guardando fuori da una finestra. Hanno presenza, intenzioni, zone d’ombra. E soprattutto hanno un ruolo nel gioco. Perché in questo romanzo tutti giocano, anche quando fingono di essere pedine.
L’Invelenada, poi, è uno di quei personaggi che ti fanno pensare: “Okay, questa non vorrei mai averla come nemica, ma leggerla è una soddisfazione immensa”. C’è qualcosa di magnetico nella sua crudeltà, nella sua capacità di attraversare la storia come una lama sottile. Non è rassicurante, non è accomodante, non è lì per piacere.
Anche Rea e Chiara portano nel romanzo sfumature diverse, più intime, più legate alla bellezza, all’arte, agli odori, ai dettagli materiali di una Venezia che non è fatta solo di politica e sangue, ma anche di botteghe, colori, corpi, desideri e sopravvivenza. Strukul ha questa capacità di rendere fisico il romanzo: mentre leggi senti l’umidità delle calli, il sale del mare, il metallo delle armi, il profumo dei veleni e delle essenze. Non è poco. Qui Venezia la senti addosso.
Il ritmo è serrato, ma non isterico. E questa per me è una qualità. Succedono molte cose, ma non c’è quella frenesia da “devo assolutamente piazzare un colpo di scena ogni tre pagine o il lettore scappa”. La tensione cresce in modo naturale, alternando momenti più politici, scene d’azione, passaggi più cupi e sezioni in cui l’atmosfera prende il sopravvento. Il risultato è un romanzo che si legge con grande piacere e che riesce a essere avvincente senza diventare fracassone. Perché sì, le battaglie ci sono, il sangue pure, ma la forza del libro non sta solo nel rumore delle spade. Sta soprattutto in ciò che si muove prima del colpo.
E qui arriviamo a una delle cose che secondo me Strukul fa meglio: raccontare il potere. Non il potere astratto, quello da discorso altisonante con la mano sul cuore e il mantello al vento. No. Il potere vero, quello che si esercita nelle stanze chiuse, nelle decisioni sporche, nei silenzi, negli ordini che nessuno pronuncia fino in fondo ma tutti capiscono benissimo. Il potere che chiede sacrifici, che pretende fedeltà, che trasforma gli uomini in strumenti e poi, se necessario, li spezza.
La Serenissima che emerge da queste pagine è magnifica e terribile. Una madre severa, una regina vendicativa, una belva ferita. E forse è proprio questo il fascino del romanzo: non ci chiede di guardare Venezia solo con ammirazione. Ci invita anche a temerla. Perché dietro la bellezza c’è sempre un prezzo, e dietro la sopravvivenza di una potenza ci sono scelte che nessuno vorrebbe rivendicare a voce troppo alta.
Ho apprezzato molto anche lo stile. Strukul scrive con una lingua ricca, evocativa, ma senza impantanarsi. Ha un gusto evidente per la scena, per l’immagine forte, per il dettaglio che resta. In certi passaggi sembra quasi di vedere il romanzo più che leggerlo: la nebbia, le lame, il mare in tempesta, i palazzi, le ombre che si muovono tra le calli. È una scrittura molto visiva, cinematografica, ma non povera.
Certo, bisogna entrare nel mood. Non è un romanzo da leggere distrattamente mentre si controlla il telefono ogni due minuti e si pensa a cosa cucinare per cena. Richiede attenzione, perché i personaggi sono tanti, gli interessi in gioco pure, e Venezia non è esattamente il luogo ideale per chi ama le situazioni semplici. Ma la fatica viene ripagata. Anzi, più ci si lascia trasportare, più il romanzo diventa coinvolgente.
Una cosa che mi ha colpita è il modo in cui il libro riesce a essere cupo senza diventare respingente. C’è sangue, c’è morte, c’è crudeltà, ma non ho mai avuto la sensazione di una violenza gratuita messa lì per scioccare. Ogni colpo, ogni tradimento, ogni resa dei conti sembra appartenere a un disegno più grande. Un disegno crudele, certo. Ma coerente. E in un thriller storico questa coerenza è fondamentale: se il lettore percepisce che gli eventi accadono solo perché “serve movimentare la trama”, il castello crolla. Qui invece il castello resta in piedi, bello solido, anche quando intorno volano coltelli.
E poi c’è il tema della vendetta, che attraversa tutto il romanzo come una corrente sotterranea. Vendetta personale, vendetta politica, vendetta di Stato. Ma anche memoria. Perché vendicarsi, in fondo, significa rifiutarsi di dimenticare. E Venezia, in questo libro, è una città che non dimentica niente. Chi la tradisce, chi la sfida, chi prova a piegarla, finisce per scoprire che il Leone di San Marco non è solo un simbolo buono per stemmi e souvenir. È una promessa. E, spesso, una condanna.
Conclusione
La vendetta dei leoni di Venezia è un romanzo che mi ha dato esattamente quello che cercavo: storia, avventura, atmosfera, personaggi forti e quella sensazione bellissima di essere altrove. Non in una Venezia addomesticata, romantica e un po’ patinata, ma in una città sporca di sale, sangue, veleno e orgoglio. Una Venezia che ruggisce davvero.
Matteo Strukul conferma ancora una volta di saper maneggiare il romanzo storico con mestiere, passione e un gusto evidente per le trame ad alta tensione. Il risultato è una lettura piena, appagante, di quelle che ti fanno chiudere il libro con la sensazione di aver attraversato un pezzo di storia, ma senza la pesantezza della lezione frontale. Che poi, diciamolo: se a scuola ci avessero raccontato la storia così, forse avremmo avuto tutti meno traumi da interrogazione.
In definitiva, è un romanzo per chi ama gli intrighi, le vendette ben servite, i personaggi ambigui, le città che diventano creature vive e i libri capaci di trasformare la Storia in narrazione pulsante. Non è una passeggiata romantica in gondola. È più una corsa notturna nella nebbia, con qualcuno alle calcagna e il dubbio ragionevole di non arrivare vivi alla pagina successiva.
Perché Venezia, quando decide di vendicarsi, non chiede permesso. Ruggisce.
⭐⭐⭐⭐⭐
