
Water Moon
Esiste un posto, a Tokyo, che solo chi si è perso può trovare. Un negozio che offre il bene più prezioso che esista: la pace dell’anima.
Per ottenerla bisogna dare in cambio i propri rimpianti. Brandelli di un passato doloroso che vengono dimenticati da chi li cede e rivenduti come materiale magico.
È un compito di grande responsabilità, di cui finora si è sempre occupato il signor Ishikawa.
Adesso però lui è andato in pensione e, il primo giorno come nuova proprietaria, sua figlia Hana si ritrova con il locale a soqquadro, il padre scomparso e il rimpianto più prezioso rubato. Proprio in quel momento, entra nel negozio Keishin, un giovane scienziato che, al contrario di tutte le persone che lo hanno preceduto, non chiede nulla per sé, anzi offre a Hana il suo aiuto. È un legame speciale, quello che si crea tra Hana e Keishin, che insieme attraversano lo specchio d’acqua nel giardino del negozio e si avventurano nel regno dei rimpianti, un mondo magico e sorprendente, dove si viaggia su cigni di carta e le nuvole ospitano mercatini notturni.
Eppure pian piano Hana e Keishin iniziano a notare ombre nascoste tra le meraviglie, incubi in agguato tra gli incanti. C’è qualcosa di oscuro dietro quella facciata da sogno, qualcosa che ha a che fare con Keishin e con una verità pericolosa e terribile, che Hana ha giurato di non rivelare mai a nessuno. Ma, quando la sua vita e quella di Keishin saranno in grave pericolo, Hana dovrà decidere se restare fedele a quel giuramento o rinunciare a tutto ciò che conosce per svelare il segreto del loro destino.
Recensione
Avete presente quei libri che appena ne leggete la trama vi fanno pensare: “Ok, questo è stato scritto apposta per fregarmi”? Una bottega nascosta in una stradina di Tokyo, persone smarrite che possono cedere i propri rimpianti, una giovane donna che eredita un’attività misteriosa e un viaggio in un mondo sospeso tra pozzanghere magiche, gru di carta e mercati notturni tra le nuvole.
Sulla carta, Water Moon aveva tutto per farmi perdere completamente la bussola. E invece… sì, ma anche no. La premessa del romanzo ruota intorno a Hana Ishikawa, nuova proprietaria di un banco dei pegni dove non si vendono oggetti comuni, ma scelte e rimpianti; quando il negozio viene trovato a soqquadro, il padre scompare e un oggetto prezioso viene rubato, Hana intraprende un viaggio con un giovane fisico entrato per caso nella bottega.
Ecco, già solo questa idea merita un applauso. Perché diciamocelo: chi non vorrebbe poter entrare in un luogo nascosto al mondo e liberarsi di una scelta sbagliata? Quel messaggio mandato alla persona sbagliata, quel lavoro accettato per paura, quella porta chiusa quando invece bisognava spalancarla, quel “va bene così” detto mentre dentro urlavi “ma anche no, grazie”.
Water Moon parte da una suggestione potentissima: i rimpianti come qualcosa di concreto, quasi commerciabile, qualcosa che puoi appoggiare su un bancone e lasciare andare. Una specie di mercatino dell’usato dell’anima. Bellissimo, inquietante e pure un filo pericoloso, perché se iniziamo a vendere i rimpianti, poi chi siamo senza le cicatrici che ci hanno fatto diventare noi?
Il problema è che una premessa così bella si porta dietro un’aspettativa enorme. E Samantha Sotto Yambao, secondo me, riesce a costruire un’atmosfera incantevole, ma non sempre riesce a darle il peso emotivo che avrebbe meritato. Il romanzo è pieno di immagini bellissime: la bottega che non tutti possono trovare, il confine tra il mondo reale e quello magico, gli spostamenti impossibili, gli oggetti carichi di significato, le regole non dette di un universo che sembra muoversi secondo una logica tutta sua. A tratti sembra davvero di camminare dentro un sogno lucidissimo, di quelli in cui tutto ha senso mentre lo vivi, ma appena ti svegli provi a raccontarlo e ti rendi conto che manca qualche pezzo.
Hana è una protagonista interessante, almeno nelle intenzioni. Si ritrova addosso un’eredità enorme, non solo materiale ma emotiva: il negozio del padre, il ruolo da assumere, le regole da rispettare, il peso di una responsabilità che non ha scelto fino in fondo. Il suo viaggio non è soltanto una ricerca esterna, ma anche un percorso per capire chi vuole essere davvero, quanto del destino familiare le appartiene e quanto invece le è stato cucito addosso come un kimono bellissimo ma un po’ troppo stretto.
Ci sono momenti in cui Hana funziona, soprattutto quando emerge la sua incertezza, il suo desiderio di fare la cosa giusta, il suo bisogno di dare un senso a ciò che le è stato lasciato. Però, allo stesso tempo, non sono riuscita ad affezionarmi a lei quanto avrei voluto. Mi è sembrata spesso più un tramite per attraversare il mondo magico che una protagonista davvero capace di prendersi tutta la scena. Come se il romanzo fosse talmente innamorato della propria ambientazione da dimenticarsi, ogni tanto, che al centro dovrebbe esserci una persona in carne, ossa e rimpianti. E io, da lettrice rompiscatole quale sono, sui personaggi voglio sostanza.
Keishin, il giovane fisico che si unisce ad Hana nel viaggio aggiunge una dinamica interessante, perché porta nel romanzo uno sguardo più razionale, più terrestre, quasi fuori posto in un mondo dove la logica sembra essersi presa una lunga pausa caffè. L’idea di affiancare magia e scienza poteva creare scintille meravigliose: da una parte la poesia dei rimpianti ceduti, dall’altra il bisogno umano di spiegare, misurare, comprendere. In certi passaggi questa contrapposizione funziona e regala dialoghi piacevoli, ma anche qui ho avuto la sensazione che il romanzo restasse un po’ in superficie.
La parte migliore di Water Moon resta senza dubbio l’immaginario. Samantha Sotto Yambao ha una fantasia visiva notevole e riesce a creare luoghi che sembrano usciti da una fiaba moderna: Tokyo diventa una soglia, una città dove dietro una facciata ordinaria può nascondersi un universo intero. Mi è piaciuta moltissimo questa idea del magico come qualcosa che non invade il mondo reale con il fracasso, ma si lascia trovare solo da chi è abbastanza perso da averne bisogno. C’è una malinconia bellissima in questo: la magia non arriva quando sei pronto, arriva quando sei rotto nel punto giusto.
Peccato che, a volte, il romanzo sembri più interessato a stupire che a scavare. Ogni nuova tappa del viaggio è suggestiva, ogni immagine ha qualcosa di poetico, ma non sempre tutto si lega con la forza necessaria. Ho avuto la sensazione di attraversare una serie di stanze meravigliosamente arredate, ma con alcune porte aperte solo a metà. Guardi dentro, intravedi qualcosa di affascinante, vorresti fermarti, capire, respirare meglio quel luogo… e invece la storia ti prende per mano e ti trascina avanti.
Il tema delle scelte è, ovviamente, il cuore del libro. E funziona perché è universale. Tutti abbiamo almeno una decisione che ci portiamo dietro come un sassolino nella scarpa. A volte piccolo, a volte enorme, a volte così presente che ci abituiamo al dolore e lo chiamiamo carattere. Water Moon prova a chiedersi cosa succederebbe se potessimo separarci da quel peso. Saremmo più liberi? Più felici? O semplicemente più vuoti?
Lo stile dell’autrice è morbido, evocativo, molto attento alla costruzione dell’atmosfera. Si legge bene, scorre con facilità e ha momenti di autentica bellezza. Però non sempre la prosa riesce a sostenere la profondità dei temi che mette in campo. Ci sono frasi e immagini che funzionano benissimo, altre che sembrano quasi chiederti di lasciarti incantare per forza.
Sarà deformazione da lettrice, sarà che ho il cuore tenero ma la soglia del “troppo carino” molto bassa.
Il ritmo è un altro punto un po’ altalenante. L’inizio incuriosisce, la parte centrale offre un viaggio pieno di trovate visive, ma in alcuni momenti la narrazione sembra girare su se stessa. Non mi sono annoiata davvero, però mi sono distratta. Che è quasi peggio, perché significa che ero lì, volevo farmi conquistare, ma il libro ogni tanto mi perdeva per strada. Come una guida turistica bravissima a descrivere i monumenti, ma che dimentica di dirti perché quel posto dovrebbe cambiarti qualcosa dentro.
Conclusione
Nonostante questi limiti, non posso dire che Water Moon sia una lettura fallita. Anzi, è un romanzo con un’identità precisa, un’anima delicata e una capacità immaginifica che molti altri libri si sognano. Semplicemente, per me è rimasto in quella terra di mezzo tra “che idea stupenda” e “peccato, poteva colpirmi molto di più”. È il classico libro che consiglierei a chi cerca una lettura sognante, malinconica, piena di simboli e atmosfere sospese, ma non a chi vuole personaggi che graffiano o una trama capace di tenerti sveglia fino alle tre di notte con il Kindle in mano e la dignità abbandonata sul comodino.
Alla fine, Water Moon mi ha lasciato addosso più immagini che emozioni. Ricordo la bottega, le soglie, gli oggetti, le atmosfere, quella sensazione di magia fragile e segreta. Ricordo meno il battito dei personaggi, ed è questo il vero peccato. Perché quando un romanzo lavora sui rimpianti, sulle scelte e sulla possibilità di lasciar andare ciò che ci ha ferito, io voglio uscirne un po’ spettinata. Voglio chiudere il libro e pensare: “Accidenti, questa cosa mi riguarda più di quanto volessi ammettere.”
E forse è proprio questa la definizione migliore: Water Moon è un libro bello, ma non abbastanza incisivo. Un sogno elegante che ogni tanto si dissolve prima di diventare davvero indimenticabile. Ha poesia, ha fascino, ha una premessa che da sola vale la curiosità. Però gli manca quel qualcosa in più, quel morso, quella profondità emotiva che avrebbe trasformato una buona lettura in una lettura memorabile.
Lo consiglierei? Sì, ma con aspettative ben calibrate. Entrateci per l’atmosfera, per l’idea del banco dei pegni dei rimpianti, per il viaggio in un mondo sospeso e malinconico. Non aspettatevi però una storia perfetta o personaggi destinati a restarvi attaccati al cuore per settimane. È un romanzo da leggere quando avete voglia di qualcosa di delicato, strano, poetico, un po’ nebuloso. Una lettura da sera piovosa.
Water Moon è come una tazza di tè servita in una porcellana bellissima: profumata, elegante, piacevole da tenere tra le mani. Solo che, a un certo punto, avrei voluto scoprire che dentro non c’era solo tè, ma qualcosa di più forte. Magari un goccio di verità scomoda. Magari un dolore meno addomesticato. Magari quella scintilla capace di trasformare la magia in memoria.
Così com’è, resta una lettura suggestiva, piena di buone intuizioni e immagini incantevoli, ma anche un’occasione non sfruttata fino in fondo. Un libro che sfiora il cuore senza affondare davvero. E ogni tanto va bene anche così. Non tutti i romanzi devono devastarci l’esistenza. Però, con una premessa del genere, io un pochino ci speravo.
⭐⭐⭐
