[Recensione] I pilastri della Terra

by R.
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Copertina del libro I pilastri della terra di Ken Follett, mostrata in prospettiva su sfondo nero, con una composizione essenziale nei toni del bordeaux scuro dominata da un rosone gotico illuminato al centro, elemento che richiama immediatamente cattedrali, Medioevo, architettura sacra e grande romanzo storico epico.

I pilastri della Terra. Kingsbridge #1

Un mystery, una storia d’amore, una grande rievocazione storica: nella sua opera più ambiziosa e acclamata, Ken Follett tocca una dimensione epica, trasportandoci nell’Inghilterra medievale al tempo della costruzione di una cattedrale gotica.

Intreccio, azione e passioni si sviluppano così sullo sfondo di un’era ricca di intrighi e cospirazioni, pericoli e minacce, guerre civili, carestie, conflitti religiosi e lotte per la successione al trono.

Con la stessa suspense che caratterizza tutti i suoi thriller, Follett ricrea un’epoca scomparsa e affascinante.

Foreste, castelli e monasteri sono l’avvolgente paesaggio, mosso dai ritmi della vita quotidiana e dalla pressione di eventi storici e naturali entro il quale per circa quarant’anni si confrontano e si scontrano le segrete aspirazioni e i sentimenti dei protagonisti – monaci, mercanti, artigiani, nobili, fanciulle misteriose -, vittime o pedine di avvenimenti che ne segnano i destini e rimettono continuamente in discussione la costruzione della cattedrale.

Recensione

Dopo aver letto Fu sera e fu mattina, lo sapevo che prima o poi sarebbe arrivato il momento di affrontare I pilastri della Terra. Era lì, enorme, monumentale, con quell’aria da “romanzo che tutti hanno letto tranne te”, pronto a fissarmi dalla libreria come una cattedrale medievale in formato cartaceo. E io, che già con Ken Follett avevo fatto pace dopo anni di diffidenza verso i libri troppo famosi, mi sono detta: “Va bene, Ken, vediamo se tutta questa leggenda è meritata.”

Ecco. Sì. Ma anche no.

Perché I pilastri della Terra è senza dubbio un romanzo ambizioso, ricco, costruito con un mestiere narrativo impressionante. Si sente che Follett sa perfettamente dove vuole portarti, anche quando ti trascina per centinaia e centinaia di pagine tra fango, sangue, pietre, carestie, intrighi ecclesiastici, matrimoni disastrosi e uomini medievali con la delicatezza emotiva di una carriola rotta. Però, allo stesso tempo, non posso dire di esserne uscita conquistata come speravo. Mi è piaciuto, certo, ma non mi ha travolta. E forse il problema è proprio questo: da un romanzo così gigantesco, con una reputazione così enorme, mi aspettavo una folgorazione. Invece ho avuto una lunga, lunghissima relazione complicata.

La storia ruota attorno alla costruzione della cattedrale di Kingsbridge, ma sarebbe riduttivo dire che il romanzo parla “solo” di una cattedrale. In realtà parla di potere, fede, ambizione, sopravvivenza, vendetta, amore, denaro e desiderio di lasciare qualcosa che duri più della propria miserabile vita terrena. Perché nel Medioevo, a quanto pare, o costruivi una cattedrale o cercavi di distruggere la vita di qualcuno. A volte entrambe le cose nello stesso capitolo, giusto per non farsi mancare nulla.

Al centro della vicenda troviamo Tom il costruttore, un uomo con un sogno enorme: edificare una cattedrale. Tom è uno di quei personaggi follettiani molto concreti, fatti di mani, fatica, visione e testardaggine. Non è un eroe perfetto, e questo glielo riconosco. Ha fragilità, limiti, momenti in cui vorresti prenderlo da parte e dirgli: “Tom, tesoro, magari pensiamoci cinque minuti prima di prendere decisioni che rovineranno la vita a mezzo mondo.” Però è anche il primo vero motore emotivo del romanzo. La sua ossessione per la costruzione non è solo professionale: è quasi spirituale. Per lui la cattedrale non è un edificio, è una promessa. Un modo per dare ordine a un mondo che di ordine ne ha pochissimo.

Quando racconta il lavoro dei costruttori, il peso della pietra, la logica degli archi, la genialità tecnica necessaria per trasformare un’idea in qualcosa di immenso, il romanzo prende vita. Non pensavo che mi sarei interessata così tanto a fondazioni, volte, navate, materiali e cantieri medievali. E invece sì. Follett riesce a rendere la costruzione della cattedrale quasi una creatura vivente: cresce, si ferma, viene minacciata, crolla, riparte, cambia forma insieme ai personaggi. È il vero cuore del libro, più stabile di qualsiasi relazione umana al suo interno. Anche perché, diciamolo, molte relazioni in questo romanzo sono costruite peggio di un muro tirato su durante una grandinata.

Poi c’è Philip, il priore, che secondo me è uno dei personaggi più riusciti. È intelligente, pragmatico, idealista senza essere completamente ingenuo. Vuole fare del bene, vuole far crescere Kingsbridge, vuole costruire qualcosa che abbia un senso non solo religioso ma anche sociale. Philip è il tipo di personaggio che ti ricorda che la fede, quando non viene usata come arma di controllo o come scusa per arricchirsi, può diventare anche una forza organizzativa, politica, comunitaria. In un romanzo pieno di nobili pronti a scannarsi per una zolla di terra e prelati con l’anima più scura della pece, Philip rappresenta una forma di resistenza morale.

Non che sia perfetto, eh. Ogni tanto anche lui prende delle decisioni che ti fanno venire voglia di lanciare il libro contro il muro, ma almeno ha una coerenza interna forte. È uno che prova davvero a costruire qualcosa per gli altri. E in un mondo narrativo dove molti sembrano svegliarsi la mattina chiedendosi “a chi rovino la giornata oggi?”, già questo lo rende quasi un santo. O quantomeno uno dei pochi adulti funzionali della compagnia.

Aliena, invece, è il personaggio che mi ha dato più sentimenti contrastanti. Da una parte è impossibile non ammirarla. È forte, determinata, capace di reinventarsi dopo una caduta devastante. La sua traiettoria è una delle più potenti del romanzo: da figlia di conte a donna costretta a ricostruire la propria vita con le unghie, il commercio e una quantità di orgoglio sufficiente a illuminare mezza Inghilterra. Aliena non aspetta di essere salvata, e questo mi è piaciuto moltissimo. Si rialza, lavora, protegge il fratello, prende decisioni difficili e prova a sopravvivere in un mondo che non solo non la aiuta, ma sembra divertirsi a metterle i bastoni tra le ruote.

Dall’altra parte, però, non posso ignorare il modo in cui Follett usa spesso il dolore femminile come benzina narrativa. E qui, Ken, parliamone. Perché va bene il contesto medievale, va bene la brutalità dell’epoca, va bene raccontare la violenza del potere maschile senza addolcirla. Però a tratti ho avuto la sensazione che le donne dovessero soffrire in modo estremo per dimostrare di essere interessanti. Aliena è un grande personaggio, sì, ma alcune scelte narrative che la riguardano sembrano quasi volerla piegare fino al limite, come se il romanzo dicesse: “Vediamo quanto può sopportare prima di diventare davvero memorabile.” Ecco, magari anche meno.

Jack, invece, mi è piaciuto più di quanto mi aspettassi. È strano, solitario, creativo, con quell’aria da ragazzo cresciuto ai margini che vede il mondo da un’angolazione diversa. Il suo rapporto con la costruzione, con l’arte e con Aliena porta nel romanzo una componente più romantica e visionaria. Jack non è solo un costruttore: è uno che guarda la pietra e ci vede dentro la possibilità di sfidare il cielo. C’è qualcosa di molto bello in questo. La sua evoluzione funziona, anche se in alcuni momenti il romanzo sembra volerlo trasformare nel classico predestinato dal talento eccezionale. Ma almeno il suo percorso ha fascino, e il legame con la cattedrale è tra i più riusciti.

Il problema più grosso, per me, sta nei cattivi. William Hamleigh è uno dei personaggi più odiosi che abbia incontrato da un po’. E fin qui, missione compiuta. Il punto è che a un certo punto diventa quasi troppo. Troppo crudele, troppo vigliacco, troppo ossessionato, troppo tutto. È il tipo di villain che entra in scena e tu sai già che farà la cosa peggiore possibile, perché evidentemente il suo unico hobby è essere una sciagura ambulante. All’inizio funziona, perché lo detesti con convinzione. Poi però questa cattiveria così reiterata rischia di diventare meccanica.

Anche Waleran Bigod rientra nella categoria degli uomini di Chiesa che ti fanno venire voglia di rivalutare l’eremitaggio su una montagna. Ambizioso, manipolatore, freddo, sempre pronto a usare la religione come leva politica. È un personaggio efficace, soprattutto perché rappresenta bene la corruzione del potere ecclesiastico, ma anche qui Follett tende a calcare parecchio la mano. Il risultato è che il romanzo, in certi punti, sembra quasi una partita a scacchi tra buoni molto buoni e cattivi molto cattivi.

La parte storica, invece, è decisamente solida. Follett riesce a restituire un Medioevo sporco, instabile, pericoloso, pieno di tensioni sociali e politiche. La guerra civile tra Stefano e Matilde fa da sfondo a una vicenda in cui il potere cambia mano con una facilità sconcertante, e chi sta in basso paga sempre il prezzo più alto. Re, nobili, vescovi e signori locali si muovono come se il mondo fosse una scacchiera personale, mentre la gente comune deve solo sperare di non finire schiacciata sotto il cavallo sbagliato. Allegro, proprio. Una lettura perfetta per ricordarci che l’umanità ha sempre avuto un certo talento nel complicarsi la vita.

Il ritmo, però, è il vero punto dolente. I pilastri della Terra è un romanzo lunghissimo, e si sente. Non perché la lunghezza sia un difetto in sé: ci sono libri enormi che scorrono come acqua fresca. Qui, invece, ho percepito diversi momenti in cui la narrazione si allunga, ripete dinamiche simili, costruisce un ostacolo, lo supera, poi ne piazza un altro molto simile poco più avanti. A un certo punto avevo la sensazione che Kingsbridge fosse intrappolata in un eterno ciclo di “adesso va meglio / no, scherzavo, disastro”. E va bene creare tensione, ma dopo l’ennesimo sabotaggio, tradimento, violenza, ingiustizia o catastrofe, la mia pazienza ha iniziato a chiedere ferie.

Follett ha un talento indiscutibile nel creare grandi archi narrativi, ma qui ogni tanto sembra non voler lasciare andare nulla. Ogni personaggio deve avere il suo dramma, ogni svolta deve essere amplificata, ogni conflitto deve tornare, moltiplicarsi, riesplodere. Il risultato è potente, sì, ma anche un po’ estenuante.

Eppure, nonostante tutto, il romanzo ha una forza evidente. La cattedrale come simbolo funziona meravigliosamente. È il sogno che attraversa le generazioni, il progetto che sopravvive agli uomini, l’idea che qualcosa di bello possa nascere anche da un mondo brutale. In questo senso I pilastri della Terra è davvero un romanzo sulla costruzione: non solo di un edificio, ma di una comunità, di un’identità, di una speranza. Kingsbridge cambia insieme alla cattedrale. Si trasforma da luogo marginale a centro pulsante, e questa evoluzione è una delle cose che più ho apprezzato.

Mi è piaciuta anche la riflessione, forse non sempre sottile ma efficace, sul sapere tecnico. I costruttori, gli artigiani, i mercanti, le donne che imparano a gestire il denaro, i religiosi che organizzano risorse: tutti contribuiscono a creare qualcosa. Il romanzo celebra l’intelligenza pratica, quella che non sta nei grandi proclami ma nelle mani che lavorano, negli occhi che osservano, nella capacità di trovare soluzioni. Ed è una cosa che ho trovato molto bella. Perché alla fine la storia non la fanno solo i re e i papi; la fanno anche quelli che sanno mettere una pietra sopra l’altra senza far crollare tutto. Che, simbolicamente e letteralmente, non è poco.

Per quanto riguarda la scrittura, Follett resta Follett: diretto, chiaro, molto cinematografico. Non si perde in fronzoli inutili, e quando vuole farti vedere una scena ci riesce benissimo. Le descrizioni sono accessibili, il contesto storico è comprensibile anche per chi non ha una laurea in medievalistica appesa in salotto, e i dialoghi fanno il loro lavoro. Però rispetto a Fu sera e fu mattina ho trovato qui una certa pesantezza in più, forse dovuta proprio alla struttura monumentale. È come se il romanzo volesse essere cattedrale anche nella forma: imponente, elaborato, pieno di navate narrative. Bellissimo da guardare, ma ogni tanto ti fanno male i piedi a percorrerlo tutto.

Conclusione

Alla fine, I pilastri della Terra è un libro che rispetto più di quanto ami. E non è poco, ma non è nemmeno tutto. Ne riconosco la grandezza, la capacità di creare un mondo vastissimo e popolato, l’intelligenza con cui intreccia storia personale e grande Storia, il fascino della costruzione della cattedrale e alcuni personaggi davvero riusciti. Però non posso dire che mi abbia emozionata quanto speravo. Mi ha coinvolta a tratti, mi ha irritata in altri, mi ha interessata quasi sempre, ma raramente mi ha fatta sparire dentro le pagine come fanno i romanzi che diventano davvero miei.

Forse il punto è che I pilastri della Terra vuole essere enorme, e ci riesce. Ma non sempre “enorme” significa più intenso. A volte, anzi, l’accumulo di eventi finisce per diluire l’emozione invece di amplificarla. Avrei preferito qualche pagina in meno, qualche cattivo meno caricaturale, qualche sofferenza femminile trattata con più misura e qualche silenzio in più. Perché i momenti migliori del romanzo, secondo me, non sono quelli più drammatici o crudeli, ma quelli in cui qualcuno guarda un pezzo di pietra e immagina una volta, una luce, un’altezza impossibile.

Lo consiglierei? Sì, ma con cautela. È un romanzo importante, un classico moderno del romanzo storico, e capisco perfettamente perché abbia conquistato così tanti lettori. Però non lo definirei una lettura per tutti, né una di quelle esperienze perfette da amare senza riserve. Serve pazienza, serve voglia di immergersi in un mondo duro e spesso esasperante, serve anche una certa tolleranza verso i villain che sembrano usciti da un manuale intitolato Come essere spregevoli in dieci semplici mosse.

Se amate le grandi saghe storiche, le storie corali, i progetti impossibili e i romanzi in cui il destino di una comunità si intreccia a quello di singoli personaggi, allora vale la pena leggerlo. Se invece cercate ritmo serrato, sottigliezza psicologica costante e personaggi moralmente ambigui fino al midollo, potreste trovarlo più faticoso.

Io l’ho chiuso con una sensazione precisa: sono contenta di averlo letto, ma non credo di esserne stata conquistata. È come visitare una cattedrale famosissima: ne riconosci la bellezza, ne ammiri l’architettura, capisci perché tutti ne parlano, ma magari non è quella che ti resta davvero nel cuore. Magari ti colpisce, sì, ma non ti commuove fino in fondo.

Insomma, Ken, questa volta non mi hai fregata del tutto. Mi hai fatto camminare per centinaia di pagine tra pietre, sangue, fede e ambizione, mi hai fatto apprezzare la grandezza del progetto, mi hai regalato personaggi interessanti e una cattedrale che sembra respirare. Però ogni tanto mi hai anche sfinita. E se alla fine la cattedrale regge, la mia pazienza in alcuni punti ha avuto bisogno di un’impalcatura di sostegno.

Resta comunque una lettura da fare, anche solo per capire quanto un romanzo storico possa diventare vasto, popolare e stratificato senza perdere del tutto il suo centro. Ma, per quanto mi riguarda, non è stato amore. Più una lunga convivenza, con momenti splendidi, qualche litigata furibonda e una conclusione rispettosa.

Che, tutto sommato, nel Medioevo sarebbe già stato un miracolo.

⭐⭐⭐

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