
Il fuso scheggiato. Fractured Fables #1
Zinnia Gray sta per compiere ventun anni. Un compleanno davvero speciale, anche perché è l’ultimo della sua vita.
Rimasta vittima di una contaminazione chimica è affetta dalla nascita da una sindrome rara e misteriosa, la Malattia Generalizzata di Roseville.
Se ne sa poco, se non che nessuna delle persone che ne hanno sofferto è arrivata ai ventidue anni.
La sua migliore e unica amica, Charm, vuole che l’ultimo compleanno di Zinnia sia indimenticabile e le sta preparando una festa sensazionale, tutta in tema “Bella Addormentata” – la sua passione da sempre -, con tanto di torre e arcolaio.
Ma quando Zinnia si punge il dito, succede qualcosa di totalmente inaspettato e la ragazza si trova catapultata in una serie di mondi paralleli, con un’altra bella addormentata desiderosa quanto lei di sfuggire a un destino che sembra già scritto.
Recensione
Il fuso scheggiato di Alix E. Harrow mi aveva attirata con una promessa che, sulla carta, è praticamente un assegno circolare per chi ama le fiabe rivisitate: una protagonista malata, un compleanno a tema Bella Addormentata, una puntura al dito e… boom, mondi paralleli con versioni diverse della stessa storia e una ragazza che, invece di addormentarsi e aspettare il principe di turno, decide che anche no.
Ecco, il problema è che l’idea è più brillante dell’esecuzione.
Zinnia Gray sta per compiere ventun anni e sa già che sarà l’ultimo: convive con la “Malattia Generalizzata di Roseville”, conseguenza di una contaminazione chimica, e nessuno con quella sindrome arriva ai ventidue.
Già qui, io ero pronta: c’è urgenza, c’è dolore vero, c’è quella sensazione di tempo contato che può rendere anche una storia breve una coltellata precisa.
La sua amica Charm le organizza una festa gigantesca a tema Bella Addormentata. E quando Zinnia si punge davvero il dito, invece del solito copione “ti addormenti e fine”, succede l’imprevisto: finisce in una sequenza di mondi paralleli, dove incontra altre “belle addormentate” che vogliono scappare da un destino già scritto.
È un libro corto. E non sto dicendo che “corto = male”, ci mancherebbe: le storie brevi possono essere micidiali, se sono affilate. Qui, però, ho avuto la sensazione opposta: tanti spunti buoni, ma poco spazio (o poco coraggio) per farli diventare qualcosa che resti addosso.
Il multiverso fiabesco è un’idea divertente e potenzialmente potentissima: ogni mondo potrebbe essere uno specchio cattivo che mostra come cambiano le regole quando cambi prospettiva.
Zinnia ha tutto per essere memorabile: la malattia, la lucidità di chi sa che il tempo è un lusso, l’ossessione per La bella addormentata come rifugio emotivo, e poi questo ruolo di ragazza che finisce a rimettere mano alle fiabe.
Eppure mi è mancata una cosa: la carne. La sua voce mi è arrivata più come “funzionale” alla tesi che come persona che mi faccia dire: ok, ti seguo anche se fai scelte discutibili. Non perché debba piacermi, ma perché devo sentirla viva. Qui l’ho sentita spesso “ben pensata”, non “ben vissuta”.
E quando una storia si regge su un’idea di identità e autodeterminazione, se i personaggi non diventano tridimensionali… il discorso resta in superficie. Carino, anche condivisibile, ma non mi smuove.
Il tema femminista c’è, ed è giusto che ci sia… ma a tratti mi è sembrato “spiegato”.
Io adoro quando una storia prende una fiaba classica e ci fa vedere le cuciture: perché la principessa deve dormire? perché il lieto fine coincide con la passività? chi ha deciso che “salvezza” = matrimonio? Qui quel tipo di riflessione c’è (e l’impianto multiverso la rende pure logica).
Però l’ho sentita spesso dichiarata più che incarnata. Come se il libro avesse paura che tu non cogliessi il punto e quindi ogni tanto te lo ribadisse. E quando un romanzo mi prende per mano per accompagnarmi a capire una cosa che avevo già capito due capitoli prima… io divento quella persona fastidiosa che dice: “Sì, ok, ci sono, vai avanti”.
Il femminismo in narrativa funziona da paura quando è un coltello che taglia senza fare rumore. Qui, a tratti, è un evidenziatore.
Si legge veloce, perché è scritto per trascinarti avanti e perché è breve. Ma io non cercavo solo “scorrevolezza”: cercavo impatto. E l’impatto, per me, arriva quando la storia si prende il tempo di farti entrare in un dolore, in un dilemma, in una scelta che costa.
Invece ho avuto spesso la sensazione che le scene non sedimentassero.
È un po’ come se ti portassero in un museo con opere incredibili, ma con la guida che dice: “Dai dai, foto e via che siamo in ritardo.”
Ci sono passaggi in cui ho intravisto la storia che avrei voluto leggere: la consapevolezza di Zinnia, la rabbia lucida contro un destino già deciso, l’idea che la fiaba possa essere una prigione ma anche una chiave, e che “riscrivere” non sia un gioco ma un atto di sopravvivenza.
E in quei momenti mi sono detta: ok, ci siamo.
Poi però, invece di affondare, il libro tende a riprendere quota e restare leggero. Che è una scelta legittima, eh. Solo che io, con questa premessa, mi aspettavo una storia capace di fare più male, o almeno di lasciare più eco.
Conclusione
Il fuso scheggiato ha un concept che potrebbe diventare un gioiellino: una Bella Addormentata che non vuole dormire, una ragazza con il tempo contato che attraversa mondi per scardinare destini, la fiaba come gabbia e come possibilità.
Però, per me, resta più idea che romanzo: troppo rapido, troppo “a tesi” in certi punti, con personaggi che non mi hanno agganciata abbastanza da farmi sentire il morso di quello che stava succedendo.
E quando chiudi un libro e ti resta soprattutto la sensazione di “poteva spaccare, ma non ha voluto”… è una delusione particolare. Non quella da trash totale (che almeno ti fa ridere), ma quella da occasione mancata.
Un po’ come quando ordini una pizza con ingredienti pazzeschi e poi scopri che l’impasto è moscio: ti arrabbi perché era tutto lì, bastava pochissimo per farla diventare memorabile.
⭐⭐⭐
