[Recensione] Careless People

by R.
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Copertina del libro “Careless People – Gente che se ne frega” di Sarah Wynn-Williams, volume tascabile inclinato con sfondo bianco minimalista, grande icona blu stilizzata che richiama un pulsante/social network con un piccolo triangolo grigio in rilievo, titolo in nero elegante e citazione in alto su ex dipendente Facebook; saggio critico sui social media e l’indifferenza digitale, edizione italiana Nino Aragno Editore.

Careless People

«Ero tra i consulenti dei massimi dirigenti dell’azienda, Mark Zuckerberg e Sheryl Sandberg, mentre escogitavano il modo in cui l’organizzazione avrebbe interagito con i governi di tutto il mondo.

Alla fine, li ho guardati, senza più speranze, fare la corte a regimi autoritari come quello cinese e, con assoluta noncuranza, ingannare l’opinione pubblica.

Ero su un jet privato con Mark il giorno in cui finalmente capì che con ogni probabilità Facebook aveva contribuito a portare Donald Trump alla Casa Bianca, e ne trasse le sue personali e oscure conclusioni.

Quasi sempre, però, lavorando alle politiche di Facebook, più che assistere alla messa in scena di un capitolo di Machiavelli, sembrava di guardare un gruppo di quattordicenni a cui sono stati dati dei superpoteri e una quantità spropositata di denaro andare in giro per il mondo per capire cosa possono comprare e ottenere con quel potere.

Questa è la storia che intendo raccontare qui.»

Recensione

Ci sono libri che ti intrattengono. Libri che ti fanno pensare. E poi ci sono quei libri che ti fanno sgranare gli occhi così forte che, a un certo punto, temi di perdere le lenti a contatto anche se non le porti. Careless People rientra dritto nella terza categoria: io l’ho letto con la faccia di chi sta assistendo a una cosa talmente assurda da chiedersi “ma davvero?” ogni cinque pagine. E la risposta, purtroppo, è sempre stata: sì, a quanto pare davvero.

Parto subito chiaro: questo è un memoir, non un’inchiesta giornalistica “a prova di tribunale” nel senso classico. È il racconto dall’interno di Sarah Wynn-Williams, ex dirigente nell’area public policy di Facebook (oggi Meta), che ricostruisce anni di lavoro nel cuore di una delle aziende più potenti e influenti del pianeta.

E già qui: il contesto è esplosivo. Perché quando qualcuno ti parla da dentro — con nomi, dinamiche, rituali di potere, logiche decisionali — la sensazione non è “sto leggendo un saggio”, ma “sto guardando dietro le quinte… e dietro le quinte c’è il caos”.

Io non sono ingenua. Sappiamo tutti che le big tech non sono conventi e che “crescita a tutti i costi” non è esattamente una filosofia zen. Ma un conto è saperlo, un altro è vederselo raccontare addosso con episodi, situazioni e quella normalizzazione del discutibile che ti fa venire voglia di urlare: “Raga, ma vi ascoltate quando parlate?”.

Perché la cosa più disturbante, in Careless People, non è solo cosa viene descritto. È il tono sistemico: l’idea che decisioni enormi (con conseguenze su persone reali, paesi reali, crisi reali) vengano gestite con una leggerezza e una spregiudicatezza da “tanto poi si aggiusta” — o peggio: “tanto non è un problema nostro”.

E io, mentre leggevo, mi sentivo esattamente così: allibita. Non scandalizzata “da social” (che dura tre minuti). Allibita in modo lento, persistente, con quella sensazione che ti resta nelle ossa: “Ok, quindi questo è il livello di cinismo che può diventare normale se hai abbastanza potere e abbastanza soldi intorno?”

Il sottotitolo (in inglese) è già una promessa: Power, Greed, and Lost Idealism. E il punto non è “Facebook cattivo”. Il punto è il percorso: come si entra con un’idea (anche sinceramente idealista) e si finisce in un meccanismo in cui la reputazione aziendale e la crescita contano più di qualsiasi altra cosa.

Quello che ho trovato micidiale è la sensazione di assistere a un gioco di prestigio: all’esterno si parla di “connessione”, “community”, “valori”; all’interno, secondo l’autrice, la bussola è spesso un’altra. E quando la bussola diventa “non perdere terreno”, “non ammettere colpe”, “non rallentare mai”, la domanda non è più “se” arriveranno i disastri, ma quanti e quanto grossi.

Nel caos che l’autrice racconta, una parte che ti lascia davvero senza parole è quella che riguarda le scelte dell’azienda in relazione a eventi globali e contesti politici delicatissimi. Nelle ricostruzioni citate anche da fonti riassuntive, si parla di dinamiche legate alla gestione di crisi e contenuti in aree del mondo dove l’impatto della piattaforma può diventare devastante, e vengono citate anche accuse pesanti sul modo in cui l’azienda avrebbe affrontato (o non affrontato) certi rischi.

Qui io mi sono proprio fermata. Perché puoi reggere l’idea del “manager arrogante” (purtroppo è un classico). Puoi reggere pure gli eccessi da corporate (non dovresti, ma ok). Quello che ti spacca è quando capisci che le decisioni non restano nel palazzo, ma rimbalzano fuori e diventano carne, sangue, polarizzazione, propaganda, vite rovinate. E lì non è più gossip aziendale: è responsabilità storica.

E il mio essere allibita nasce soprattutto da questo: dall’enormità del potere, e dalla leggerezza con cui (sempre secondo il racconto dell’autrice) lo si maneggia.

Un’altra cosa che rende il libro così “impossibile da ignorare” è la parte più quotidiana, quella che paradossalmente fa ancora più male: la normalità degli abusi di potere, dei comportamenti tossici, delle dinamiche interne che diventano folklore.

E qui scatta l’effetto più perverso: ti rendi conto di quanto un ambiente possa deformare il senso del limite. Non è “il cattivo singolo”. È il sistema che premia certe cose e mette a tacere il resto. E quando succede, le persone non diventano mostri da film: diventano “careless”, appunto. Indifferenti. E l’indifferenza, quando hai in mano leve enormi, è una forma di violenza.

C’è poi un elemento che, da solo, ha alzato il volume mediatico: Meta ha cercato di bloccare la promozione del libro tramite una procedura d’urgenza in arbitrato, ottenendo una decisione temporanea che limitava la possibilità dell’autrice di promuoverlo, mentre l’editore ha dichiarato di voler andare avanti con la pubblicazione e la promozione.

Ora: io non sono qui a fare il processo a colpi di titoli. Però è innegabile che questa storia abbia creato un “effetto Streisand” gigantesco: più provi a mettere un coperchio, più la gente vuole guardare cosa c’è sotto. A livello di percezione, questa vicenda rafforza la sensazione che il contenuto del libro tocchi nervi scoperti.

Conclusione

È il tipo di lettura che ti lascia addosso una patina di inquietudine e ti fa venire voglia di fare un detox non dai social, ma dalla specie umana.

Ma è scritto in modo da tenerti lì: la narrazione è scorrevole, ha ritmo, alterna scene di contesto a momenti che sembrano usciti da una distopia già in corso. E soprattutto: ti fa vedere la trasformazione, la deriva, la frattura tra ciò che si dice e ciò che si fa.

E poi c’è la cosa che, per me, vale tantissimo: ti restituisce la dimensione reale del potere. Non quella romantica del “visionario”. Quella pratica: contratti, PR, convenienze, compromessi, silenzi. Quando la posta in gioco è l’accesso a mercati giganteschi o la gestione della reputazione globale, l’etica diventa spesso un accessorio che si mette e si toglie a seconda dell’occasione.

L’unica cosa che tengo a dire, proprio per onestà intellettuale, è questa: ricordiamoci sempre cos’è Careless People. Un memoir. Un racconto personale, con un punto di vista preciso, con una memoria selettiva (come tutte), con interpretazioni e un taglio narrativo. Non è un documento processuale, e alcune letture critiche sottolineano che molte cose non sono “nuove” nel dibattito pubblico, anche se raccontate qui con dettagli e prospettiva interna.

Ma sai qual è il punto? Che anche se non fosse “nuovo” al 100%, fa comunque malissimo vederlo messo in fila, con quel filo rosso di incuria morale. E soprattutto: la novità non è sempre nel “fatto inedito”. A volte la novità è nel come te lo fanno vedere. E qui te lo fanno vedere molto bene.

La sensazione finale, per me, è stata questa: Careless People è uno schiaffo in faccia ben assestato. Non ti lascia comoda. Non ti lascia neutra. Ti lascia — e mi ci metto dentro — un po’ più consapevole e un po’ più stanca, perché ti rendi conto di quanto le decisioni prese in stanze piene di gente “importantissima” possano ricadere addosso a chi non ha nessun potere, nessuna voce, nessun ufficio figo con vista.

E sì: sono rimasta allibita. Non in modo teatrale. In modo reale, di quelli che ti fanno chiudere il libro e fissare il vuoto per qualche secondo pensando: “Ok… e adesso come faccio a far finta di niente?”

⭐⭐⭐⭐⭐

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