[Recensione] Le chiavi del cosmo

by R.
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Copertina del libro Le chiavi del cosmo di Glenn Cooper, edito da Nord, con un design ricco di dettagli meccanici che raffigura un grande ingranaggio dorato e ruote dentate sovrapposte a una mappa del mondo in tonalità verdi e marroni, evocando un’atmosfera di mistero, scienza e destino intrecciato al tempo.

Le chiavi del cosmo

CHI TROVERÀ LE CHIAVI, TROVERÀ IL FUTURO.

Archeologo di fama, abituato ad affrontare ogni sfida con rigore accademico, David Birch non è nuovo ai misteri. Eppure lì, in un cunicolo mai esplorato di Derinkuyu – la leggendaria città sotterranea nel cuore della Cappadocia –, in cui nessuno metteva piede da oltre duemila anni, c’è qualcosa che sfugge a ogni logica.

Tra la polvere giace infatti un congegno di bronzo, sul quale è incisa una mappa del mondo in cui compaiono tutti i continenti e gli oceani, anche quelli allora sconosciuti.

Per risolvere quell’enigma, David dovrà abbandonare tutte le sue certezze e intraprendere un viaggio che lo porterà dalla Turchia alla Grecia, dall’Inghilterra alla Germania, seguendo gli indizi lasciati dalle persone che nei secoli hanno custodito quel segreto.

Perché ci sono oggetti troppo pericolosi per essere usati. Oggetti così potenti da racchiudere in sé passato, presente e futuro.

Perché forse la nostra storia è già stata scritta.

E chi troverà le chiavi leggerà il nostro destino.

Recensione

Con Glenn Cooper parto sempre con una certa fiducia. Non cieca, perché nella vita bisogna voler bene agli autori ma non fino al punto da firmare assegni in bianco, però comunque fiducia. Quella sensazione del tipo: va bene, adesso mi siedo, apro il libro e lui in qualche modo riuscirà a tirare fuori una storia capace di mescolare mistero, tensione e quel pizzico di suggestione pseudo-scientifica o storico-esoterica che sa rendere tutto più appetitoso. E invece con Le chiavi del cosmo qualcosa, per me, si è inceppato.

Non sto dicendo che sia un brutto libro in senso assoluto. Sarebbe troppo facile e anche un po’ pigro liquidarlo così. Il problema è che mi è sembrato un romanzo che gira parecchio intorno alla promessa di essere enorme, sconvolgente, cosmico appunto, senza poi riuscire davvero a diventarlo. Come quei trailer montati benissimo che ti fanno credere di stare per assistere al film della vita e poi, due ore dopo, esci dalla sala pensando: tutto qui?

L’idea di base, almeno sulla carta, ha il suo fascino. Glenn Cooper sa come agganciare il lettore: prende un concetto grande, quasi vertiginoso, ci costruisce intorno un alone di mistero e ti convince che dietro quelle pagine ci sia una rivelazione pronta a spalancarti un portone in faccia. E io, ovviamente, ci sono cascata con tutte le scarpe. Perché quando un romanzo promette segreti, chiavi, enigmi e prospettive che toccano addirittura il cosmo, il mio cervello da lettrice si attiva subito. Vuole sapere. Vuole scavare. Vuole farsi trascinare.

Peccato che in questo caso il viaggio non abbia mantenuto tutto quello che lasciava intuire.

Il punto, secondo me, non è tanto la trama in sé quanto il modo in cui viene portata avanti. Ho avuto spesso la sensazione che il romanzo procedesse per accumulo: informazioni, collegamenti, intuizioni, piste, spunti. Tutto potenzialmente interessante, per carità, ma non sempre davvero incisivo. A un certo punto invece di sentirmi sempre più coinvolta, mi sono sentita più distante. Come se il libro mi stesse dicendo in continuazione “guarda quanto è grande questa storia”, senza però darmi abbastanza motivi per viverla davvero sul piano emotivo.

Ed è qui che, per me, cade una parte importante del castello. Perché puoi anche costruirmi il mistero più ambizioso del mondo, puoi parlarmi di codici, verità nascoste, dimensioni enormi e interrogativi da far tremare i polsi, ma se mentre leggo non sento abbastanza tensione vera, abbastanza urgenza, abbastanza battito… allora resto fuori. E io, purtroppo, sono rimasta fuori più di quanto avrei voluto.

Un altro aspetto che mi ha lasciata fredda è stata la sensazione di déjà-vu. Non necessariamente perché Cooper ripeta sempre se stesso in modo sfacciato, ma perché qui mi è sembrato di riconoscere certi meccanismi senza provare più l’effetto sorpresa dei suoi romanzi migliori. Quando leggi un autore che ha una formula precisa, accetti anche che alcuni ingredienti tornino: il problema nasce quando li vedi arrivare da lontano e non ti colpiscono più come dovrebbero. In Le chiavi del cosmo mi è successo proprio questo. Invece di pensare “geniale”, più di una volta ho pensato “sì, ok, ci siamo, andiamo avanti”.

E no, non è esattamente la reazione che speri di avere davanti a un thriller che dovrebbe tenerti lì con gli occhi spalancati.

Il ritmo, poi, per quanto non sia disastroso, l’ho trovato altalenante. Ci sono passaggi che sembrano voler accelerare, ma poi il romanzo si riappoggia subito su spiegazioni, passaggi intermedi, momenti che dovrebbero aggiungere profondità e invece finiscono per frenare. Non mi dispiace un libro che si prende il suo tempo, ci mancherebbe. Il problema è quando quel tempo non costruisce davvero tensione ma solo attesa. E l’attesa, se non viene nutrita bene, smette di essere suspense e diventa pazienza.

Io di pazienza ne ho avuta, eh. Però a un certo punto volevo anche essere ricompensata.

Anche i personaggi, onestamente, non mi hanno conquistata come speravo. Fanno il loro lavoro dentro la trama, ma raramente mi sono sembrati davvero vivi. Sono rimasti un po’ lì, funzionali, più utili al meccanismo narrativo che memorabili in sé. E questa per me è una mancanza importante, perché anche nel thriller più cerebrale del mondo ho bisogno di qualcuno a cui aggrapparmi. Qualcuno che mi faccia dire: va bene, anche se la trama sta facendo le capriole nello spazio, io resto qui per vedere che ne sarà di te. Stavolta quel legame non si è creato.

Il risultato è che la lettura è andata avanti, sì, ma con un coinvolgimento abbastanza intermittente. Non ero annoiata in modo feroce, non stavo contando le pagine come una detenuta in attesa della libertà, però non avevo nemmeno quella fame narrativa che mi fa dire “ancora un capitolo e poi smetto”, sapendo benissimo che non smetterò. Qui mi è mancata proprio quella scintilla.

E forse è questo che mi ha delusa di più: non il fatto che il libro sia brutto, ma il fatto che sia rimasto molto sotto le sue possibilità. Perché l’ambizione si sente. L’idea di voler costruire qualcosa di grande, stratificato, suggestivo, c’è tutta. Ma tra avere un’idea potente e riuscire a trasformarla in un romanzo davvero trascinante c’è di mezzo un mare intero. E secondo me Le chiavi del cosmo quel mare non riesce ad attraversarlo fino in fondo.

C’è anche da dire che Glenn Cooper ha un tipo di scrittura che tende a funzionare bene quando tutto è calibrato al millimetro: mistero, ritmo, rivelazioni, atmosfera. Quando uno di questi elementi perde un po’ di presa, si vede subito. In questo caso io ho avvertito una specie di squilibrio generale. Il libro vuole essere enigmatico, vuole essere affascinante, vuole avere un respiro enorme, ma a tratti sembra dimenticarsi di essere anche una storia che deve tenerti incollata alla pagina. E senza quella presa narrativa, tutto il resto finisce per pesare meno.

Non nego che ci siano momenti interessanti, spunti che riescono ad accendere la curiosità e qualche passaggio capace di ricordarti perché Cooper continui ad avere tanti lettori. Il problema è che, nel mio caso, sono stati lampi. Non abbastanza frequenti, non abbastanza forti da sollevare davvero l’insieme. Un po’ come quando ordini un dolce bellissimo al ristorante, arriva decorato da dio, lo guardi e pensi “adesso svengo dalla felicità”, poi lo assaggi e sì, è buono… ma non abbastanza da finirlo con gli occhi lucidi.

Conclusione

Il titolo promette più meraviglia di quanta il romanzo riesca davvero a consegnare. E questa è forse la sintesi più onesta che posso fare della mia esperienza. Le chiavi del cosmo voleva spalancare porte enormi, ma con me ne ha aperta solo una a metà. E nemmeno quella con particolare slancio.

È stata una lettura che non mi ha convinta. Non abbastanza intensa, non abbastanza sorprendente, non abbastanza memorabile.

Si lascia leggere, certo, ma da Glenn Cooper io mi aspetto quel qualcosa in più: quella sensazione di essere finita dentro un congegno narrativo perfettamente oliato, capace di farmi dubitare, rincorrere ipotesi e divorare pagine.

Qui invece ho avuto spesso l’impressione di osservare gli ingranaggi da fuori.

⭐⭐⭐

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