Hell Bent
Trovare un portale per il mondo sotterraneo e rubare un’anima dall’inferno. Un piano semplice, se non fosse che le persone che compiono questo particolare viaggio raramente tornano indietro.
Ma Galaxy “Alex” Stern è determinata a liberare Darlington, anche se questo le costerà il futuro alla Lethe e a Yale. Impossibilitate a tentare un salvataggio perché non possono accedere alle risorse della Nona Casa, Alex e Pamela Dawes, l’assistente di ricerca, mettono quindi insieme una squadra di dubbi alleati per salvare il “gentiluomo della Lethe”.
Insieme, dovranno navigare in un labirinto di testi arcani e artefatti bizzarri per scoprire i segreti più gelosamente custoditi dalla società, infrangendo ogni regola. Ma quando i membri della facoltà iniziano a morire, Alex sa che non si tratta di semplici incidenti.
Qualcosa di letale è all’opera a New Haven e, se vuole sopravvivere, dovrà fare i conti con i fantasmi del suo passato e con l’oscurità insita nelle mura dell’università. Denso di storia e ricco di colpi di scena nello stile della Bardugo, Hell Bent dà vita a un mondo intricato e indimenticabile, pieno di magia, violenza e mostri fin troppo reali.
Recensione
Sono passati pochi mesi dagli eventi che hanno messo sottosopra le società segrete dell’Università di Yale. Galaxy “Alex” Stern, ex dropout losangelina convertita – suo malgrado – a guardiana dell’occulto accademico, ha un obiettivo cristallino: riportare indietro Darlington, l’elegantissimo mentore intrappolato in un inferno personalissimo tra i corridoi dimensionali.
Peccato che per farlo servano una chiave, un mostro, un cadavere fresco – possibilmente di qualcuno che se lo meriti – e una super-lega di volenterosi decisi a ignorare ogni regolamento (accademico, etico, fisico). Naturalmente la Lethe, la società deputata a vigilare sulle altre società, preferirebbe tappare tutto sotto il tappeto di velluto blu Yale-approved.
Ma quando mai Alex Stern si è fatta scoraggiare da qualche formalità?
La Bardugo spinge la protagonista oltre il cliché “tostissima fuori, ferita dentro” e ci ricorda di continuo che la rabbia di Alex non è una posa, ma un dispositivo di sopravvivenza. Ogni scelta – dall’usare incantesimi proibiti al pestare denti Altrui – ha un prezzo che non si paga in comode rate emotive. Sentire la sua voce interiore, a metà tra sarcasmo autodifensivo e macerie di colpa, è come ficcare le mani in una scatola di vetro rotto: ti fa male ma continui, perché sai che in fondo c’è qualcosa di prezioso.
Rischiava di fare la fine del “fidanzato nel freezer” – presenza evocata giusto per aggiungere pathos – e invece Daniel Arlington III guadagna spessore anche stando fisicamente altrove. La Bardugo gioca a ping-pong fra flashback, visioni e retroscena: alla fine capisci perché Alex sia disposta a scorticare mezzo New Haven pur di riportarlo indietro.
Il campus occulto di Yale si fa più stratificato: biblioteche sotterranee che trafugherebbero volentieri la Divina Commedia autografa, club esclusivi dove i rituali si pagano in oncia di anima, e una storia ombra dell’università che affonda le radici nell’alchimia coloniale. Non è mera decorazione gotica; ogni sala, affresco o tombe-résonance nasconde un indizio sul grande meccanismo.
Turner, Dawes, Mercy, Tripp – perfino la milionaria antisociale Pamela Dawes si concede sprazzi di autoironia nerd. Ognuno ha qualcosa da perdere, nessuno è davvero innocente. E quando smettono di darsi sulle dita per il budget dei reagenti e si coalizzano, scatta quel “found family” venato di ruggine che manda sempre in orbita il termometro del coinvolgimento.
La prime cento-centocinquanta pagine sono un valzer di pedine: la Bardugo deve riposizionare alleati, nemici e bestie imprecisate sulla scacchiera. Ottimo per i completisti dei dettagli, un po’ meno per chi sperava di lanciarsi subito nell’inferno. Poi, quando la porta degli inferi si spalanca, il tempo esplode in accelerazione folle – tanto che avrei staccato volentieri un coupon per dieci pagine in più di esplorazione ultraterrena e dieci in meno di amministrazione universitaria.
Il cuore del libro è lo scontro di Alex con i propri traumi, ma il conflitto finale con l’entità-senza-nome resta un po’ sfocato. Funziona l’allegoria, meno la messa in scena: sembra di guardare un horror con la luminosità a metà – intuisci cose orribili, ma non ti si stampa in retina quel mostro da incubo che ti farà controllare sotto al letto.
C’è un nuovo caso di omicidio il cui collegamento con la missione principale ha senso (fidatevi), ma l’intreccio procedurale ogni tanto pare prendersi ferie, riaffacciarsi con indizi cruciali e poi di nuovo scomparire. Un po’ come quel compagno di corso che schizza in aula solo quando c’è l’appello e il prof dà i punti firma.
Yale non è soltanto un teatro gotico; è una macchina che macina reputazioni e privilegi. La Bardugo sottolinea quanto sia facile scomparire nelle intercapedini di un sistema nato per conservare potere – e quanto sia rivoluzionario, se non addirittura sacrilego, l’atto di ricordare le vittime “minori” che nessuna lapide celebrerà.
Alex attraversa l’inferno due volte – una reale, una metaforica – e la cosa interessante è che le due mappe non coincidono mai del tutto. Ci ricorda che l’elaborazione del dolore non è una prigione con boss finale: è una spirale, e spesso l’uscita è proprio dietro il cerchio che pensavi di aver superato.
Quando è lecito sacrificare un colpevole per salvare un innocente? E se l’innocente sei tu, conta ancora come altruismo? La Bardugo non si tira indietro dal far sporcare le mani ai “buoni”, riversando sui lettori l’onere di decidere fino a che punto empatia e giustizia possano coesistere.
Conclusione
Hell Bent è un sequel che osa. Non sempre centra il bersaglio con precisione chirurgica, però evita la trappola del “più grande-più rumoroso”: preferisce “più cupo-più intimo”.
E adesso? Ora si aspetta il terzo volume. Con la consapevolezza che la Bardugo, quando dice “vi porto all’inferno e ritorno”, non sta esagerando: ha già prenotato il viaggio di ritorno… ma non ha mai promesso che i posti siano abbastanza per tutti.
⭐⭐⭐
