[Recensione] La congiura delle vipere

by R.
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Copertina del thriller storico La congiura delle vipere di Matteo Strukul, su fondo nero con ricca cornice ornamentale dorata e rossa; motivi di serpenti intrecciati, ampolle e gocce di veleno incorniciano l’illustrazione del Ponte Vecchio e di palazzi rinascimentali, evocando intrighi politici, tradimenti e complotti nella Firenze dei Medici.

La congiura delle vipere

All’inizio del Seicento, la Serenissima sembra avere i giorni contati: gli Uscocchi, i feroci pirati dell’Adriatico tagliatori di teste, saccheggiano e predano le galee veneziane, protetti dalla longa manus dell’arciduca d’Austria, mentre in città un fosco personaggio – che si fa chiamare lo Spettro di Venezia – agisce indisturbato per riparare i torti, distribuendo la morte con stoccate di spada e avvelenamenti improvvisi.

A nulla sembrano condurre le indagini del Capo degli Sbirri e degli Inquisitori di Stato, mentre serpeggia l’inquietudine e un gruppo di avventurieri senza scrupoli e tagliagole, approfittando della confusione, cospira nell’ombra.

Nel frattempo, Rea, una giovane prostituta fuggita da un postribolo, viene salvata dallo Spettro di Venezia e – affidata a un muschier – impara a dominare fragranze e aromi, divenendo in breve tempo la profumiera più richiesta di Venezia.

Mentre scoppia la Guerra di Gradisca, un’altra donna – che è in qualche modo legata a Rea – ha giurato il proprio odio alla Serenissima a causa di quanto subito in passato.

La chiamano l’Invelenada e trama con il marchese di Bedmar, ambasciatore spagnolo a Venezia, e con un manipolo di “vipere” per architettare una congiura interna in grado di rovesciare il doge.

Fra profumi e veleni, nebbie e misteri, chi si nasconde dietro la maschera nera dello Spettro di Venezia?

Recensione

Venezia, Seicento: veleni nei calici, complotti nei salotti, nebbie che inghiottono i passi sui masegni. Matteo Strukul ci porta in una Serenissima febbrile, dove l’ambasciatore spagnolo, il marchese di Bedmar, orchestra alleanze e tradimenti mentre un manipolo di “vipere” punta dritto al cuore del potere.

Al centro, una figura femminile magnetica, chiamata l’Invelenada: nome programma, presenza scenica, etica elastica. È l’innesco perfetto per un romanzo d’avventura che mescola intrighi di corte, spionaggio e un tocco di fosco teatro cittadino.

La trama si muove tra profumi e veleni, maschere e contro-mascheramenti: c’è persino lo “Spettro di Venezia”, ombra che attraversa calli e palazzi come un memento mori con il mantello. Il tutto s’intreccia con il contesto storico della Guerra di Gradisca (sfondo bellico che alimenta tensioni e opportunismi), mentre una donna legata a Rea giura vendetta contro la Serenissima: abbastanza per tenere alta la posta senza scadere nel puro esercizio di stile.

Sul piano dell’atmosfera, Strukul gioca in casa: ritmo teso, taglio cinematografico, gusto per il feuilleton—quello con il coltello dietro la tenda e la battuta al vetriolo prima di affondarlo.

È una Venezia che sa di acqua ferma e acciaio lucidato, con un’energia da romanzo popolare di pregio: il Corriere del Veneto ha parlato esplicitamente di “feuilleton dai toni gotici”, e il timbro è proprio quello—cappa e spada, ma annerita di sospetto.

I personaggi funzionano soprattutto quando restano legati alla loro funzione narrativa: l’Invelenada calamita la scena, Bedmar fa da pivot politico, i comprimari alimentano la rete di inganni.

Non è un romanzo di psicologia profonda (né vuole esserlo): qui conta la spinta dell’intreccio, la rapidità dei cambi di fronte, l’efficacia dei colpi di scena. Quando il libro marcia su questa corsia, fila che è un piacere.

Dove ho alzato un sopracciglio: a tratti l’azione corre così forte da limare via qualche sfumatura—certe svolte arrivano secche, con personaggi che restano più archetipi che ritratti; nulla che mini il divertimento, ma ogni tanto avrei barattato una pagina di corsa con due di aria (più respiro su motivazioni e conseguenze).

È il prezzo—accettabile—di un impianto dichiaratamente avventuroso.

Molto bene, invece, l’uso dello scenario: la città non fa da fondale, ma da antagonista fluida—acqua, canali, passaggi, nebbie—una topografia narrativa che apre e chiude possibilità, nasconde e rivela.

E quell’idea delle “vipere” come cerchia interna che morde dall’interno della Serenissima è un’immagine tematica che resta addosso e dà coesione all’insieme.

Conclusione

La congiura delle vipere è un romanzo d’avventura storico che mantiene quello che promette—intrigo, ritmo, ambientazione corposa, una protagonista “velenosa” memorabile e un antagonismo politico ben congegnato.

Consigliato a chi cerca una Venezia romanzesca ma non cartolina, con duelli di parole (e a volte di lame), agenti doppi, maschere e un sottile profumo di mandragora nell’aria.

Per me, centro pieno: non il libro che ti scava l’anima, ma quello che ti tiene sveglia fino a tardi “ancora un capitolo e poi basta”—e sappiamo tutti come va a finire.

⭐⭐⭐⭐

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