
L’ultimo mago
È la notte di Capodanno del 1960 e, in un lussuoso appartamento affacciato sul parco del Valentino, un gruppo di persone siede attorno a un tavolo. L’aria è quasi elettrica e nessuno osa emettere un fiato. Aspettano l’inizio di quelli che il padrone di casa chiama «esperimenti» ma che per chi è lì hanno un valore inestimabile, metafisico, soprannaturale.
Gustavo Rol ha l’eleganza garbata e poco esibita di chi cammina con naturalezza in qualunque stanza del mondo, e il pubblico pende dalle sue labbra. Solo un uomo lo guarda con sospetto, è sicuro che ci sia un trucco e vuole svelarlo.
Nino Giacosa è un uomo rotto, in fuga: dai debiti di gioco, dai fantasmi della disfatta di El Alamein, da Miriam, la donna che ha amato. Da sé stesso. Dopo tanti sogni infranti, tuttavia, ha trovato qualcosa che può riempire il vuoto della sua esistenza: una storia. La storia che sta scrivendo giorno e notte nella squallida stanza di una pensione è quella di un grande imbroglio, celato dalle mani sapienti di un illusionista.
Ed è con questo atteggiamento scettico, l’occhio attento a ogni dettaglio, che Nino inizia a partecipare alle serate di Rol. Ma tra i due uomini, all’apparenza così diversi, si crea presto una complicità imprevista. E nelle passeggiate attraverso una Torino gelida e impenetrabile, Rol racconta a Nino la propria vita, il «dono» che ha scoperto grazie a un polacco conosciuto a Marsiglia, gli studi e lo scoramento all’idea di essere ammirato ma mai compreso.
Con la sua capacità fuori dal comune di rendere l’essenza di personaggi storici attraverso la lente romanzesca, Francesca Diotallevi ci incanta e ci ipnotizza, ponendoci interrogativi di fronte ai quali anche l’anima più razionale vacilla. Come solo chi padroneggia la magia della scrittura sa fare.
Recensione
Con questo nuovo romanzo Francesca Diotallevi abbandona i territori del biografismo storico‑artistico per entrare in una dimensione quasi esoterica, dedicando la sua penna a Gustavo Adolfo Rol, enigmatico torinese a cavallo fra veggenza, illusionismo e filosofia. L’autrice sceglie però un punto di vista laterale: quello di Nino Giacosa, comparsa cinematografica, reduce di guerra e giocatore d’azzardo in fuga da sé stesso, testimone stupito dei presunti prodigi di Rol.
Torino, autunno 1959. Nino, oppresso dai debiti e da un passato segnato dalla prigionia in India e dalla disfatta di El Alamein, cerca la “storia buona” che possa riscattarlo come sceneggiatore. L’occasione si materializza quando assiste a un gioco di carte impossibile eseguito dall’elegantissimo Gustavo Rol.
Da quel momento Nino entra nel circolo ristretto degli amici dell’occultista: cene torinesi a lume di abat‑jour, quadri che cambiano soggetto davanti a testimoni, orologi che si fermano sull’ora della verità. Più Nino indaga, più il confine tra trucco e miracolo si assottiglia, costringendolo a scegliere se smascherare Rol o farsi attraversare dal mistero.
Francesca Diotallevi non riduce l’occultista a santino né a ciarlatano: lo mantiene in sospensione, lasciando che sia il lettore – come Nino – a interrogarsi sulla natura dei prodigi. L’ambiguità è ben calibrata: ogni scena magica ha un contrappunto razionale che la incrina senza annullarla.
Vie ortogonali, palazzi in pietra grigia, portici che odorano di nebbia e caffè: la città diventa personaggio, microcosmo di un’Italia che fatica a uscire dal dopoguerra, fra ambizione industriale e voglia di incanto. Il romanzo restituisce la sensazione che il miracolo, a Torino, possa davvero nascondersi dietro una porta a vetri smerigliato.
Lo stile è sobrio, quasi “in punta di penna”. Periodi sinuosi, lessico curato, dialoghi che sfiorano il gusto d’altri tempi: la raffinatezza formale rende credibile l’aura discreta di Rol e non cade nell’effetto cartolina.
Dopo un avvio rapido, la narrazione rallenta in lunghe digressioni psicologiche su Nino: utili a scolpire il protagonista, ma a prezzo di una tensione che fatica a ricompattarsi. Il lettore avverte il peso di qualche capitolo contemplativo in più del necessario.
Il conflitto centrale – smascherare o meno il “mago” – procede per micro‑episodi poco concatenati; manca un crescendo netto che conduca a un clou davvero dirompente. Ne risulta un arco drammatico che, pur coerente, non sempre graffia.
Figure potenzialmente scintillanti – Miriam, l’amata di Nino; l’investigatore miscredente; l’élite torinese curiosa e diffidente – restano in background, strumenti più che co‑protagonisti. Una presenza più incisiva avrebbe dato maggior profondità corale.
Conclusione
Il romanzo riflette su quanto bisogno di meraviglia serva a un Paese ancora ferito, prima che sulla veridicità dei prodigi. Nino incarna la generazione sconfitta dal conflitto mondiale che cerca un nuovo modo di “fare i conti” con la propria ombra. La magia di Rol contagia perché viene narrata; Diotallevi sembra dirci che il confine fra trucco e verità lo stabilisce chi ascolta.
L’autrice procede con uno sguardo quasi cinematografico: inquadrature discrete, luci soffuse, colonna sonora di bicchieri che tintinnano. La scelta lessicale evita arditezze e resta fedele a un’eleganza classica; a volte, tuttavia, questa sobrietà sfocia in una certa prudenza emotiva che raffredda l’identificazione con i drammi interiori dei protagonisti.
L’ultimo mago è un romanzo di atmosfera più che d’azione: affascina per la capacità di evocare la Torino segreta di Gustavo Rol e per la sensibilità nel trattare la sottile linea fra illusione e meraviglia. Al tempo stesso, un’impostazione narrativa talvolta timida e un ritmo non sempre serrato ne attenuano l’impatto complessivo.
Consigliato a chi ama le storie in cui la Storia si tinge di lieve soprannaturale e a chi cerca una riflessione elegante sul potere – ancora attualissimo – del bisogno di credere.
⭐⭐⭐
