[Recensione] L’educatore

by R.
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Copertina illustrata del thriller L’educatore di Antonio Lanzetta, con sfondo giallo macchiato di schizzi di sangue, una muscle-car scura che sfreccia davanti a un muretto e un albero controluce; il titolo in lettere graffiate e il claim “Il male non ha solo un volto” evocano un racconto crudo su violenza e giustizia deviata.

L’educatore

Il giudice Borrelli giace nella sua auto, parcheggiata nel cortile della sua villa a Raito. Sul volto un’espressione di sorpresa, come se la morte fosse giunta inaspettata, ma non così casuale.

Qualcuno gli ha sparato a bruciapelo in testa con una sparachiodi. Fausto De Santis, vicequestore di Salerno, è sul posto insieme all’ispettrice Ferri.

Tracciata con un gessetto, nello sportellino del vano portaoggetti dell’auto, una sequenza di numeri all’apparenza priva di senso. Ma quello che inizia come un caso di omicidio isolato si trasforma presto in una serie di delitti che tinge di sangue le strade di Salerno e della costiera. Qual è il nesso tra queste morti? Cosa significano i numeri lasciati con il gesso accanto alle vittime? Tutto sembrerebbe rimandare a un caso ormai archiviato e a un serial killer, l’Educatore, morto da tempo. C’è davvero un collegamento? Anni fa è stato condannato un innocente o si tratta di un copycat?

Una scia di morti improvvise, una sequenza di numeri misteriosi e un killer che sembra tornare dal passato.

Chi è l’Educatore?

«Lo saluto con un cenno della mano e resto a guardarlo mentre sale a bordo, mette in moto e si allontana dal parcheggio, lasciandomi solo con il frastuono dei miei pensieri. E credo che tutti, in fondo, abbiamo smarrito qualcosa. Alcuni hanno perso una persona, altri il coraggio, e altri ancora sé stessi, forse l’anima. Ma il peggio è quando non sai nemmeno più cosa hai smarrito, solo che c’è un vuoto che ti segue, silenzioso, e non importa quanto corri, non importa quanta strada lasci indietro. Quel vuoto è sempre lì, incollato a te.»

Recensione

L’educatore è uno di quei romanzi che non cercano di mettere a proprio agio il lettore, ma di trascinarlo fin da subito in un’atmosfera tesa, cupa e profondamente disturbante. Antonio Lanzetta costruisce una storia che lavora molto sul disagio, sulla minaccia, su quella sensazione costante che qualcosa di marcio stia per emergere da un momento all’altro. Più che puntare sull’effetto facile, il romanzo preferisce insinuarsi lentamente, pagina dopo pagina, fino a chiuderti dentro un clima soffocante da cui è difficile prendere le distanze. Ed è proprio questa una delle sue qualità migliori: non ha bisogno di alzare continuamente la voce per farsi sentire.

La prima cosa che colpisce, infatti, è proprio l’atmosfera. C’è un senso di inquietudine che accompagna tutta la lettura e che non si limita a fare da sfondo, ma diventa parte integrante dell’esperienza. Non è il classico thriller che si regge solo su colpi di scena e accelerazioni improvvise. Qui la tensione lavora in modo più sottile, più sporco, quasi più vischioso. Ti resta addosso. E funziona perché Lanzetta riesce a evitare una trappola in cui molti romanzi di questo tipo finiscono dritti con tutte le scarpe: quella del buio esibito, del macabro usato come arredamento, del disagio messo lì solo per fare scena. In L’educatore no. Qui il senso di minaccia sembra nascere dal cuore stesso della storia, e proprio per questo risulta molto più efficace.

Anche il titolo, a pensarci bene, ha qualcosa di profondamente ambiguo. La figura dell’educatore, almeno in teoria, dovrebbe richiamare guida, protezione, crescita. Qui invece quella parola si carica di un’inquietudine sottile, quasi perversa, e il romanzo gioca molto bene su questo contrasto. C’è uno scarto continuo tra ciò che dovrebbe rassicurare e ciò che, invece, mette a disagio. Ed è uno scarto che Lanzetta sa sfruttare con intelligenza, senza spiegare troppo e senza trattare il lettore come se avesse bisogno del cartello luminoso con scritto “attenzione: qui dovresti sentirti turbata”.

La scrittura mi ha convinta parecchio. È asciutta quando serve, incisiva, capace di mantenere il controllo anche nei momenti più pesanti. E questa, secondo me, è una qualità fondamentale in un romanzo che vive di tensione. Quando un autore comincia a premere troppo, a insistere, a calcare la mano su ogni scena per assicurarsi che il lettore capisca bene quanto tutto sia oscuro e disturbante, il rischio di scivolare nel grottesco involontario è altissimo. Lanzetta, invece, riesce quasi sempre a tenere il punto. Sa quando fermarsi, quando suggerire, quando lasciare che sia l’atmosfera a fare metà del lavoro. Il risultato è una lettura che resta intensa senza diventare caricaturale.

Un altro aspetto che ho apprezzato è il modo in cui il romanzo riesce a tenere viva l’attenzione. Non perché corra sempre, anzi. Non è un libro che va a cento all’ora dalla prima all’ultima pagina. Però ha una tensione costante, un’energia di fondo che ti porta avanti. Vuoi capire dove sta andando, fin dove si spingerà, che volto avrà davvero il male che aleggia nella storia. E questa curiosità non nasce da un semplice meccanismo di trama, ma dal modo in cui il romanzo costruisce il proprio clima.

Mi è piaciuto anche il fatto che L’educatore non provi a rendersi simpatico. È una qualità che noto sempre con favore nei thriller e nei noir: quando un libro accetta di essere spigoloso, pesante, disturbante senza sentire il bisogno di alleggerirsi a tutti i costi per risultare più accessibile. Qui non ci sono carezze inutili, non ci sono scorciatoie emotive, non c’è la sensazione che il romanzo voglia blandire il lettore. Ti porta in un territorio oscuro e ti ci lascia dentro abbastanza a lungo da costringerti a guardare. E onestamente, da un libro del genere, non avrei voluto altro.

Conclusione

L’educatore è un romanzo solido, con una personalità precisa, un tono ben definito e una notevole capacità di tenere fede alla propria identità dall’inizio alla fine. E già questa, in un panorama pieno di libri che promettono oscurità e poi si perdono in pose un po’ vuote, è una gran cosa. Lanzetta sa che storia vuole raccontare e soprattutto sa come vuole raccontarla. Questa consapevolezza si sente in ogni pagina.

Quello che resta, una volta chiuso il libro, è soprattutto una sensazione. Non tanto la memoria di un singolo evento o di un singolo colpo di scena, quanto il peso dell’atmosfera, del disagio, di quel clima cupo che accompagna l’intera lettura e la rende riconoscibile. Per me è stato proprio questo il vero punto di forza del romanzo: la capacità di essere coerente con il proprio buio, senza trasformarlo in una maschera.

In definitiva, L’educatore è stata una lettura intensa, disturbante e decisamente riuscita. Un romanzo che non punta solo a intrattenere, ma a creare un senso di malessere costante, una tensione che si deposita lentamente e non ti lascia davvero in pace. Non perfetto, almeno per me, ma abbastanza forte da farsi ricordare e abbastanza sicuro da non aver bisogno di effetti speciali per colpire.

Antonio Lanzetta costruisce una storia che si stringe addosso al lettore, lo accompagna in una zona torbida e ci resta abbastanza a lungo da lasciare il segno.

Non sarà una lettura comoda, ma onestamente non credo volesse esserlo nemmeno per sbaglio.

⭐⭐⭐⭐

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