
Demon Copperhead
Questa è la storia di un ragazzo che tutti chiamano Demon Copperhead, un eroe dei nostri tempi. Un ragazzo che può contare solo sulla bella faccia ereditata da suo padre, una criniera di capelli color rame, lo spirito aguzzo e il vizio di sopravvivere.
Il suo esordio nell’universo – mamma di diciott’anni che partorisce sola con una bottiglia di gin, anfetamine e oppioidi –, in una casa mobile sperduta negli Appalachi meridionali, dà il la a ciò che verrà dopo.
Demon inizia la sua corsa a perdifiato attraverso la vita, sfreccia per le selve oscure dell’affido, del lavoro minorile, delle scuole fatiscenti, fino al sogno, e poi all’ebbrezza del successo atletico, con la conseguente caduta nella dipendenza.
Nel mentre, si ossessiona con gli eroi della Marvel, si disegna i suoi fumetti riempiendoli di cattivi veri, si inerpica per le vette vertiginose del grande amore e sprofonda nel dolo – re straziante della perdita. Attraverso tutto questo, Demon deve combattere, armato del suo caustico umorismo e poco altro, con – tro la propria invisibilità in un mondo dove persino i suoi amati supereroi hanno abbandonato le terre selvagge per la città.
La sua voce è quella di una generazione di ragazzi perduti, nati in posti splendidi e maledetti che neanche per un istante concepiscono di abbandonare. Ma Demon è un combattente, un sopravvissuto, come era un sopravvissuto David Copperfield nella sua disgraziata Londra.
Barbara Kingsolver si ispira all’opera iconica di Dickens con questo romanzo vincitore del Pulitzer, ambientato nel Sud degli Stati Uniti, per gettare luce sulle vite marginali di oggi, con la stessa rabbia, la stessa profonda compassione.
La stessa fiducia nel potere di trasformazione di una bella storia.
Recensione
Ci sono libri che arrivano preceduti da un rumore assordante. Premi, recensioni entusiaste, frasi come “capolavoro contemporaneo”, “romanzo necessario”, “nuovo classico”, e tutto quel campionario di parole grosse che fanno una cosa pericolosissima: alzano le aspettative fino al soffitto. Poi tu inizi a leggere e ti ritrovi lì, con il libro in mano, a chiederti se sei tu ad avere il cuore di pietra o se, semplicemente, tra te e quel romanzo non è scattato l’amore eterno.
Con Demon Copperhead di Barbara Kingsolver mi è successo qualcosa di molto simile.
Sulla carta aveva tutto per conquistarmi: una grande storia di formazione, una voce narrante fortissima, un’ambientazione ruvida, un protagonista nato già con il mondo contro, una riflessione sociale potente e una rilettura moderna di David Copperfield di Charles Dickens, ambientata negli Appalachi della Virginia contemporanea.
E infatti Demon Copperhead è un romanzo importante. Questo va detto subito. Non è un libro sciatto, non è un libro furbo, non è un libro costruito per strappare due lacrime facili e poi lasciarti lì con il sospetto di essere stata manipolata emotivamente. Barbara Kingsolver sa scrivere. E sa scrivere benissimo. Ha una capacità notevole di dare voce a Demon, di renderlo vivo, contraddittorio, ironico, disperato, arrabbiato, tenerissimo e insopportabile nel giro di poche pagine. Un talento mica da poco, perché raccontare il dolore dell’infanzia senza trasformarlo in una processione di tragedie con violini in sottofondo è roba complicata.
Demon nasce in una casa mobile, da una madre giovanissima e fragile, in un contesto già segnato dalla povertà, dalla dipendenza e da una marginalità sociale che sembra ereditaria. Può contare su poco: una faccia particolare, una massa di capelli color rame, un’intelligenza affilata e quella capacità di sopravvivere che a volte sembra una benedizione e altre volte una condanna.
Demon sopravvive. Sempre. Anche quando sarebbe più facile spegnersi, lasciarsi trascinare, diventare l’ennesimo nome perduto in un sistema che ingoia bambini e restituisce adulti rotti. Sopravvive alla povertà, all’abbandono, al sistema degli affidi, allo sfruttamento, alla violenza, alla dipendenza, alle promesse mancate. Sopravvive a tutto, ma il romanzo non ti lascia mai dimenticare che sopravvivere non significa uscirne indenni.
E questa è una delle cose più belle del libro.
Perché Demon non è un eroe lucido, ordinato, edificante. Non è il protagonista da poster motivazionale con frase ispirazionale sotto, di quelli che ti guardano dritto negli occhi e sembrano dirti: “Se ce l’ho fatta io, puoi farcela anche tu”. Demon è molto più vero di così. È un ragazzo che spesso sbaglia, si fa trascinare, si racconta bugie, si aggrappa alle persone sbagliate, desidera essere amato e al tempo stesso respinge chi prova ad avvicinarsi. È un bambino cresciuto troppo presto e un adulto che si porta dietro il bambino ferito come una seconda pelle.
La voce narrante è senza dubbio il punto più forte del romanzo. Demon racconta la propria storia con un misto di sarcasmo, lucidità e dolore che in alcuni passaggi funziona benissimo. Ha quello sguardo tagliente di chi ha visto troppo, troppo presto, ma non ha perso del tutto la capacità di osservare il mondo con una specie di meraviglia testarda. Anche quando la vita gli serve l’ennesimo piatto di schifezze — e gliene serve parecchi, diciamolo — lui trova sempre un modo per raccontarla senza trasformarsi in una statua del martirio.
E meno male. Perché, con tutto quello che succede in questo libro, bastava pochissimo per renderlo insostenibile.
L’autrice, invece, riesce spesso a tenere insieme dolore e ironia. Demon può farti pena, certo, ma non vuole soltanto essere compatito. Vuole essere ascoltato. C’è una differenza enorme.
Per quanto io riconosca la forza del romanzo, per quanto capisca benissimo perché sia stato celebrato, per quanto sia evidente che Barbara Kingsolver abbia scritto un libro pieno di intelligenza e coscienza sociale, la mia esperienza di lettura non è stata travolgente come mi aspettavo. E qui bisogna essere onesti: a volte un libro può essere oggettivamente valido e soggettivamente non arrivarti fino in fondo. Succede. Non è un crimine contro la letteratura. Al massimo un piccolo incidente diplomatico con la tua libreria.
Il problema principale, per me, è il ritmo.
Demon Copperhead è un romanzo lungo, molto lungo, e in diversi momenti questa lunghezza si sente. Non perché manchino eventi, anzi. Di cose ne succedono parecchie. Il punto è che la struttura volutamente picaresca, questo procedere per tappe, cadute, incontri, disgrazie, nuovi inizi, nuove cadute e altre disgrazie ancora, alla lunga mi ha dato una sensazione di ripetizione. Come se il romanzo continuasse a ribadire lo stesso concetto — il sistema fallisce, gli adulti falliscono, la società fallisce, Demon viene lasciato indietro — ma impiegasse molte, moltissime pagine per farlo.
Ci sono libri che ti portano dentro la sofferenza e ti fanno male perché ogni pagina aggiunge qualcosa. Qui, invece, ho avuto la sensazione che alcune parti girassero un po’ su se stesse. Non al punto da farmi abbandonare la lettura, ma abbastanza da farmi prendere delle pause.
Il romanzo è potente quando si concentra su Demon e sul suo modo di percepire il mondo. È meno efficace, secondo me, quando il messaggio sociale prende il sopravvento sulla narrazione. Non perché il tema non sia interessante, anzi. La povertà rurale americana, la crisi degli oppioidi, l’abbandono istituzionale, il sistema degli affidi, lo sfruttamento dei minori: sono tutti elementi fondamentali e trattati con evidente competenza.
Il punto è che, in certi momenti, ho sentito la mano dell’autrice un po’ troppo presente. Come se Demon, invece di raccontare soltanto la sua storia, dovesse anche farsi carico di rappresentare un intero territorio, un’intera classe sociale, un’intera ferita americana. È una responsabilità enorme per un personaggio, e non sempre il romanzo riesce a farla sembrare naturale.
Quando l’autrice lascia parlare Demon, il libro respira. Quando sembra volerci ricordare a tutti i costi quanto sia importante ciò che sta raccontando, il libro si appesantisce.
Ho amato alcuni personaggi secondari, altri li ho trovati più funzionali che memorabili. Ci sono figure che illuminano davvero il percorso di Demon, che gli danno qualcosa anche solo per poche pagine: un riparo, una possibilità, un gesto di cura, una frase che resta. Altri invece sembrano entrare in scena soprattutto per incarnare una tappa del suo dolore. Il cattivo adulto, l’adulto negligente, l’adulto sfruttatore, l’adulto che avrebbe potuto fare qualcosa e non lo fa. Sono figure credibili, purtroppo, ma non sempre mi hanno colpita come persone autonome.
Demon resta fortissimo. Anche quando il romanzo mi perdeva un po’, lui no. Lui continuava a essere lì, con la sua voce sporca e brillante, con il suo bisogno disperato di essere visto. E forse è proprio questo che mi impedisce di considerare il libro una delusione. Perché un protagonista così non lo dimentichi facilmente.
C’è poi il tema della dipendenza, che è una delle parti più dure del libro. Barbara Kingsolver non la racconta come una discesa spettacolare all’inferno, ma come qualcosa che si insinua, che diventa normalità, che trova terreno fertile dove ci sono dolore, povertà, solitudine e nessuna rete di protezione. È un aspetto molto riuscito, perché evita la scorciatoia morale. Non c’è il giudizio facile su chi “si rovina la vita”. C’è piuttosto la domanda più scomoda: quante persone devono fallire attorno a un ragazzo prima che la sua caduta venga considerata anche responsabilità collettiva?
Questa parte mi ha colpita.
Non sempre mi ha emozionata, ma mi ha colpita. E c’è differenza. L’ho letta con interesse, con rispetto, anche con rabbia. Però raramente mi sono sentita davvero travolta. È come se ci fosse sempre uno strato tra me e il romanzo. Vedevo il dolore, lo capivo, lo riconoscevo, ma non sempre lo sentivo.
Forse è anche una questione di aspettative. Quando un romanzo viene presentato come un capolavoro capace di spezzare il cuore, tu arrivi già pronta a farti devastare. Poi, se quella devastazione non arriva, resti con una specie di senso di colpa letterario.
E invece no. Non dobbiamo sempre uscire distrutti da un libro perché quel libro abbia valore. E non dobbiamo per forza chiamare capolavoro ogni romanzo ambizioso che affronta temi sociali enormi. Si può riconoscerne il valore e, nello stesso tempo, ammettere che qualcosa non ha funzionato fino in fondo.
Per me Demon Copperhead è esattamente questo: un romanzo di grande valore, ma non un romanzo perfetto. Un libro che ammiro più di quanto ami.
La scrittura di Barbara Kingsolver è solida, piena, intelligente. Ci sono passaggi bellissimi, immagini che restano, riflessioni capaci di arrivare dritte. La sua capacità di raccontare l’America dimenticata, quella lontana dai centri del potere e dalle narrazioni patinate, è indiscutibile.
Ci sono stati momenti in cui ero molto coinvolta e altri in cui procedevo più per dovere che per fame. E io, da un libro, soprattutto da un libro così lungo, voglio anche quella fame. Voglio tornare alle pagine perché mi mancano, non solo perché riconosco che sono importanti. Qui mi è successo a intermittenza.
Conclusione
E forse il punto è proprio questo: Demon Copperhead è un romanzo che vuole essere enorme. Vuole raccontare un personaggio, una comunità, un sistema, una crisi nazionale, una genealogia letteraria, una forma contemporanea di ingiustizia. E in parte ci riesce. Ma nel voler contenere così tanto, a tratti perde intensità. Non forza, attenzione. Intensità. Perché la forza c’è sempre. L’intensità emotiva, invece, non sempre arriva con la stessa potenza.
Demon Copperhead non mi ha conquistata come speravo, ma mi ha lasciato rispetto.
È un romanzo importante, scritto con talento, pieno di cuore e rabbia, ma anche appesantito da una struttura che, per me, avrebbe beneficiato di qualche taglio e di una maggiore compattezza. Demon è un protagonista memorabile; il romanzo che lo contiene, invece, mi è sembrato a tratti troppo lungo, troppo insistito, troppo consapevole della propria importanza.
Eppure, quando ripenso a lui, a quel bambino dai capelli di rame nato già nel posto sbagliato agli occhi del mondo, mi resta addosso una certa malinconia. La sensazione di aver ascoltato una voce che meritava spazio, anche se il viaggio per arrivare fino alla fine è stato più faticoso del previsto.
Forse Demon Copperhead è proprio questo: non un libro che ho amato senza riserve, ma un libro che capisco. Un romanzo che rispetto, anche quando mi ha stancata. Una storia che non mi ha travolta, ma che ha saputo comunque farmi guardare in faccia un pezzo di mondo che troppo spesso viene lasciato ai margini.
⭐⭐⭐
