[Recensione] I nastri dell’Incubus

by R.
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Copertina cupa e inquietante del thriller “I nastri dell’Incubus” di Alex Connor, con un volto minaccioso nell’ombra e mani insanguinate, richiamando misteri oscuri e tensione psicologica.

I nastri dell’Incubus

1941 – Lo psichiatra Addison Franckel apre una clinica per studiare e trattare lo shock da granata. Molte delle storie dei pazienti vengono filmate. Ciò che i nastri rivelano è così inquietante che il governo mette tutto a tacere.

Tra i racconti di paralisi del sonno ed incubi notturni, si vocifera di attività paranormali inspiegabili. Seguono accuse di abusi medici e segnalazioni di pazienti scomparsi e nel 1945 Addison Franckel scompare.

2024 – Il ricercatore Gus Egan inizia a lavorare per Louis Willes, uno storico che sta scrivendo una biografia su Henry Fuseli, il pittore de “L’Incubo”. La proprietà di Willes faceva parte della clinica Franckel e, non appena Gus arriva, un contatto anonimo gli rivela che proprio in quella proprietà sono nascoste le copie dei famigerati nastri.

Ostacolato dal segreto mondo dell’arte, e sorvegliato dalle autorità che non vogliono che il passato venga resuscitato, Gus rischia la sua stessa vita per svelare il legame tra un famigerato dipinto creato nel 1782 e gli strazianti Nastri dell’Incubus.

Recensione

Alex Connor è ormai una firma riconoscibile: complotti nel mondo dell’arte, passaggi storici ben cesellati, un’attenzione quasi maniacale ai dettagli pittorici. Con questi precedenti mi aspettavo che I nastri dell’Incubus fosse quantomeno solido. Invece la sensazione, pagina dopo pagina, è stata quella di osservare un quadro promettente che qualcuno ha lasciato a metà, con i colori che colano lungo la tela finendo per confondere il soggetto.

Il romanzo gioca su due piani temporali:

  • 1941 – 1945. Lo psichiatra Addison Franckel apre una clinica per curare il “trauma da bombardamenti” dei soldati. Filma interviste e sedute, ma i nastri rivelano fenomeni inspiegabili: paralisi del sonno collettive, apparizioni al limite del soprannaturale, pazienti che spariscono nel nulla. A guerra finita, Franckel scompare lui stesso, i filmati vengono secretati e la clinica viene chiusa.
  • 2024. Gus Egan, giovane ricercatore con molta curiosità e poca esperienza sul campo, viene assunto dallo storico Louis Willes per una biografia su Henry Fuseli, autore del celebre dipinto l’Incubus. La magione di Willes un tempo era parte della clinica Franckel. Un contatto anonimo suggerisce che lì sotto siano nascosti i famigerati nastri. Gus scava (letteralmente) e scopre che arte, psichiatria e occulto si sono annodati in qualcosa di parecchio pericoloso.

Sulla carta è un incipit robusto: seconda guerra mondiale, un quadro romantico‑gotico icona del perturbante… materiale più che sufficiente per un thriller d’atmosfera. Eppure il motore narrativo arranca quasi subito.

La Connor alterna capitoli tra il 1941 e il 2024 con un ritmo quasi matematico, ma senza un vero crescendo. Spesso un flashback interrompe sul più bello la scoperta presente, spezzando tensione invece di alimentarla. Ciò che dovrebbe creare eco fra passato e presente diventa un ping‑pong narrativo che stanca.

Gus Egan è tratteggiato in fretta: idealista, un po’ sprovveduto, con un trauma familiare accennato e poi dimenticato. Louis Willes, teoricamente mentore ambiguo, rimane una silhouette. Perfino Addison Franckel – il medico al centro del mistero – fatica a superare il clichè dello scienziato ossessionato. Senza personaggi tridimensionali, l’empatia latita e l’horror psicologico perde presa.

A metà volume, la quantità di dati che l’autore riversa sul lettore – cartelle cliniche fittizie, note di polizia, dotte digressioni sulla pittura di fine Settecento – supera la soglia di attenzione. Capire la trama non dovrebbe richiedere un excel.

Alex Connor prova a fondere suggestione gotica (l’incubo, l’ombra che opprime sul petto) con elementi da thriller cospirazionista contemporaneo. L’idea non è sbagliata; il problema è la gradazione. La componente horror resta tiepida: pochi veri momenti disturbanti, molti “rumori in corridoio” risolti in nulla.

Ne nasce un ibrido in cui l’autrice non osa fino in fondo né sul terrore viscerale né sulla denuncia di poteri occulti. Arrivare all’ultima pagina è stato più un atto di volontà che di entusiasmo.

Conclusione

I nastri dell’Incubus è un esempio lampante di buon concept non sostenuto da esecuzione all’altezza. La Connor possiede i ferri del mestiere – ricerca, ambientazione, conoscenza dell’arte – ma li dispone su una trama che non ingrana e su personaggi che si muovono come figuranti. Il risultato è un romanzo che parte con il potenziale di inquietare sul serio e finisce per intrattenere a metà, lasciando il retrogusto di “occasione sprecata”.

Per quanto mi riguarda, chiudo i nastri, riavvolgo la pellicola e passo oltre.

⭐⭐

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