
In guerra e in amore
Regno di Napoli, 1442. Arnau Estanyol, conte di Navarcles, compagno d’armi e di caccia del re, è tra i conquistatori di Napoli e tra i membri più in vista della corte che circonda il re aragonese Alfonso nella città ai piedi del Vesuvio.
Nipote del bastaix che con il proprio sudore ha contribuito a innalzare la cattedrale barcellonese di Santa Maria del Mar, nello sfarzoso palazzo partenopeo che ha scelto come sua nuova casa Arnau ascolta con grande attenzione le parole di Sofia, vedova abilissima nel tessere le trame della politica e nel camminare sul filo sottile dei rapporti tra gli spagnoli e l’antica aristocrazia napoletana ostile agli invasori.
Nelle ombre che il sole di Napoli non riesce a dissipare, però, il fratellastro di Arnau, Gaspar, ricco e subdolo, cerca in ogni modo di ostacolarlo. Intanto, anche a Barcellona le trame ostili contro la sua casata si infittiscono, e il nobile Arnau, affiancato dalle persone che più ama, dovrà fare ricorso a tutto il suo coraggio per impedirne la rovina…
Quasi vent’anni dopo il successo della Cattedrale del mare, Ildefonso Falcones ci regala la nuova puntata di una saga irrinunciabile per gli amanti della Storia. Un romanzo che rivela personaggi femminili indimenticabili sullo sfondo di una splendida e inedita ambientazione italiana, fedele riflesso dell’amore dell’autore per la civiltà e la cultura del nostro Paese.
Recensione
Quando un autore come Ildefonso Falcones decide di spostare la sua epopea familiare dalla Barcellona gotica a una Napoli appena conquistata dagli aragonesi, puoi già sentire l’odore della pietra lavica e del mare mescolarsi al clangore delle spade. In guerra e in amore riprende la vita di Arnau Estanyol—sì, proprio il discendente del muratore diventato nobile de La cattedrale del mare — e lo scaraventa nel 1442, al seguito di re Alfonso il Magnanimo, a rivendicare il trono partenopeo. Da lì in poi è tutto un brulicare di corti da domare, rivalità tra la vecchia aristocrazia angioina e i “nuovi arrivati” catalani, intrighi politici che ricordano più un gioco d’azzardo che una partita a scacchi.
Falcones torna alla grande con un romanzo che profuma di saga, di mare e di sangue. Le settecento e rotti pagine scorrono sorprendentemente veloci: merito di una prosa che non ha mai preteso di essere barocca ma che qui appare ancora più essenziale, come se l’autore avesse limato via il superfluo per lasciar brillare la storia. Certo, qualche capitolo si dilunga su genealogie e trattati di pace ma, suvvia, siamo pur sempre nel Quattrocento: la burocrazia era un’arte prima che un incubo.
Il cuore pulsante, però, non è Arnau—che nel frattempo ha imparato sulla propria pelle quanto possa costare la lealtà—bensì le donne che gli gravitano attorno. C’è Sofia, vedova sagace che muove fili invisibili a Napoli; c’è Marina, la figlioccia con più coraggio che titoli nobiliari; e c’è Isabella, incarnazione di quell’amore maturo che brucia meno in superficie ma molto di più in profondità. Sono loro a dettare il ritmo emotivo del romanzo, a ricordarci che la Storia non è mai stata solo faccenda di re e condottieri.
La Napoli di Falcones vive di contrasti: i vicoli neri di basalto che odorano di mercato e miseria, i saloni affrescati dei nuovi signori, l’eco lontana del Vesuvio che fuma come se volesse commentare i destini degli uomini. L’autore si diverte a farci camminare con Arnau lungo Spaccanapoli prima ancora che si chiamasse così, mostrando un tessuto urbano dove la lingua canbia a ogni incrocio e perfino il pane sa di politica. Viene quasi voglia di prenotare un weekend di archeologia… salvo ricordarsi che, nel 1442, l’acqua potabile era un optional.
Non mancano, naturalmente, i colpi di scena. Il fratellastro Gaspar—già odiatissimo ai tempi di Barcellona—cova vendetta come un serpente al sole e quando decide di mordere la storia accelera a un ritmo degno di una serie Netflix. A Barcellona, intanto, i nemici della casata Estanyol iniziano una partita parallela: così Falcones alterna capitoli napoletani a capitoli catalani tenendo viva quella tensione “a elastico” che ti fa dire “solo un altro capitolo e poi spengo la luce”.
Qualcuno potrà storcere il naso davanti a un finale che vira dal grandioso all’intimo, come se la saga volesse chiudersi non con un boato ma con un respiro profondo. Personalmente l’ho trovato coerente: dopo battaglie, pestilenze, tradimenti e travasi di potere, l’unica cosa che resta a galla è l’affetto—imperfetto, testardo, inevitabile—per la propria gente. E qui Falcones morde più forte di qualsiasi spada: ti ricorda che persino un conte può tremare quando gli si insinua il dubbio di aver perso tutto.
Difetti? Qualche snodo narrativo si risolve un po’ troppo in fretta (soprattutto certe conversioni lampo da nemico a quasi-alleato), e la quantità di nomi e titoli nobiliari richiede, a tratti, una mappa mentale degna di un cartografo aragonese. Ma è l’altro lato della medaglia di un affresco ambizioso: se vuoi dipingere un’intera corte rinascimentale, devi accettare di perderti nei dettagli.
Conclusione
Alla fine chiudi il libro con le mani ancora impolverate di tufo napoletano e ti rendi conto che, per Falcones, “guerra” e “amore” non sono opposizioni ma vasi comunicanti: la battaglia più dura, spesso, non è sul campo ma intorno al tavolo di famiglia. E quando il sangue smette di scorrere, ciò che resta da salvare—o vendicare—è sempre il cuore.
Se mi chiedeste se lo consiglierei, vi direi sì: magari non al pendolare che ha venti minuti netti di treno, ma a chi non teme di affondare in una lettura che sa di ferro, sale e umanità.
In guerra e in amore non sarà La cattedrale del mare, ma ci va maledettamente vicino. E visto che chiudere una trilogia senza deludere è quasi impossibile, qui bisogna riconoscere il merito: missione compiuta, señor Falcones.
⭐⭐⭐⭐
