
Il Ragno e la Corona
Torino, gennaio 1682. La città ducale è un groviglio di potere e segreti. Gustìn vive per le strade tra bugie ben dette e fughe all’ultimo respiro.
Ma il giorno in sui segue l’uomo sbagliato nei vicoli della Città Vecchia, assiste a un delitto che sembra legato agli intrighi della corte sabauda diventando all’improvviso sia un testimone che una preda.
A offrirgli protezione è Nèbia, l’enigmatico capo dei “Ragni”, una banda di ladri, informatori e ragazzi addestrati a passare inosservati nei luoghi dove il potere si sente al sicuro. Gustìn, così, viene iniziato all’arte dell’ombra e, tra case di piacere, palazzi nobiliari e vicoli oscuri, il ragazzo impara che a Torino le informazioni pesano più dell’oro e che ogni segreto può essere trasformato in un’arma.
E mentre il futuro del giovane Vittorio Amedeo II è appeso a un matrimonio che può cambiare il destino del Ducato, Gustìn viene trascinato in un gioco di ricatti e tradimenti, dove ogni passo falso può costargli la vita.
Per sopravvivere dovrà imparare l’arte più difficile di tutte: capire di chi fidarsi prima che la ragnatela si chiuda anche su di lui.
Recensione
Tornare nella Torino di Luca Buggio è sempre un’esperienza particolare. Non è solo leggere un romanzo storico, non è solo seguire un’indagine, non è solo infilarsi in una storia fatta di vicoli, potere, segreti e ombre. È proprio tornare in una città che, pagina dopo pagina, smette di essere sfondo e diventa creatura viva. Una di quelle presenze che osservano, custodiscono, nascondono, giudicano anche un po’. Torino, in questi romanzi, non sta mai buona al suo posto. Fa la città elegante, composta, sabauda, tutta facciate e ordine apparente, ma poi basta girare l’angolo e ti ricorda che sotto la superficie c’è sempre qualcosa che si muove.
E con Il Ragno e la Corona quel qualcosa si muove parecchio.
Dopo aver letto la trilogia della Città, tornare indietro nel tempo e ritrovare Gustìn ragazzo è stato un po’ come incontrare qualcuno che conosci già, ma prima che diventasse davvero la persona che hai imparato ad amare. E questa è una cosa che nei prequel può funzionare benissimo oppure può trasformarsi in un disastro. Perché il rischio è sempre quello: raccontare troppo, spiegare troppo, togliere mistero a un personaggio che funzionava anche perché aveva già addosso una storia non completamente detta.
Per fortuna, Luca Buggio sa cosa sta facendo.
Il Ragno e la Corona ci porta nella Torino del 1682, quindi qualche passo indietro rispetto agli eventi della trilogia principale. Gustìn non è ancora la spia del Duca che abbiamo conosciuto, non è ancora l’uomo abituato a muoversi tra informazioni, pericoli e verità scomode. È un ragazzo di strada, uno che vive di astuzia, fughe, bugie dette bene e quella forma di intelligenza pratica che non si impara sui libri, ma nei vicoli.
La storia parte da un delitto visto per caso. Gustìn segue l’uomo sbagliato, nel momento sbagliato, nel posto sbagliato. La combo perfetta, insomma, se si vuole passare da “ragazzo che cerca di sopravvivere” a “testimone scomodo che adesso deve sperare di non finire malissimo”. Da lì viene trascinato in una rete di intrighi che coinvolge la corte sabauda, il futuro del Ducato, il giovane Vittorio Amedeo II e una serie di personaggi che si muovono tra ricatti, tradimenti e informazioni trasformate in armi.
Ed è proprio qui che il titolo diventa perfetto: la ragnatela non è solo quella dei Ragni, la banda di ladri e informatori guidata da Nèbia. È la struttura stessa del romanzo. Ogni personaggio sembra tirare un filo, ogni segreto ne scopre un altro, ogni alleanza ha una zona d’ombra, ogni favore può diventare un cappio. La corona è il potere, certo, ma il ragno è tutto ciò che quel potere non vuole vedere o finge di non usare: le strade, le spie, i ragazzi invisibili, le informazioni raccolte dove i nobili non abbassano mai davvero lo sguardo.
La cosa che ho apprezzato di più è proprio questa: Buggio riesce ancora una volta a raccontare la Storia senza trasformarla in una lezione. E meno male, perché io voglio imparare cose mentre leggo, ma possibilmente senza sentirmi seduta a un’interrogazione a sorpresa con la professoressa che mi fissa e io che ho studiato solo le figure. Qui la documentazione si sente, eccome se si sente, ma non schiaccia la narrazione. La Torino del Seicento prende forma attraverso odori, strade, abitudini, povertà, differenze sociali, palazzi, case di piacere, vicoli bui e zone dove il potere passa anche quando crede di non sporcarsi le scarpe.
Nei romanzi precedenti avevo già amato questa capacità di rendere Torino protagonista indiscussa, soprattutto perché non è la Torino da cartolina. Non è quella “guardate che bella piazza, che eleganza, che portici”. È una città più fisica, più sporca, più ambigua. Una città che sa essere meravigliosa e crudele nello stesso momento. Con Il Ragno e la Corona questa dimensione torna fortissima, forse anche più concreta rispetto alla trilogia, perché qui siamo meno immersi nell’assedio e più dentro la sopravvivenza quotidiana. La guerra non è ancora quella del 1706, ma il conflitto c’è comunque: tra classi sociali, tra corti e vicoli, tra chi comanda e chi deve imparare a sparire per restare vivo.
Gustìn, da questo punto di vista, è il cuore del romanzo. Ritrovarlo giovane permette di vedere l’origine della sua intelligenza, della sua diffidenza, del suo modo di osservare il mondo. Non nasce già formato, non entra in scena con la sicurezza di chi sa perfettamente cosa fare. Anzi. È impulsivo, furbo, spaventato quando serve, coraggioso quando non può permettersi il contrario. Ed è proprio questo a renderlo credibile. Non è l’eroe predestinato con l’aura da grande futuro appiccicata sulla fronte. È un ragazzo che cerca di non farsi schiacciare da un mondo molto più grande di lui.
E questa è una delle parti più belle del romanzo: il Gustìn che conosciamo nella trilogia non viene smentito, ma arricchito. Capisci da dove arriva una certa capacità di leggere le persone, perché per lui fidarsi è una faccenda complicata, perché le informazioni non sono mai semplici dettagli, ma monete, armi, possibilità di salvezza. Il romanzo non ha bisogno di dirti “ecco, qui nasce il Gustìn che amerete più avanti”. Te lo mostra.
Nèbia è un altro personaggio riuscito. Enigmatico, sfuggente, ambiguo quanto basta per farti chiedere continuamente se sia una guida, un manipolatore, un salvatore o tutte queste cose insieme. I Ragni, poi, sono una trovata perfetta per questo tipo di racconto: una banda fatta di ladri, informatori, ragazzi abituati a non essere visti, cioè esattamente le persone che il potere sottovaluta finché non si accorge che sanno troppo.
E il potere, in questo romanzo, è raccontato benissimo. Non è mai solo corona, titoli, palazzi e decisioni prese nelle stanze giuste. È anche paura. È ricatto. È controllo delle informazioni. È capacità di far sparire qualcuno senza che nessuno faccia troppe domande. È la differenza tra chi può permettersi di sbagliare e chi, al primo passo falso, rischia la vita. Buggio costruisce un mondo in cui la politica non è un elemento lontano dalla trama, ma qualcosa che entra nella carne dei personaggi. Anche chi non dovrebbe avere nulla a che fare con certe decisioni finisce per pagarne le conseguenze.
Rispetto alla trilogia principale, però, Il Ragno e la Corona mi è sembrato un romanzo diverso per atmosfera. Meno esoterico, almeno nella percezione generale, e più concentrato sull’intrigo, sulla formazione di Gustìn e sulla dimensione politica. Questo non è necessariamente un difetto, ma va detto. Chi cerca la stessa intensità magica e misteriosa de La città dei Santi, con quella guerra invisibile capace di intrecciarsi alla Storia e renderla ancora più affascinante, potrebbe trovare qui un passo un po’ più terreno. Il fascino c’è, l’ombra pure, ma è un’ombra diversa. Meno soprannaturale, più umana. E sappiamo bene che gli esseri umani, quando si impegnano, sanno essere decisamente più inquietanti di qualunque creatura leggendaria.
Il ritmo è buono, anche se in alcuni punti richiede attenzione. Non siamo davanti a un romanzo da leggere distrattamente tra una notifica e l’altra, con mezzo cervello acceso e l’altro mezzo già su Instagram. Buggio chiede concentrazione, come già succedeva nei libri precedenti. Ci sono nomi, interessi, tensioni politiche, movimenti sotterranei, e bisogna stare dentro alla storia. A volte avrei voluto un filo di maggiore rapidità in certi passaggi, soprattutto quando la trama prende tempo per sistemare tutti i pezzi sulla scacchiera. Però, allo stesso tempo, è proprio questa cura a rendere il mondo narrativo così solido. Quindi sì, ogni tanto si sente il peso della costruzione, ma è un peso che ha senso.
La scrittura resta una delle parti forti. Luca Buggio ha una penna molto riconoscibile: ricca, precisa, attenta ai dettagli, ma capace anche di creare immagini forti. Non scrive tanto per riempire le pagine. O meglio, magari qualche volta gli piace indugiare — e io lì un pochino lo guardo male, con affetto ma lo guardo male — però il più delle volte quel soffermarsi serve a far respirare la città, a farla diventare tangibile. Si percepisce il lavoro di ricerca, ma soprattutto si percepisce l’amore per Torino. E non parlo dell’amore turistico, quello facile. Parlo di un amore più profondo, quasi ostinato, per una città osservata nelle sue pieghe meno comode.
Mi è piaciuto anche il modo in cui il romanzo lavora sul tema della fiducia. Gustìn entra in una ragnatela in cui non può permettersi ingenuità, ma non può nemmeno salvarsi da solo. Ed è una contraddizione bellissima: per sopravvivere deve imparare a leggere gli altri, ma anche capire quando rischiare. Fidarsi, in questo libro, non è mai un gesto dolce o semplice. È una scelta pericolosa. È un investimento ad alto rischio, diciamolo pure.
Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è che, pur essendo una storia di origini, non ha l’effetto “spiegone”. Non sembra scritto solo per riempire i vuoti lasciati dalla trilogia. Ha una sua identità, una sua tensione, una sua ragione di esistere. Certo, chi conosce già Gustìn si gode molto di più certi dettagli, certi semi gettati lungo la strada, certe intuizioni sul personaggio che diventerà. Però Il Ragno e la Corona non vive solo di nostalgia. E questa è una cosa importante, perché la nostalgia è bella, ma quando diventa l’unico motore di una storia inizia a puzzare di operazione furbetta. Qui no. Qui c’è davvero una storia da raccontare.
Conclusione
Detto questo, non l’ho trovato perfetto. A tratti ho sentito la mancanza di quel coinvolgimento emotivo fortissimo che avevo provato con la chiusura della trilogia. Forse perché lì avevo ormai un legame consolidato con i personaggi, forse perché la posta in gioco sembrava più epica, forse perché Laura e Gustìn insieme avevano un tipo di forza che qui, inevitabilmente, non poteva esserci. Questo romanzo lavora più sull’origine, sulla formazione, sulla ragnatela dei segreti, e meno su quella tensione emotiva che mi aveva fatto soffrire, piangere e sospirare negli altri volumi.
Ma attenzione: non è una critica pesante. È più una differenza di impatto. Il Ragno e la Corona coinvolge, affascina, incuriosisce, ma mi ha presa in modo meno travolgente rispetto ad alcuni momenti della trilogia principale. L’ho letto con piacere, ho amato ritrovare quel mondo narrativo, ho apprezzato tantissimo il lavoro su Gustìn e sulla Torino del 1682, però non sempre ho avuto quella sensazione di dovermi forzare a smettere di leggere. In alcuni punti sì, in altri meno.
La parte finale, invece, funziona molto bene. Quando i fili iniziano a tirarsi, quando le conseguenze diventano più chiare, quando Gustìn capisce davvero che il mondo in cui è entrato non perdona leggerezze, il romanzo acquista forza. E lascia addosso quella sensazione bellissima e fastidiosa insieme: la voglia di tornare subito a leggere la trilogia, ma con occhi nuovi. Perché dopo aver visto l’origine di certe ferite, di certe abilità, di certe diffidenze, anche il Gustìn adulto cambia sfumatura.
Ed è forse questo il merito più grande del libro: non rovina il personaggio, non lo semplifica, non lo spiega fino a renderlo meno interessante. Lo rende più umano.
Il Ragno e la Corona è un ritorno riuscito nella Torino di Luca Buggio. Un romanzo storico solido, pieno di atmosfera, costruito con attenzione e capace di dare nuova profondità a un personaggio che già aveva lasciato il segno. Non ha forse la stessa magia emotiva de La città dei Santi, né la stessa potenza conclusiva della trilogia, ma ha il fascino delle origini, dei primi errori, delle prime lezioni imparate male e pagate care.
È una storia di strade, segreti e potere. Di ragazzi invisibili che vedono più di quanto dovrebbero. Di una città che sorride poco e nasconde molto. Di una corona che pesa e di una ragnatela che, una volta sfiorata, non ti lascia andare tanto facilmente.
⭐⭐⭐⭐
