La città oltre i confini del cielo. La città oltre i confini del cielo #1
Una ragazzina con grandi poteri.
Una città sospesa nel cielo.
E se l’eroe fosse il vero nemico?
Eris ha sedici anni e vive in una cittadina che ha ben poco di straordinario. Con un padre sempre via e una matrigna troppo impegnata per occuparsi di lei, trascorre le sue giornate in compagnia di Fenrir, il suo adorato cane, sfogliando i diari del fratello scomparso per cercare ossessivamente indizi sulla leggendaria Città oltre i confini del cielo di cui lui le parlava sempre. Per gli altri non è che una favola, ma Eris è convinta che sia reale.
E un giorno scopre di avere ragione, quando, dopo un incidente imprevisto, finisce proprio nel luogo di cui ha tanto fantasticato. Lì si risveglia in lei una scintilla inaspettata di potere, che la ragazza deve imparare a padroneggiare, mentre mette in discussione tutto ciò che conosce.
Come se ciò non bastasse, una minaccia terribile incombe sulla Città e la linea di demarcazione tra bene e male diviene sempre più labile, fino a dissolversi del tutto.
Eris sarà così costretta ad affrontare l’enigma della scomparsa del fratello e dovrà fare i conti con verità taciute e legami spezzati, imparando in fretta che non esistono eroi o cattivi, quando si tratta di salvare sé stessi e chi si ama…
Recensione
Allora, La città oltre i confini del cielo è uno di quei libri che ti si presentano con un biglietto da visita molto “alto”: fantasy italiano rivelazione dell’anno, città sospesa nel cielo, poteri, confini tra bene e male che si sfaldano… e in più quell’aria da storia “destinata a diventare ossessione”. E infatti l’inizio ti ci porta davvero, lì: ti dà la promessa di un posto impossibile, di un mistero personale (la sparizione del fratello) e di una protagonista che ha più vuoti che certezze.
Il problema – per me – è che la promessa è più potente dell’atterraggio. Non perché il romanzo sia “brutto” (non lo è), ma perché mentre leggevo ho avuto spesso la sensazione di stare su due binari: da una parte un’idea visiva fortissima, quasi cinematografica; dall’altra una narrazione che ogni tanto sceglie strade molto… sicure. Quelle che sai già dove portano, anche se cambiano i nomi dei personaggi e mettono una città nel cielo invece del solito regno nel bosco.
Eris ha sedici anni, vive in una cittadina normalissima, con un padre sempre via e una matrigna poco presente. Il suo mondo emotivo è un corridoio lungo e freddo: ci cammina dentro con il cane Fenrir e con i diari del fratello scomparso, cercando indizi sulla leggendaria “città oltre i confini del cielo” che per gli altri è solo una favola. Lei invece è convinta che sia reale.
E questa parte mi è piaciuta: perché Eris è credibile nella sua ostinazione. Non è la “ragazza scelta” che lo sa perché lo sa. È una ragazzina che si aggrappa a un’idea perché è l’unica cosa che tiene in piedi il dolore. Quando poi, dopo un incidente, finisce davvero nella città sospesa e in lei si risveglia un potere che deve imparare a gestire, il libro si accende.
C’è quella sensazione bellissima da fantasy “di passaggio”: entri in un mondo che sembra più grande di te, più antico di te, e capisci che non sei pronta. Quella roba lì funziona.
La Città oltre i confini del cielo è il cuore concettuale del romanzo. È un’immagine che ti rimane appiccicata addosso: sospesa, lontana, quasi inaccessibile, e allo stesso tempo sorprendentemente concreta una volta che ci metti piede.
Però qui arriva il mio “sì, ma”.
Io avrei voluto più sensazione di luogo: più dettagli che non siano solo “wow che bella scenografia”, ma che ti facciano percepire la città come una cosa viva. I suoi odori, le sue abitudini, le sue crepe, la sua quotidianità. Quelle cose che ti fanno dire: ok, questo posto esiste anche quando la protagonista non lo guarda.
In alcuni passaggi invece ho sentito che la città era più un simbolo (molto riuscito, per carità) che un ecosistema completo. È come se l’autrice avesse un’immaginazione visiva fortissima – e ce l’ha – ma ogni tanto si fermasse un passo prima di rendere quel mondo “abitabile” anche per chi legge.
Uno degli aspetti più interessanti è proprio l’idea che non esistano eroi o cattivi quando c’è in ballo la sopravvivenza, l’amore, la verità. È dichiarato, è centrale, e quando il romanzo lo mette davvero in scena funziona: perché ti costringe a guardare le scelte dei personaggi senza la comodità del giudizio facile.
E qui la Tamburini ha un’intuizione buona: in un fantasy young adult è facilissimo cedere alla tentazione “il bene è puro, il male è nero, e poi ci baciamo sotto la pioggia”. Invece quando la storia si sporca le mani, diventa più interessante.
Il punto è che questa ambiguità, a tratti, l’ho sentita più detta che vissuta. Come se il libro sapesse benissimo cosa vuole raccontare, ma non sempre si prendesse il tempo (o il coraggio) di farci stare dentro fino in fondo.
L’inizio mi ha preso. La fase “terra”, la perdita, l’ossessione, poi lo shock del passaggio e la scoperta del potere: tutto scorre. A metà, invece, ho avuto qualche momento di ok, ci siamo… e adesso? Non perché non succedano cose, ma perché l’urgenza emotiva (che era potentissima all’inizio) ogni tanto si disperde. È come se la storia facesse un giro più lungo del necessario prima di tornare a stringere.
E per me, in un fantasy di formazione, l’urgenza è tutto. Non serve sempre l’azione, ma serve quella sensazione che ogni scena ti stia cambiando qualcosa dentro la protagonista. Qui non sempre l’ho sentita con la stessa intensità.
Eris è il fulcro, ok. Ma attorno a lei servono figure che non siano “comparse funzionali”. Fenrir (il cane) è un punto emotivo carino, perché è presenza e conforto, e aiuta anche a non rendere Eris isolata in modo artificiale.
Sul resto… ho percepito qualche personaggio come ancora un po’ “tipo”: quello che deve insegnare qualcosa, quello che deve tradire o confondere, quello che deve incarnare una fazione o un’idea. Non sempre hanno lo spazio per diventare persone vere, con contraddizioni “private”. E quando un fantasy ti presenta un mondo pieno di promesse, tu vuoi anche innamorarti dei suoi abitanti, non solo del panorama.
Conclusione
Si legge bene, non è mai pesante. Però, proprio perché i temi sono tosti (perdita, identità, verità taciute, legami spezzati), io avrei voluto uno stile che ogni tanto fosse più coraggioso: più tagliente, più sporco, più capace di farmi sentire il colpo.
In certi passaggi ho avuto la sensazione che il romanzo “ammorbidisse” dove avrebbe potuto affondare. E attenzione: non sto dicendo che deve diventare dramma a caso. Sto dicendo che la materia emotiva è forte, e io avrei voluto che mi facesse un po’ più male. Hauna base super interessante: una protagonista con un vuoto enorme, un mistero familiare che ti tira avanti, una città in cielo che è un’idea visiva bellissima, e il tema del “non esistono buoni/cattivi” che è oro se lo sfrutti bene.
Ma allo stesso tempo, almeno per come l’ho vissuto io, non sempre spinge abbastanza su ciò che lo renderebbe memorabile: la profondità del worldbuilding, l’urgenza narrativa costante, personaggi secondari davvero tridimensionali, e qualche rischio in più nello stile.
È un libro che ti dà diversi momenti “wow” e diversi momenti “mh”. E io sono uscita dalla lettura contenta di averlo letto, ma senza quella fame da “ok, adesso mi serve subito un altro libro così”.
⭐⭐⭐
